Dal Bresciaoggi
Di Roberto Bianchi
fotografia di www.ilariapoli.com
23 aprile 2017
Edolo, Sonico
Una parte dell’infanzia l’ho passata fra quelle montagne così a portata di mano, bambino privilegiato con “zii costoni” da vessare senza pietà. Lo zio Mario, tornato a piedi dall’Albania dopo essere stato spedito a “spezzare le reni alla Grecia” (evento che, per fortuna, lo salvò dall’essere inviato a “spazzar via” l’URSS di Stalin), avrebbe fatto il barbiere per alcuni anni, prima di aprire un bar in piazza. lo zio Lino, invece, era un ex-maestro elementare. Ma nella piazza di Edolo ci abitava pure mia nonna, ma non c’era grande sintonia con lei.
la madre di mia madre, infatti, non mi ha mai perdonato di essere l’ultimo nato di quel trentenne bassaiolo dai modi spicci che, nel ’38, le aveva portato via la figlia più grande, di soli 19 anni. Era arrivato per costruire il Municipio e il ponte che, proprio lì davanti, scavalca il fiume Oglio del quale aveva pure pavimentato un tratto significativo. Quando mezzo secolo fa andavo a Edolo in vacanza, spesso capitava che qualche anziano mi riconoscesse, ricordasse mio padre morto da poco e raccontasse ammirato di quando il “suo” ponte aveva retto pure il peso dei carri armati e dei blindati tedeschi durante la guerra. Dicevano che l’avesse collaudato alla buona, facendoci transitare camion sovraccaricati per raggiungere il peso richiesto e guidati da muratori più fidati. Ho continuato per anni ad andarci, ma i vecchi un po’ alla volta sono morti tutti. Sono rimaste però molte cose di allora che, tutt’ora me li ricordano. La fontana con il cervo arpionato dall’aquila, per esempio, alla quale andavo a bere un’acqua ghiacciata perfetta e indimenticabile che d’estate s’affollava di trote e altri piccoli pesci.
Spesso era lì che si fermava la gente a chiacchierare. Fra loro un vecchio partigiano che su queste montagne che hanno conosciuto bene la ferocia e l’orrore per via delle terribili nequizie subite in quantità, aveva operato. Con lui mio zio ricordava di quella volta che alcuni partigiani scesero nel suo negozio oltre l’orario di chiusura per farsi ripulire a fondo di barba e capelli vecchi di mesi. Nel negozio c’era anche mio fratello – all’epoca un bambino – così come c’era anche qualche giorno dopo quando, per farsi sbarbare, entrarono alcuni soldati tedeschi. Ridevano, adesso, davanti alla fontana prima di andare a bere un bianco, l’anziano combattente e mio zio mentre ripensavano alla domanda che mio fratello, nato nel 1941, scandì per benino di fronte ai soldati:” zio… chi erano quei signori che sono stati qui l’altra sera tardi a farsi tagliare via tutta la barba e i capelli?”.
Mentre sorrideva, vent’anni dopo, negli occhi dello zio la paura tracciava ancora il suo solco doloroso, impossibile da eliminare, scaturita dalla consapevolezza che barba e capelli lunghi erano sinonimo di “partigiano”. Per sempre in azione quegli attimi di paura, anche se allora era riuscito a liquidare le parole del bimbo, fortunatamente nemmeno ben comprese dai tedeschi, con uno scappellotto e una risata.
Da Edolo serviva davvero un niente per portarsi, in auto, all’inizio di escursioni straordinarie. Ho potuto così imparare a conoscere ed amare queste montagne dolci, fatte anche di passeggiate poco impegnative, lungo il fiume Oglio, al bosco del Faeto o più giù, nei boschi intorno a Sonico. Oppure i saliscendi per vicoli del paese , dove spesso incrociavi, alla sera, un contadino che guidava un paio di mucche verso la stalla di casa. O il ripido sentiero per la frazione di Mù da dove la chiesa parrocchiale, vicino al camposanto, domina tutto il paese. Da Edolo per escursioni più lunghe si possono scegliere due tragitti opposti che portano al passo dell’Aprica col quale si va in Valtellina e nella provincia di Sondrio oppure al Passo del Tonale, che porta in Trentino.
Abbandonata l’auto, iniziano i sentieri e mulattiere. Sono vie di partigiani e soldati, di contrabbando e contrabbandieri, ed infatti da queste parti l’amore per i finanzieri – che vengono spregiativa
mente chiamati “finanzini” – non ha mai raggiunto l’altezza delle vette alpine che si possono vedere intorno. Il contrabbando per secoli è stata un’attività fiorente e i miei ricordi mi rimandano alla gran quantità di sigarette illegali che girava alla luce del sole. Si vociferava addirittura che proprio sotto l’altare della Chiesa Parrocchiale di Corteno Golgi – sulla via dell’Aprica e raggiungibile per percorsi sotterranei e misteriosi – fosse collocato il deposito di quelle merci.
Generalmente le si potevano comprare in pessimi bar e osterie. La migliore, una vecchia cascinotta incastonata fra le altre abitazioni la trovavi all’entrata del paese, dopo il passaggio a livello. Sull’angolo la scritta: ” Rondine bar e trattoria”. Lunga, stretta e malamente illuminata era avvolta da una persistente puzza di legna bruciata, stalla, pessimo cibo e alcol mal digerito. Lungo le pareti erano esposte quantità di oggetti curiosi: cimeli bellici ed etnici, orribili quadretti e calendari dall’erotismo tollerabile. Vicino al balcone un rosso pappagallo puzzolente e multicolore talvolta, ma mai a comando, gridava qualche parolaccia. Da una porta vetri in fondo al locale si poteva accedere al cortile interno che era anche un parcheggio polveroso dove i più arditi e meno schifiltosi, nella bella stagione, potevano consumare tradizionali piatti semplici. C’era un piccolo portico e una stalla buia dove era legato l’asino con “l’affare” più lungo del Mondo intristito dalla reclusione che pur gli aveva salvato la vita, ma che per sempre gli avrebbe impedito di mettere a frutto la sua singolare caratteristica.
Ma la vera star era la “scimmia dalle palle blu”, famosa nell’Alta Valle che, incatenata ad un trespolo, molestava gli avventori che le si avvicinavano con il loro ennesimo bicchiere in mano. A quel tempo erano diffuse e tollerate bestialità come tingere l’epidermide delle bestie o il piumaggio dei pulcini per sorprendere i clienti. E venivano allestiti piccoli zoo surreali: un diversivo da poco per gente alla buona. Alla Rondine ci sono ripassato da adulto per comprare una stecca di Marlboro, poco prima che chiudesse per sempre. Non ho riconosciuto nessuno e nessuno ha riconosciuto me, ma ci ho provato lo stesso. Dopo aver negato di averle il barista sornione mi ha chiesto in dialetto: ” El de la finansa, lù, sior?”. Uscendo ho sorriso sapendo che non ci sarei più tornato. Mentre risalivo in auto un tizio dall’inflessione camuna si è avvicinato e mi ha chiesto se “magari” mi interessava della “roba buona”.
zzino volenteroso e legalitario che li raggiungeva trafelato. L’oltraggio più grave che l’ adolescente di uno dei due Paesi potesse riservare a quelli dell’altro, però, era sicuramente quello di corteggiarne una ragazza. Allora si scatenavano ire che a volte potevano portare a vere e proprie risse seguite da spedizioni punitive. L’ultima che io ricordi avvenne ch’eravamo già verso la fine degli Anni Settanta. Una domenica d’estate, in un pomeriggio “troppo azzurro e lungo”, in cui “non c’era neanche un prete per chiacchierar” un paio di ragazzi di Travagliato in trasferta sentimentale vennero provocati, insultati e aggrediti da alcuni giovani residenti – niente a che vedere con le coltellate facili e la cattiveria attuale – e presero alcuni ceffoni prima di scappare. Tornarono poco dopo, insieme ad un paio di amici, in cerca di vendetta, ma, ancora una volta, dovettero andarsene condannati dall’inferiorità numerica e dalla disorganizzazione. Il lunedì e il martedì erano giorni in cui non usciva di casa quasi nessuno, ma già dal mercoledì cominciarono gli avvistamenti sospetti. Puntualmente il venerdì sera arrivò in Piazza San Rocco a Ospitaletto una colonna di tre – quattro vetture dalle quali scesero una dozzina di ragazzotti dalle evidenti cattive intenzioni.
di regolarità e una rievocazione storica e si sviluppa, perciò, con criteri piuttosto lontani da quelli dei suoi inizi. Quando Aymo Maggi, Renzo Castagneto,Giovanni Canestrini e il clarense Franco Mazzotti esattamente novant’anni fa, si inventarono la Mille Miglia, non erano certo ignari dei proclami rivoluzionari che solo pochi anni prima erano stati proposti dal Manifesto Futurista di Marinetti: “Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità”, oppure: “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.”, o ancora: “Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.” (si noti che automobile era sostantivo maschile e la pratica di guidare indiscutibilmente virile) In un articolo de La Stampa del 27 marzo 1927 troviamo definito con precisione l’evento e lo spirito che animava i suoi pionieri: “…Mille Miglia: suggestiva frase che indica oggi il progresso dei mezzi e l’audacia degli uomini.
se. Non c’era un’amministrazione pubblica che sollevasse da tutti i problemi, bisognava fare da soli, e anche questo serviva a chiudere ulteriormente in sé quella comunità, obbligata dalla distanza dalle città ad essere autosufficiente in tutto.