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Il racconto del barbiere che amava i violini
16 Ottobre 2018 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

14 ottobre 2018

Bassa Bresciana – Pralboino

 

 

Non era esattamente ciò che si sarebbe potuto definire un Salone quella botteguccia che, con la sua insegna arancione che strillava alla strada l’attività di barbiere, se ne stava incastonata in Palazzo Bettoni e affacciata su Via Capriolo, una delle grandi ordinate del Carmine. E probabilmente il signor Domenico Migliorati, che nei suoi occhietti furbi ospitava spesso il lampo dell’ironia compassata di chi non prende troppo sul serio nemmeno se stesso, se si fosse sentito definire “coiffeur” si sarebbe messo a ridere per accantonare quella che gli sarebbe apparsa soltanto come una ingiustificata stranezza linguistica. Del resto, veniva dalla Bassa e da un altro Tempo, e come per il Ferro e il Fuoco in mano a Vulcano, ciò che ne era uscito era una persona gentile, ma determinata, non priva di sogni anche se consapevole che non sempre la Vita li avrebbe resi realizzabili, fedele praticante della religione del Lavoro e con in testa e nel cuore, innanzi tutto, la serenità della propria famiglia. Era nato e cresciuto a Pralboino dove i suoi gestivano un’osteria di quelle di una volta. Mi ha raccontato, quando qualche anno fa – prima che se ne andasse – l’ho conosciuto, di quando suo padre andava a fare provviste a Cremona e lo portava con sé, e poi, una volta arrivati nella città delle tre T “turòon, Turàs, tetàs”, lo depositava da un amico mentre se ne andava a fare le proprie commissioni.

Ma Cremona è ed era nota nel Mondo soprattutto come la città dei violini più preziosi, e anche quell’amico di papà faceva il liutaio. L’amore per il legno, e per il violino che ne è uno dei prodotti più nobili e straordinari, nel piccolo Domenico nacque proprio allora, dentro quella bottega artigianale, e non l’avrebbe mai più abbandonato. Avrebbe imparato anche a suonarlo, lo strumento, ma soprattutto avrebbe imparato a costruirlo, che non è roba da poco non solo per la necessaria abilità manuale e tecnica, ma anche per tutte le altre a competenze necessarie, a partire da quella di saper scegliere il legno più adeguato. Poi, però, però bisognava pur obbedire agli ordini della Vita che è quella cosa che, con la sua segnaletica, talvolta presenta dei crocevia dalla direzione obbligatoria. E allora, prima il lavoro, chè quello serve ad andare avanti serenamente e crescere i fi gli e la famiglia. E dopo un pò il trasferimento in Città – chè le opportunità sono maggiori, mentre i figli bisogna farli studiare – nella zona Ponte Crotte dove iniziò a fare barbe e capelli e quando la sera chiudeva il negozio andava qualche ora dietro al bancone del bar che la moglie gestiva durante il giorno. Ma quell’amante esigente che aveva conosciuto da bambino continuava a tormentarlo e un retro bottega dove poter installare un banco da lavoro e un pò di attrezzi per il legno doveva sempre garantirselo, quasi il pied a terre di una passione dello spirito, inoffensiva per l’equilibrio famigliare e forse addirittura corroborante di un’identità composita.

Infine il negozio nel vecchio quartiere di Brescia, dal quale cominciarono a passare altri come lui, con passionacce segrete legate al suono vellutato dei violini. E allora non era inusuale, passando davanti alle sue vetrine, sentirne promanare suoni quasi viennesi, che ti sembrava di essere al Prater. E anche per questo che pensandoci mi viene in mente Chagall, nella cui pittura il violino ricorre più volte, e penso che forse la cifra dell’attaccamento dei due allo strumento fosse la stessa e e il barbiere condividesse con il pittore quella specie di “morbosità” per la quale lo strumento diventava anche qualcosa di più e di altro: un simbolo, un mezzo per capire il Mondo, un modo per interrogarsi sulla Vita e sulla Morte, la chiave del segreto di Dio. Forse, più semplicemente, la chiave di una vita più serena. E se questa è fin qui una bella storia, lo diventa ancor di più quando con quel magnetismo misterioso che ordina il Mondo e fa incontrare le vite e che per comodità chiamiamo Destino, fa intersecare, nei primi anni Novanta, la storia di Domenico che viene da Pralboino, al confine con il cremonese con quella di una ragazza di nome Valbona che viene da Bajram Curri, una frazione di Tropojë in Albania, al confine con il Kosovo. Una ragazza che ha venticinque anni e studia musica da quando ne aveva sette. E gira il mondo, con poco o niente in tasca , pur di poter suonare. Partecipa a concorsi internazionali. E proprio ad un concorso a Cremona sarà selezionata, per studiare per un anno con Accardo. E’ ospitata nella nostra città da una connazionale, amica e musicista pure lei. Ma i soldi sono pochi, e allora Valbona li va a cercare sotto i portici di Corso Zanardelli: in cambio offre ai passanti le note di un pezzo estremamente difficile, la “Ciaccona” di Bach. Ma quel giorno è il giorno in cui il Destino ha deciso di interessarsi di una piccola donna albanese che forse ha pagato in anticipo ed in misura esagerata per ciò che ha avuto dalla vita, e forse per onestà pensa di darle un pò di più, e il Destino infila fra i passanti un insegnante del Conservatorio di Corso Magenta.

Nessuno come lui può capire la difficoltà di quella musica. Nessuno come lui può capire la magia di quel tocco. Di quelle dita lunghe. Di quello sguardo perso in un Tempo e in un Luogo lontani. E ne è talmente turbato che decide di scrivere al giornale, perché un talento che ha attraversato il mare non può annegare nella miseria, perché quella ragazza di cui sa poco, e che va a cercare più volte, da qualche giorno non riesce proprio più a incontrarla, e invece vorrebbe venisse aiutata. Ma il Destino stavolta fa le cose in grande, e decide di far leggere quella “lettera al Direttore” anche ad un barbiere di provincia dallo sguardo mite e dal cuore vibrante come la coda del cavallo quando è già diventata archetto. Decide, infine, che l’insegnante vada al Grande per un concerto e nella folla davanti alla gradinata incappi proprio in Valbona, che è lì che vorrebbe investirci il poco denaro che possiede per un posto in loggione. È seguendo gli scherzi misteriosi del Destino che Migliorati potrà donare, come buon auspicio a Valbona,un suo violino fra i migliori, talmente perfetto da aver vinto un concorso e il cui valore è stimato in diversi milioni di vecchie lire. E la storia la interrompiamo qui, quando si è trasformata in una storia di confini che si annullano e di persone che si incontrano, di emozioni che illuminano una storia infinita che pure nasce dalla provvisorietà degli uomini ed fatta dai loro cuori sconosciuti ed estemporanei. La facciamo finire qui, mentre osserviamo l’”infinito” nascere dal “finito”, proprio come la musica, che nasce da quei pochi suoni che chiamiamo note.

 

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Il racconto dei rifugi notturni
26 Settembre 2018 In Geografie della memoria No Comment

A volte li sto proprio a guardare, i miei figli, quando – come il figlio di Michele Serra e di gran parte dei nostri coetanei – se ne stanno “sdraiati” sul divano e svogliatamente, grazie alla rete telefonica e ad un costoso aggeggio tecnologico stanno simultaneamente sia con me che con qualche amico che, mentre qui è quasi sera, si sta godendo il
sole di Times Square o sta percorrendo la strada principale di Camden Town.
Sarà l’età, ma mi scopro perplesso nel constatare come nel mentre la tecnologia ha annullato il concetto di “distanza” ( non c’è più niente di “inarrivabile”, ormai, né di troppo “distante” per andarci) abbia, al contempo, assassinato pure quello di mobilità ( perché andarci “davvero” in un posto quando, in maniera più comoda, lo si può fare “virtualmente”?). Funziona un po’ come con i social: ormai non è più indispensabile muoversi verso un bar, o una sezione di partito o l’oratorio, o un qualsiasi punto di ritrovo per conversare; basta “connettersi”e migliaia di autoisolati come te saranno ben disposti a “socializzare”: diventare “amici” è questione dei pochi secondi che servono per compilare un form.

Sembrerebbe attività,oltre che comoda, facile e priva di rischi. Invece, spesso apprendiamo dalla stampa e dalla tv che l’ambiente “virtuale” può essere egualmente, quando non di più, pericoloso come il bosco insidioso delle favole con cui siamo cresciuti. E allora ripenso ai quattro decenni che mi separano da questi ragazzi, e ricordo come funzionavano le cose quando avevo la loro età. Sono tanti gli episodi che affiorano e informano di come, soprattutto negli ultimi vent’anni, i costumi e le abitudini siano cambiate in maniera così radicale che, prima dell’avvento delle tecnologie informatiche, non sarebbe bastato un secolo. Gli appetiti e le curiosità probabilmente sono gli stessi: ciò che è cambiato è la facilità con cui oggi si possono appagare. Ma questa stessa facilità, però, è ciò che rapidamente li svalorizza e impone di sostituirli con altri, e altri ancora, in una rincorsa affannosa che riempia di novità esistenze che, sempre più spesso, vengono percepite dai soggetti interessati come prive di valore, noiose, talvolta, purtroppo, insostenibili. Il sesso e la trasgressione, per esempio, credo rappresentino tutt’ora – per giovani e meno giovani – un terreno piuttosto interessante da bazzicare, solo che adesso se ti prende la voglia di guardare una bella ragazza, per statuto disinibita, e magari anche conoscerla e parlarci,te ne vai in Internet e ne trovi qualche milione nel giro di pochi click.

Ma quarant’anni fa non c’era verso, e talvolta si era portati a pensare fosse più facile ritrovare il Sacro Graal che un po’ di sano e voluttuoso “vizio”. E’ così che talvolta, per necessità, si andava in giro la notte alla ricerca di emozioni e frequentando ambienti non sempre esenti da rischi. Potrà sembrare strano, in tempi in cui persino Melbourne è diventata vicina, credere che spostarsi semplicemente dalla Franciacorta alla Val Trompia fosse in un qualche modo avventuroso, ma è così. Anche perché in Val Trompia c’erano i night con dentro fi or di ragazze disponibilissime a secondo della quantità di denaro che avevi nelle tasche. Certo, locali così ce n’erano anche verso il lago d’Iseo o,
per esempio, nella più vicina Gussago. Ma quelli erano troppo costosi e questi troppo vicini alle nostre realtà per escludere di potervici incontrare qualche conoscente dei nostri genitori che poi sarebbe corso a riferire delle nostre scappatelle: a quei tempi, peraltro, l’opinione dei famigliari contava ancora qualcosina. E, insomma, ci fu un periodo in cui, ogni tanto, in tre o quattro approdavano in Val trompia, al night, e ci sentivamo turisti.

Ce n’era uno nella bassa valle e uno su un cima, in mezzo ai monti. C’erano caratteristiche comuni fra i due. Erano locali pieni di fumo, dove l’alcol scorreva impetuoso, le entreneuse ammiccavano e il buttafuori (ne bastava uno, nerboruto, ma uno) era sufficiente ti guardasse per farti assumere un comportamento attento e contenuto. Non costava molto entrarci e potevi star lì a lungo con il tuo bicchiere in mano, appoggiato al bancone a lustrarti gli occhi: unica avvertenza non dar fastidio alle ragazze. Il pubblico era piuttosto variegato, anche perché noi ci andavamo preferibilmente il venerdì che tradizionalmente era il giorno in cui anche le mogli più possessive concedevano la libera uscita ai loro mariti: alcuni li individuavi lì, soli o in compagnia di altri come loro e li vedevi subito, vagamente impacciati ed alla ricerca di quell’anestetico che consentisse loro di affrontare, nei giorni a venire, la vita reale fino al prossimo appuntamento con il sogno. Le ragazze, adeguatamente svestite, erano per lo più italiane, lo sentivi dagli accenti regionali, e frequentemente i loro estemporanei “cavalieri”, allungati sui divanetti, si limitavano ad allungare un po’ le mani ed a cercare di avviare improbabili conversazioni in cui rappresentarsi al meglio. Sembrava che ciò che ricercavano fosse tenerezza, un’intimità libera dagli acciacchi della confidenza quando è diventata consuetudine casalinga; sembrava cercassero comprensione. In fondo, a noi che giovani stavamo lì nel tentativo di sembrare più maturi e scafati, sembrava che questi signori di mezza età stessero lì per sentirsi più giovani.

E più liberi. Dal canto loro le ragazze non lesinavano sguardi annoiati e i sospiri di chi non sapesse bene cosa dire. Il cameriere fungeva da tassametro e con una puntualità svizzera ad intervalli regolari riempiva i bicchieri delle varie coppie : le ragazze bevevano roba analcolica, i signori esageravano con pessimi spumanti che alla fi ne avrebbero pagato come champagne del migliore.

Uno di quei due posti credo ci sia ancora. L’altro no, è stato incendiato ancora in quegli anni. Al tempo si parlò di regolamento di conti e “pizzi” non pagati. Prima che avvenisse,però, facemmo a tempo ad andarci in una serata qualsiasi della settimana – chissà come mai ci trovammo in giro – e osservammo così come, a secondo dei giorni, fosse diversa la clientela. C’erano pochi clienti, ma erano tutti personaggi piuttosto equivoci che mostravano una famigliarità sospetta e piuttosto autoritaria con tutto il personale e con le stesse ragazze.

Se pagavano, quando pagavano traevano il denaro da rotoli di banconote che estraevano dalla tasca posteriore dei calzoni: sembrava maneggiassero carta straccia priva di valore. Mi ricordo che a uno che stava vicino a me al bancone mentre ingurgitava rapidamente un whiskaccio, si aprì un po’ troppo la giacca: fu così che notai, infilata nella cintura, una pistola a tamburo. Ridevano e si divertivano rumorosamente quei tizi che potevano permettersi follie anche nelle notti infrasettimanali alle quali non sarebbero certo seguite mattinate in ufficio o in fabbrica. Soprattutto, ci accorgemmo che ci guardavano con una curiosità insistente e pericolosa. Fummo piuttosto rapidi a andarcene ed anche a dimenticarci la strada.

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Il racconto del ragazzo che se ne andò d’estate
1 Maggio 2018 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

15 aprile  2018

Franciacorta – Ospitaletto

 

 

L’isolato dista non molto dal centro di Ospitaletto, anzi, si può dire che ormai ne costituisca parte integrante. E un quadrilatero, chiuso a nord dalla Chiesetta di San Rocco e a sud dal Palazzo delle Scuole Elementari. Lungo uno dei lati lunghi, dalla parte che portava alla stazione ferroviaria e poi a Travagliato, giaceva, all’epoca, l’oratorio femminile e l’asilo infantile gestito dalle suore contigui all’oratorio dei maschi. Sull’altro lato, la palestra e più su le entrate alternative, direi secondarie, dei due oratori. In quegli anni in cui le opportunità di divertimento e di ritrovo per i ragazzi non erano esattamente illimitate l’oratorio costituiva la meta naturale e sostanzialmente esclusiva non solo dei bambini più piccoli, ma anche di ragazzi e addirittura giovani adulti. Davanti alla chiesetta di San Rocco c’era il cinema “dei preti”, che a lungo fu l’unica sala del paese e dove, naturalmente, si potevano vedere solo film estremamente “castigati” e destinati principalmente agli adolescenti: cow boy contro indiani, cartoni animati e film storici in particolare Nel perimetro dell’oratorio maschile oltre ai giochi consueti ( e anche inconsueti: ce n’era uno, per esempio, costituito da un palo dalla cui sommità scendevano delle funi che terminavano in un ampio alloggiamento per la gamba di chi ne usufruiva che così, prendendo adeguata rincorsa poteva compiere limitate evoluzioni aeree attaccato con una sola – per i più arditi – o entrambe le mani per tutti gli altri, alla corda che girava e girava e girava) c’era un campo da pallavolo nel quale alla sera si disputavano interminabili partite sempre foriere di discussioni nelle quali ( sia nelle partite che nelle discussioni) si distingueva il mio attempato maestro elementare, grandissimo fumatore che non accettava di essere surclassato da giovanotti meno usurati di lui.

Era ( ed è, perché nonostante le tonnellate di Nazionali semplici consumate in classe predicando il principio del “mens sana in corpore sano” è tutt’ora vivente e rappresenta, credo, il peggior oltraggio alla pneumologia di ogni tempo e nazione grazie al consistente deposito di catrame che alloggia nei suoi polmoni impavidi) un toscano incazzato e autoritario che si infiammava fi n troppo facilmente ed era famoso anche per la qualità degli schiaffoni che distribuiva in classe con grande entusiasmo. L’isolato costituiva un naturale percorso pedonale che da sempre era chiamato il “giro delle scuole”. Mentre nella brutta stagione tutti tendevano a restarsene chiusi nelle proprie case,e dopo cena uscivano soltanto gli irriducibili dell’osteria, appena sbocciavano i primi caldi primaverili, così traditori e stimolanti, il “giro delle scuole” improvvisamente si animava e gradualmente, man mano che crescevano le temperature e soprattutto dopo l’entrata in vigore dell’ora legale (che quindi favoriva le uscite serali allungate in quanto veniva buio più tardi e, com’è noto, è proprio il buio che favorisce le malefatte e i peggiori peccati della carne) lungo il percorso si creavano veri e propri affollamenti. Del resto in un tempo in cui un lavoro ce l’avevano proprio tutti, ed il lavoro era ancora quell’attività che si svolgeva quasi esclusivamente in officine o uffici, la sera diventava la festa quotidiana della gente comune che durante il giorno doveva semplicemente piegare la testa e darci dentro a sgobbare.

 

Ragazze in fiore, rigorosamente sempre divise in gruppetti di due o tre e mai, ma proprio mai, per non correre il rischio di essere declassate al ruolo di “sgualdrine”, da sole, percorrevano quasi ossessivamente e con il passo lento di chi ha tempo, il perimetro dell’isolato. Allo stesso modo facevano i ragazzi, quasi sempre in coppia per darsi vicendevolmente coraggio, che percorrevano lo stesso tragitto però non sul marciapiede. Infatti, mentre per le femmine era una specie di passerella dove esibire, oltre a se stesse, il vestitino nuovo o il sandalo con il tacchetto alla moda, ciò che serviva ai maschi era la strada per esibire il motorino, oppure per cavalcare una vecchia bici o, nei casi più fortunati, sfoggiare l’auto. Si creavano così anche ingorghi da poco, qualche discussione, ma pure nascevano relazioni, amicizie e qualcuna se l’è pure sposato il tizio che aveva conosciuto così, per strada, in una sera d’estate. Anche le coppie consolidate, mariti e mogli che oggi sarebbero considerati poco più che ragazzi, ma allora, proprio in virtù della loro condizione civile, erano già stati depositati nel mondo delle responsabilità e quindi erano visti come “vecchi”, passeggiavano lungo quella via e vi svolgevano un tacito quanto riconosciuto “controllo sociale”.

Non era raro che qualcuno di loro redarguisse qualcun’altro, magari più giovane solo di qualche anno, per una parola volgare, un atteggiamento aggressivo, una bravata stupida. Ma era proprio nelle sere d’estate che la voglia di fare bravate stupide esplodeva ed era incontenibile soprattutto per i più giovani. Era un muretto nemmeno troppo alto, protetto da una vegetazione di slanciate canne che ne attenuavano l’aspetto di limite, quello che separava l’oratorio maschile da quello femminile. Era un muretto di quelli che, come i limiti, sembrano fatti apposta per essere scavalcati. Sulla sommità, distanziati fra loro, tre elementi architettonici in pesante cemento, tre piramidi. Mentre l’oscurità stava calando rapidamente il ragazzino, sui dieci, dodici anni, pensò che sarebbe stato un bello scherzo fare un’ incursione nell’oratorio femminile: presentarsi di là, lanciare due o tre urla e scappare via. Si arrampicò in un momento. Poi si appese al bordo del muro penzolando dall’altra parte. Abilmente, come aveva visto fare in molti fi lm, con la sola forza delle mani e la presa dei polpastrelli, cominciò a scorrere verso il centro del muro. E trovò il primo dei tre elementi decorativi da superare. Era troppo largo e forse la cosa migliore era attaccarsi anche a quello per poi proseguire.

Il centro del muro era in corrispondenza dell’elemento di mezzo. Solo da lì sarebbe saltato, non prima. L’oscurità ormai era calata e il terzetto di amiche camminava lungo il marciapiede. Parlottavano sommessamente. Ormai la gente cominciava a scemare. Anche loro, a breve, sarebbero dovute rincasare. Mentre passavano fra i due oratori sentirono un rumore. Quasi un lamento. Qualche stronzo aveva nuovamente abbandonato dei gattini appena nati dietro la siepe di canne. Si fermarono ad ascoltare meglio. Sì, potevano essere dei gattini. Allora interruppero la passeggiata ed entrarono a cercare una suora che le accompagnasse a cercarli, magari con una torcia. Le suore erano sensibili e amavano gli animali. Quando il ragazzino ebbe agguantato la sommità della piramide di cemento ebbe solo il tempo di sorprendersi perché invece di sostenerlo quel blocco si inclinò velocemente. Forse provò il terrore degli ultimi attimi. Forse tentò di pensare ad una soluzione che era impossibile da trovare perché non c’è n’era il tempo: cade troppo rapidamente un prisma da più di mezzo quintale. La pietra lo schiacciò al suolo. Forse ebbe ancora qualche secondo di coscienza in cui forse immaginò di farcela, come mille altre volte, perché per uno scherzo non si può morire. Perche a dieci, dodici anni non si deve morire. Le ragazze e suor Prassede lo trovarono che ancora respirava. Ma spirò prima che arrivasse l’ambulanza. Il giorno dopo ne parlava tutto il paese. E fu l’argomento di conversazione che accompagnò i pedoni di ogni età e sesso mentre, nella frescura serale, percorrevano, come ogni sera precedente, e, per anni, tutte quelle a venire, il “giro delle Scuole”.

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Il racconto di Niccolò che non c’è più
1 Maggio 2018 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

25aprile  2018

Brescia

 

“Vinta la battaglia della ragione
Doveva spuntare un mondo nuovo
Ma prima di capire che era fi nita
Tornasti a lottare invano
Lavoro senza tregua, tensioni e grida
Da Scelba a Tambroni fulmini e tuoni
Desiderio di avere una vita migliore
Pagata col sangue e mai toccata con mano
Oggi sono in tanti, reduci di niente
Di un’Italia battuta e già arresa
Dalla fuga di Kappler Catanzaro sorpresa
Si stende una lunga mano nera
Col fi ato sospeso nel fuoco e nel fumo
Bologna si staglia sfi nita
E tu vecchio già stanco nascondi il tuo viso
Nella fredda sera…”
(Nicolò – Pierangelo Bertoli)

Mi metto al volante per cercare una forneria aperta. Spero ce ne siano altrimenti me ne dovrò andare a Iseo,località turistica dove il pane fresco lo fanno anche nei giorni di festa. Lungo la strada incrocio un pulmino arancio di Brescia Trasporti. Appiccicato al fanale, la bandierina tricolore, come si usa da molti anni. Come mi ricordo vedevo già agli inizi degli anni Settanta. È il XXV aprile, oggi, la festa della Liberazione dal fascismo e dall’occupazione nazista. Ma non è più il Settanta, siamo nel 2018” bellezza”, e molte cose sono cambiate. Certamente l’ansia di libertà, il gusto della democrazia, il piacere della partecipazione alla vita civile, la consapevolezza della necessità dell’impegno non possono morire del tutto, non possono morire per tutti. Ma siamo nel 2018 “bellezza”, e tutte quelle categorie che mi hanno orientato fin dall’ adolescenza mi sembra siano state pesantemente acciaccate da uno scontro con la “cultura” del consumo e della “globalizzazione”e ne siano uscite piuttosto malconce. È il 2018,” bellezza”, e il Centro Commerciale è aperto: nel parcheggio trovo un posto con difficoltà, c’è ressa, ma almeno avrò risolto il problema del pane. Sulla scala mobile incontro un ragazzino, farà la seconda, terza media. E’ sulla parte che scende, anche lui l’hanno spedito a prendere il pane, mentre io sono sull’altra.

Ci guardiamo, mentre lentamente ci avviciniamo. Arrivati ad incrociarci, come facevano i vecchi nei Settanta, glielo chiedo a bruciapelo: “Ma lo sai che festa è, oggi?” Non è straniero, non è un italiano figlio di immigrati: bresciano doc. Lo capisco oltre che dall’abbigliamento e dai tratti somatici, dalla risposta in puro dialetto bresciano che mi scaraventa senza nessuna ironia nella voce e con un disinteresse massiccio: “Boh, el so mia… ! Ma l’è festa!”. Mi chiedo dove siano finiti quegli anni, quel sapere testimoniale che ci veniva restituito non solo dal racconto degli attori di quella tragedia infinita che furono il regime fascista e la guerra, ma anche da insegnanti che ci stavano molto attenti a ricordarci l’importanza di certe date, di certe celebrazioni. Che ci “avvicinavano” anche fisicamente alla Resistenza che così non vedevamo come un fatto così “lontano” nel tempo e nello spazio , ma , al contrario, percepivamo come un qualcosa costituente il terreno da dove noi stessi eravamo provenuti. Non era retorico il XXV aprile di tanti anni fa. Le associazioni dei partigiani erano ancora composte da gente che il partigiano l’aveva fatto per davvero, rischiando e soffrendo in proprio; a volte esponendo a rischio anche la famiglia e i congiunti. Ma oggi è il 2018 “bellezza” e i tempi sono cambiati e quegli attori se ne sono andati quasi tutti e quelli nuovi non sempre sembrano all’altezza.

 

Quand’ero ragazzo ci insegnavano persino i “luoghi” della nostra terra e così ancora oggi quando ci ripasso mi ritornano in mente i fatti. Alla destra di palazzo Loggia, per esempio, nel Palazzo del Monte nuovo di Pietà aveva sede la XV legione fascista “Leonessa” dove i sospetti antifascisti, imprigionati negli scantinati dove regnava perennemente il buio, erano sottoposti a torture di ogni genere. Tornano anche i nomi, che sono rimasti nella memoria, nonostante siano così numerosi e la mia memoria sempre meno capiente. Piazza Rovetta, per esempio, dove nella notte del 13 novembre del’43 una squadra di fascisti si diresse per compiere una rappresaglia. Il comandante aveva una lista di nomi in mano. Il primo, Arnaldo Dall’Angelo. Che abitava nella casa d’angolo fra corso Mameli e Rua Sovera. Poi, Gaetano Perinelli, ammazzato per sbaglio al posto di Giuseppe Andrini. E dopo, Rolando Pezzagno, ammazzato sul marciapiede di via San Faustino dove inizia lo slargo di Piazza Rovetta. I corpi rimasero sul selciato fi no al mezzogiorno successivo quando un camion li portò alla fossa comune del cimitero… Alla caserma “Randaccio”, dalle parti di Via Tartaglia – dove alla fi ne degli anni 70 noi ragazzi di una volta andavamo a fare “i tre giorni” della visita di leva – il 24 febbraio alle 8,20 vennero giustiziati Mario Bettinzoli e Giacomo Perlasca, partigiani delle Fiamme Verdi. Anche in una caserma lì vicina, la “Ottaviani”, vennero trucidate più persone. Il 6 gennaio del ’44, Umberto Bonsi, Nadir Gambetti, Ferruccio Franchi. Il 27 gennaio, Francesco Cinelli.

 

Il 16 settembre, Pietro Albertini, Emilio Bellardini, Santo La Corte, Paolo Maglia, Luigi Ragazzo e Tita Secchi. In Castello, all’alba del 24 marzo del’45, fu fucilato Giacomo Cappellini. Il 26 aprile del ’45, durante l’assalto alla guarnigione nazifascista asserragliata nella caserma Arsenale di via Crispi, venne colpito e ucciso da raffi che di armi automatiche sparate da militi delle Brigate Nere. Aveva trentasei anni ed era operaio e socialista. Il 25 aprile del’45 i tedeschi massacrarono di botte fino alla morte, davanti agli occhi del figlio di dieci anni, Lucrezia Girelli, una cuoca che sottraeva dai viveri requisiti dalla X Mas un po’ di cibo da far pervenire ai partigiani in Maddalena. All’angolo tra Viale Venezia e Via Castellini, dove c’è l’Istituto Pavoni, venne trucidato Bruno Venturini, partigiano della 122ma Brigata Garibaldi; da quelle parti, nella zona del Rebuffone, lungo una strada che oggi porta il suo nome venne, venne colpito gravemente il partigiano Giuseppe Usanza, diciassette anni appena, che morì pochi giorni dopo per le ferite, dopo aver ripreso conoscenza, ma senza mai parlare. Ai Ronchi, su un sentiero in zona del Goletto, il 27 marzo del ’45 venne ammazzato Piero Lanfranchi. In viale Sant’eufemia il 18 marzo del 44 venne ammazzato Marino Micheli.

 

Alla “Piazza d’Armi” del Villaggio Violino, il 31 dicembre del ’43 vennero uccisi Ferruccio Lorenzini, Giuseppe Bonazzoli, Renè Renault, Costantinos Jorgin. Alla Stocchetta, dove c’è la Levata, l’11 marzo del ’45, Armando Lottieri , ufficiale di collegamento delle Brigate Garibaldi. Il 26 aprile del ’45, dalle parti di Via Corsica, vi fu uno scontro a fuoco fra un reparto di SS che proveniva da Castelmella ed un gruppo di partigiani: morirono Dante Abbiati, Dante Brondini,Francesco Lodrini e Francesco Lumini. E altri ancora ce ne furono, ma forse, così come ora non c’è più posto su questa pagina, non è più tempo nella memoria collettiva dell’oggi. E mi dispiace. Anche se nel 2018, “bellezza”, “Bella Ciao” la cantano i gruppi rock a tempo di reggae davanti a giovani col pirlo in mano, mi piace ricordare i miei di tempi, quando la si cantava “alla vecchia”, così come ce l’avevano insegnata i compagni di tutti quegli eroi morti anche per la nostra libertà.

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Il racconto dell’Ultimo dell’Anno al Lago
17 Aprile 2018 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

8 aprile  2018

Lago di Garda

 

In un racconto pubblicato precedentemente ho già scritto di come il Lago di Garda per i bresciani di terra fosse dotato, almeno in parte, di quella potente fascinazione normalmente posseduta da posti più lontani e meno a portata di mano. Ed infatti, arrivandoci, sembrava proprio di essere finiti, “minimo – minimo”, al mare, tipo in quel di Romagna (all’epoca in Italia non erano ancora esplose le mode espanofile per i ragazzi in cerca di divertimento puro, anche perché in Spagna c’era ancora il fascista Francisco Franco ad opprimere ogni aspirazione libertaria).I fattori che favorivano quella nostra percezione improntata ad un’ autoinganno della stessa natura dell’esotismo salgariano erano molteplici. Innanzi tutto, l’ampia offerta di divertimenti fra i più vari che il lago offriva in esclusiva. Poi il clima che, salvo lo stretto necessario dei più freddi mesi invernali, era costantemente mite e tendente al caldo, fino a quando esplodeva in estati che non finivano tanto facilmente.

Un altro significativo elemento straniante era la presenza di numerosi turisti, intere tribù familiari o consistenti gruppetti di giovani del tutto autonomi e padroni di se stessi, che provenivano prevalentemente dal Nord Europa (Germania e Olanda in particolare) e che quindi introducevano usi e modi molto più “moderni” rispetto a quelli elementari di noi ragazzi che saremmo stati per sempre provinciali, oltre che idiomi quasi del tutto sconosciuti (prima di allora, gli ultimi a parlare tedesco sul nostro suolo erano stati i “Tuter” nazisti durante l’occupazione nella Seconda Guerra) e abitudini trasgressive: dall’uso delle droghe leggere che personalmente ho appreso da una ragazzetta olandese che se n’era arrivata in un camping di Padenghe carica di joint – quelli che ora si chiamano “cannoni”- acquistati già confezionati in qualche Coffee Shop di Amsterdam, fino alla immediata disponibilità a qualche traffico di natura erotica, bastava semplicemente averne voglia, ché non è che dopo qualcuno doveva sposare qualcuno, ma semplicemente se ne tornava da dov’era arrivato. La conferma che il Lago di Garda fosse un “lontano” eppure facilmente raggiungibile era data anche dalla presenza di numerose seconde case di proprietà dei bresciani più abbienti: la proprietà della villa sul Garda – qualsiasi dimora, sul Garda, diventava “villa” – (magari insieme al motoscafo ormeggiato in qualche porticciolo “esclusivo”), era un must per imprenditori e professionisti di Città e hinterland che potevano così trascorrervi week end da esibire nelle cronache salottiere infrasettimanali. Ogni tanto ci facevano delle feste alle quali invitavano anche amici e conoscenti meno intimi: la claque.

 

Capitò anche a me d’essere ospite di un costruttore bresciano fra i più noti in virtù della mia condizione sentimentale: giovanotto di (ancora) belle speranze, all’epoca avevo imbastito una storia sentimentale con una donna più grande, una bionda nei paraggi dei quaranta, piuttosto appariscente concupita da molti di coloro che proprio per questo ci invitavano e che, col senno di poi – e temo di non sbagliarmi – in alcuni casi probabilmente, e a mia insaputa, ne avranno goduto le grazie. Sostanzialmente costituivo la tara (nel senso di peso) della signora e per gli anfitrioni era un po’ come quando si andava dal droghiere a comprare il prosciutto crudo e si era costretti a pagare allo stesso prezzo, in assenza di bilance “ intelligenti”, anche la carta che l’avrebbe avvolto. Inconsapevole delle vere ragioni dell’invito mi ritrovai così a festeggiare l’ultimo dell’anno in una magione davvero di alto livello nei paraggi di quella prima, seconda e pure terza casa, e Museo e Tempio e scannatoio del Vate nazionale che è il Vittoriale, a Gardone. Appena giunto mi sentii subito fuori posto in mezzo a quei professionisti affermati – accompagnati da consorti avvenenti, tintinnanti e irraggiungibili – dei quali almeno un paio avrebbero poi avuto anche un qualche futuro politico. Quando talvolta incontro per le strade di Brescia quelli dei quali divenni davvero amico, ancora ci ridiamo su, pensando alla mia ingenuità giovanile (ma ci accomiatiamo rattristati dalla misurazione della velocità con cui è passato così tanto tempo ma questo è un altro discorso…).

Ma tornando ad allora, l’agitazione causata da un rendez vous che non era propriamente una “cena”, ma bensì, in tutta evidenza, un “ricevimento”che si declinava quindi secondo regole e comportamenti per me inusuali e rispettosi di “un’etichetta” per me sconosciuta, unita alle abbondanti libagioni, quella sera mi fece uno strano scherzo e andò a colpirmi direttamente nelle zone meno nobili del mio corpo, ancora efebico come quello di un incerto Tadzio spedito in territorio nemico. Era la mia pancia a sottolineare la totale incongruenza della situazione e, cercando di contenere le ineluttabili rumorosità che erano in agguato dentro ai miei calzoni nuovi, mi trovai costretto a chiedere ad un cameriere, con una malcelata urgenza, dove fosse la toilette (“gabinetto” mi sembrava troppo popolare, “servizi “troppo scolastico e “cesso” troppo trasgressivo). Il padrone di casa, forse per allontanarmi il tempo necessario per almeno iniziare l’assalto alle virtù della mia “fidanzata” si intromise e con magnanimità ordinò: “Accompagnalo in quello del piano superiore dove nessuno andrà a disturbarlo”: mi colse così la certezza che mi si leggesse in faccia la disperazione per i sintomi violenti di un’evacuazione che si annunciava mastodontica. Salite le scale mi ritrovai in un confettino di gabinetto simile a quello di un boudoir, piccolo e a tinte tenui, che presumo fosse la prima volta che veniva utilizzato da un culo proletario come il mio.

Affannosamente ne usufruii con grande soddisfazione ricavandone poi un momento di pura estasi. Ma era un waterino da niente, più che una “tazza” una “tazzina”, e probabilmente lo sciacquone era stato costruito con evidente sfiducia nelle capacità produttive del corpo umano: del resto i ricchi possono permettersi di mangiare poco, e solo roba salutare, e quindi non è del tutto incongruo pensare che le loro deiezioni siano coerentemente minute. Non così le mie, per le quali si rivelò del tutto inefficace l’anemico scroscio d’acqua che scivolò delicatamente lungo le pareti del sanitario. Fortunatamente prima di uscire mi accorsi dell’oggetto granitico che dal centro del water mi fissava trionfante, sopravvissuto all’aggressione. Ingenuamente cercai lo scopino, per frantumarlo e disfarmene più facilmente, ma ovviamente in quel bagno non ce n’era traccia, così come non c’era traccia di altro all’infuori di un asciugamanino da niente, quelli che si usano per asciugare mani mai state davvero sporche. La situazione rischiava di sfuggirmi: certo è che non sarei mai uscito da lì lasciando la prova schiacciante della mia insufficiente condizione sociale.

E si aggravò quando sentii bussare discretamente alla porta: il panico si impossessò di me quando sentii la voce vellutata del cameriere “il Signore si stava chiedendo se andasse tutto bene”. “Benissimo, stavo proprio scendendo” dissi con sicurezza e poi, come spesso succede ai figli del popolo quando si trovano in situazioni difficili, individuai una via d’uscita sbrigativa, elementare anche se non proprio aristocratica. Mi arrotolai la manica della camicia nuova e, con la punta delle dita protette dal modesto asciugamanino, raccolsi la mia produzione (peraltro compatta e granitica come un battaglione di Stalin) e la lanciai dalla finestra, ovviamente microscopica. Non so se quel singolare Ufo arrivò fin dentro al parco del Vittoriale, ma so che volteggiò a lungo nel cielo buio e mentre guardavo le stelle mi stupii al pensiero di come la facilità nel liberarsene dipenda sia dalla natura degli stronzi che dalle nostre capacità di affrontarli. Poi, come un sopravvissuto, scesi alla festa con aria innocente. E mi ubriacai per benino.

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Il racconto del bambino pauroso che guarì a Pasqua
6 Aprile 2018 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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1 aprile  2018

Franciacorta

 

 

La Pasqua mi ha sempre affascinato per il messaggio di fiducia che regala. Ci informa che non sempre è vero che si muore, e che, se succede, si può rinascere. Ci dice, perciò, che non è vero che per forza saremo condannati a ciò che siamo: ciò che non ci piace, si può cambiare. Sempre. Una rinascita, appunto. E se si può rinascere una volta , si può rinascere tante. Tutte le volte che serva. Talvolta il motore dei cambiamenti è incerto. A volte può sembrare incongruo, o un fatto apparentemente irrilevante. Oppure , una persona ruvida e sbrigativa. Semplice. Che semplifichi. Questa è la storia di un bambino della Franciacorta che aveva paura di tutto e cominciò ad abbandonarle, quelle paure che lo rendevano diverso, grazie ad un professore di ginnastica dai modi spicci. Nella scuola media dei primi anni Settanta gli insegnanti del proprio ruolo pensavano fosse più una “missione” che un semplice e mal retribuito “lavoro”. Magari qualche errore l’avranno commesso, ma, credo, sempre all’insegna della buona fede.

Quando oggi leggo di genitori che denunciano o aggrediscono professori rei d’aver redarguito troppo pesantemente i loro “diletti pargoli” oppure, di telecamere installate dalle forze dell’ordine per “stanare” pericolose maestre distrutte da un’intera vita professionale nella trincea di infanzie spesso sopravvalutate, mi viene nostalgia degli schiaffoni che ai nostri tempi maestri e professori distribuivano con prodigalità e con il consenso sottinteso e il plauso delle famiglie. E penso che se quegli alunni fossero andati a lamentarsi con i genitori, nella maggior parte dei casi avrebbero ottenuto un surplus di schiaffoni paterni tanto per confermare il pieno sostegno alla Scuola che era un luogo dove bisognava anche imparare il rispetto, dove c’era una gerarchia, dove c’erano sì i gradassi -che non erano ancora diventati “bulli” oggi equiparati dai giornali a pericolosi serial killer- ma che era anche il luogo dove si imparava a crescere. Ma tornando a quel bambino , aveva paura in particolare delle altezze. E degli spazi bui. E dei salti nel vuoto. Soffriva a staccarsi dal suolo e gli venivano pure le vertigini.

La palestra della vecchia scuola media era ricavata da un ex- teatrino parrocchiale nel quale erano sopravvissuti un palcoscenico in muratura ed una scenografi a costituita da un balconcino in legno. Una delle prove amate dal professor S.E. consisteva nel metterci un saccone sotto il balconcino dal quale gli alunni dovevano saltare: il salto sarà stato un due metri e mezzo e divertiva tutti i ragazzi, meno uno. Quel ragazzino timido ad ogni nuovo tentativo partiva con una rinnovata determinazione convinto che stavolta ce l’avrebbe proprio fatta, ma ogni volta nell’affacciarsi dal parapetto traballante vedeva davanti a sé un abisso e si rifiutava di saltare. E il professor S.E che di fronte a qualsiasi genere di criticità dei suoi alunni si faceva punto d’onore di intervenire per risolverla, non riusciva a inventare un modo per far ritrovare al bimbo timido quel po’ di coraggio leggero e di quell’incoscienza svagata che dei bambini dovrebbe essere compagna fedele.

Forse era un po’ un “machista” il buon professor S.E., però voleva un bene autentico ai suoi ragazzi e la cosa che più desiderava al mondo era farne adulti “ a posto”, come si diceva allora, e responsabili e scacciarne le insicurezze. Come capitava a molti bambini un po’ sfigati, quel ragazzino che pure non era occhialuto e ingobbito aveva delle passioni piuttosto eccentriche considerata l’età. In particolare la collezione di francobolli. Ne aveva di tutti i tipi. Ne amava i colori e le forme. Ne parlava a chiunque. Ne aveva parlato anche a scuola durante l’intervallo, mentre casualmente transitava nei paraggi il profe di ginnastica. Che aveva sentito tutto. L’ultima ora del mercoledì precedente la Pasqua era quella di ginnastica. L’ultima ora prima delle vacanze. Ordinatamente i ragazzi entrarono in palestra al seguito dell’insegnante in tuta d’ordinanza con fi schietto appeso al collo. In mano aveva il registro. E una misteriosa busta gialla. Come al solito dedicò i primi minuti al riscaldamento muscolare. In palestra il fi schietto lasciava scie sonore che perforavano i timpani. Ma fra poco si sarebbe andati a casa, per una intera settimana. La bella stagione si annunciava con il solito sorprendente vigore. I ragazzi erano contenti: non sembrava più nemmeno di scuola, quell’ora lì.

Al termine degli esercizi preliminari il professore radunò l’intera classe attorno alle pertiche: erano alte sette o otto metri, e terrorizzavano il ragazzo timido perché arrivavano fino al soffitto. Lui ci aveva provato più volte a salirci, ma arrivato a metà, sbirciando verso il basso si accorgeva del baratro mostruoso e, sconvolto da quel punto di vista insolito che lo rendeva incerto, se ne scendeva mestamente. Anche quel giorno, quindi, sudò freddo. Il professor S.E. gli porse il registro. E poi aprì la busta. Ne trasse una confezione di francobolli di paesi lontani, dalle forme ampie e dai colori più sgargianti si fossero mai visti. “Questi sono per te, da parte mia e dei tuoi compagni”. Il ragazzo timido allungò la mano per prenderli. Il professor S.E. li rimise nella busta e disse: “Naturalmente te li devi andare a prendere: è così che funziona la vita”. E con un balzo e poche bracciate raggiunse la sommità delle pertiche dove appoggiò la busta sul sostegno in ferro vicino al soffi tto. Scese e intimò alla classe: “Corsettaaa!” e tutti cominciarono a correre lungo il perimetro della palestra. Tutti meno il ragazzino che dal basso guardava quella busta collocato nel più alto dei cieli, quello che sovrastava le sue paure ed era gialla come un sole psichedelico ed inquietante, e tentatrice come il serpente traditore. Non sapeva che fare, mentre apparentemente nessuno si curava più di lui.

Che così pensò valesse la pena di provarci, senza dare nell’occhio. E cominciò ad arrampicarsi per andare a prenderseli quei francobolli del cazzo. Nessuno lo stava ad osservare, eppure quando fu tentato di sbirciare verso il basso fu raggiunto dalle voci“… non guardare giù, per dio! Guarda in alto. Vai , cavolo!” E il ragazzino salì fino in cima. E non fu facile stare aggrappato alla pertica con una mano sola mentre con l’altra prendeva la busta. Ma non avrebbe più dimenticato l’applauso che gli rivolsero i suoi compagni, né, quando fu sceso, la stretta di mano del professor S.E. E allora pianse lacrime calde, mentre stringeva in mano i suoi francobolli che talvolta, anche adesso che ha sessant’anni, prende in mano per ricordarsi che bella storia sia la vita. E quante sorprese possa riservare. So che sei da qualche parte ancora nel mondo, professor S.E., solo un po’ più acciaccato: tanti auguri di buona Pasqua a te. E grazie di tutto.

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Il racconto dell’ebrea in fuga e del fascista di buon cuore
29 Marzo 2018 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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18 marzo  2018

Bassa Bresciana

 

 

Edith B. era una bella, brava e ricca bambina austriaca e viveva in uno dei quartieri più esclusivi di Vienna. Il padre, infatti, era proprietario di una grande sartoria nel pieno centro della città e, grazie al lavoro di una ventina di dipendenti, riusciva a soddisfare i desideri della clientela più esigente e a riservare un alto tenore di vita alla sua famiglia. Edith e la sorella, così, imparavano come comportarsi nella società borghese, apprendevano l’inglese e il francese grazie a due istitutrici e acquisivano le buone maniere e la dolcezza d’animo dalla madre. Si può dire che il suo futuro fosse già definito in tonalità pastello e che Edith dovesse semplicemente impossessarsene. Quando, però, intorno alla metà degli anni Trenta la questione dell’annessione dell’Austria alla Germania, aperta da decenni, cominciò ad avviarsi rapidamente verso la soluzione militare che, nel 1938, si sarebbe concretizzata nella “Anschluss” nazista, Edith B e i suoi non furono più soltanto una ricca famiglia molto ben inserita nella fascia sociale medio alta della città. Di colpo divennero soprattutto un branco di ebrei indesiderabili per i quali l’aria diventava sempre più irrespirabile e la permanenza in una città filonazista sempre più pericolosa.

Consapevoli del rischio che avrebbero corso rimanendoci decisero di lasciare l’Austria e di trasferirsi con l’azienda a Fiume dove in precedenza, per gli stessi motivi , già erano approdati alcuni parenti. Per qualche tempo la famiglia B. prosperò a Fiume esattamente come aveva fatto in precedenza a Vienna, ma all’alba di una triste mattina del 1941 i fascisti circondarono la loro abitazione e prelevarono il padre che venne internato in un campo di prigionia in provincia di Cosenza. Dopo solo cinque giorni a Edith, sua madre e sua sorella venne recapitato un foglio di via con destinazione obbligata per Viterbo. Consapevole di dover comunque abbandonare tutto ciò che possedevano in balìa di chiunque, la madre di Edith, non senza prima averne spiegato le ragioni, regalò a tutti i dipendenti della sartoria la macchina sulla quale avevano lavorato. Allo stesso modo, divise equamente fra loro anche tutto il magazzino dei tessuti e delle stoffe. Alla mattina, quando si recarono alla stazione per salire sul primo treno, le donne trovarono i loro operai che fecero loro dono di tutti i pochi soldi che erano riusciti a racimolare.

Arrivate a Viterbo ci rimasero giusto il tempo perché le autorità decidessero di inviarle presso un campo in provincia di Cosenza dove avrebbero potuto ricongiungersi al padre; dopo due anni circa quel campo venne chiuso per un’epidemia di tifo e malaria, e l’intera famiglia sfollata venne inviata a Casazza, in provincia di Bergamo. Di quel lungo viaggio in treni luridi (così come della permanenza a Viterbo) quando ne avrebbe parlato ormai anziana Edith avrebbe ricordato le bellezze dell’Italia e anche il calore della maggior parte degli italiani (“Gli italiani erano molto umani, mentre gli austriaci erano stati cresciuti nel segno dell’antisemitismo che avevano succhiato col latte”, avrebbe raccontato in un’intervista improvvisata con voce era ancora sognante, sessant’anni dopo, mentre ricordava l’Italia e, avendola scampata, svalutava le proprie disgrazie). A Casazza conobbe un brigadiere dei carabinieri che era sposato con una di Pontevico che abitava alla cascina Casella. L’uomo si prese a cuore il destino di quella povera famiglia ebrea. Pochi minuti dopo che nazisti – che dopo l’otto settembre avevano occupato il nord Italia – gli avevano dato l’ordine da eseguire il giorno dopo all’alba, di andare ad arrestare gli ebrei per trasferirli in Germania, il carabiniere si precipitò ad informare Edith B. del pericolo imminente, intimandole di scappare da qualche parte insieme ai suoi.

Ma lei gli rispose che non sapeva proprio dove andare. “Vai alla cascina Casella di Pontevico a nome mio, là qualcuno vi aiuterà”. Così le donne ebree partirono immediatamente, nel giro di qualche giorno raggiunsero a piedi la località della Bassa Bresciana, chiesero di quella cascina e là davvero trovarono aiuto: la cosa che potrebbe apparire incredibile è che protezione e sostegno le trovarono soprattutto nella persona di un’ autorità locale del regime fascista, persona piuttosto in vista a Pontevico che già s’era incaricata, peraltro, di nascondersi in casa un parente che aveva deciso di non presentarsi alla leva della Repubblica di Salò. Le donne rimasero alla cascina Casella fi n che poterono, ma poi il loro protettore pensò desse meno nell’occhio farle andare presso la casa di un Ordine di suore laiche sempre della zona di Pontevico, dove avrebbero lavorato come apprendiste di sartoria (e che apprendiste di lusso,loro che in una sartoria di altissimo livello c’erano cresciute). Cercavano di raggranellare qualche soldo anche insegnando qualche nozione di tedesco, facendo bene attenzione a celare la propria provenienza: Edith fingeva di essere un’italiana che conosceva “abbastanza bene” quella lingua il cui uso diventava ogni giorno più necessario per tutti.

Ma la sorella una sera, mentre insieme ad altre donne lavorava intorno al tavolo, a proposito del fatto che la stufa stava affumicando i presenti si lasciò sfuggire un’espressione che insospettì una delle presenti. Disse infatti che “domani riceverete tutte un bel mal di testa”, un verbo del tutto incongruo in italiano, quel “ricevere”… Visse altre vicende apparentemente inverosimili, come il fortuito incontro con un ufficiale della Wehrmacht che per quelle inspiegabili coincidenze che affollano le nostre esistenze altri non era se non il suo vicino di casa di quando era ragazzina a Vienna. La riconobbe, ma non la tradì ed anzi le confessò che ormai aveva abbandonato la fede nazista e tirava avanti in attesa che la guerra finisse e nel terrore di essere inviato sul fronte russo. La situazione ormai si era fatta pericolosa anche a Pontevico per Edith B. che decise quindi di trasferirsi a Brescia.

Grazie al suo protettore, tuttavia, poté farlo con in tasca dei documenti falsificati e la tessera del Partito Fascista Repubblicano. E a Brescia trovò un impiego come interprete e traduttrice alla OM, che all’epoca costruiva i motori per i sommergibili nazisti. Edith B. si ritagliò un ruolo significativo nell’azienda anche se, nello svolgimento di quelle mansioni, talvolta inseriva volontari errori di traduzione veniali e del tutto giustificabili in una pur brava interprete, ma ”italiana”. Finalmente arrivò il giorno in cui le riuscì di fuggire in Svizzera. Ed alla fine fu una fra i tantissimi ebrei sopravvissuti che a bordo di navi stracariche riuscirono ad approdare alla loro “Terra Promessa”, in quei territori che, sottratti ai Palestinesi , vennero riservati allo Stato d’Israele mediante una risoluzione dell’ ONU dal 1948. In quella terra dove Edith B., finalmente definitivamente in salvo, fece piantare un albero in memoria di Pontevico, dei suoi abitanti e di quello strano ed indimenticabile fascista e brav’uomo che la protesse e contribuì a salvarle la vita.

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Il racconto del passato che istruisce
20 Marzo 2018 In Geografie della memoria No Comment

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Di Roberto Bianchi

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4 marzo  2018

Sirmione Desenzano

 

 

Paene insularum, Sirmio, insularumque ocelle, quascumque in liquentibus stagnis marique vasto fert uterque Neptunus, quam te libenter quamque laetus inviso, vix mi ipse credens Thyniam atque Bithynos liquisse campos et videre te in tuto. …Salve, o venusta Sirmio, atque ero gaude: gaudete vosque, o Lydiae lacus undae: ridete, quicquid est domi cachinnorum! (Con quale gioia e felicità ti rivedo Sirmione, gioiello delle penisole e delle isole, fra tutte quelle che il duplice Nettuno accoglie nei chiari laghi e nei vasti mari! A stento credo di aver lasciato la Tinia e le terre bitinie e di rivederti fuori da ogni pericolo. …Salve, o bella Sirmione, gioisci del tuo signore; e gioite voi, o Lidie onde del lago: risuonate, risate tutte della casa!) Carme 31 – Catullo

 

…e io mica lo potevo immaginare che i frequentatori di questi brevi racconti domenicali fossero interessati a leggere anche di storie più direttamente ancorate alla Storia. Non solo di osterie ed esorcismi, quindi, o di puttane sulle statali e di dissolutezze notturne, ma, dai commenti ricevuti da alcuni fra i miei “venticinque lettori”, sembra che possa venir apprezzata anche qualche incursione che, pur senza avere la pretesa d’essere frutto di un lavoro di autorevole ricerca storica, contribuisca in modo “leggero” ad affrontare temi di Storia non solo locale. Scrivendo delle terre intorno al Lago di Garda, in uno dei primi racconti dell’anno scorso, abbiamo raccontato di Feltrinelli e di periodi bui e tragici visto che proprio a Salò ebbe sede quella trista e ridicola repubblichetta agli ordini di Hitler mediante la quale un duce esausto e alcuni gerarchi disperati tentarono un’impossibile sopravvivenza, tradendo ancora una volta quegli italiani che ci credettero e provocando con ciò ulteriori lutti ,dolore e morti. Se invece di aggirarci per Salò fra i segni sopravvissuti da quel periodo tragico, si percorre il perimetro del lago e ci si sposta più a sud,approdando a Desenzano prima e alla penisola di Sirmione poi, si potranno trovare, fra l’altro, i resti di straordinaria bellezza – oltre che di indiscussa importanza storico/archeologica – di quell’epoca Romana alla quale, sia pure nella sua fase Imperiale, il duce e i fascisti ridicolmente si richiamarono con la loro retorica da quattro soldi così propria degli imbroglioni professionali quando siano anche ignoranti qualificati.

E’nel centro storico di Desenzano che si trova la Villa Romana che venne casualmente scoperta nel 1921, quando, durante le operazioni di scavo per le fondamenta di una nuova costruzione, vennero alla luce dei mosaici policromi. I lavori vennero immediatamente sospesi e iniziò quindi l’operazione di recupero archeologico dell’edificio, costruito alla fi ne del I secolo a.C. – anche se la parte oggi visibile risale alla prima metà del IV secolo d.C.- che portò all’individuazione di ben tre distinti settori . Il primo è affacciato sul lago; vi si trova un vestibolo ottagonale pavimentato con mosaici geometrici, che era adibito a luogo di intrattenimento per gli ospiti della Villa. Venne restaurato tra il 1928 e il 1930 quando le strutture e i mosaici avevano ormai già subìto un importante deterioramento. Nel secondo si possono vedere l’abside di un grande vano con pavimento marmoreo, e ancora altri vani con pavimento a mosaico. Si presume che l’insieme di questi vani fosse adibito a riunioni e a molteplici attività di svago. Il terzo settore, caratterizzato da pavimenti marmorei e da sistemi di riscaldamento a terra e nelle pareti, probabilmente aveva una funzione termale. Questa costruzione architettonica, per i turisti del Lago,è meno nota della “parente” di Sirmione, forse perché meno suggestiva, ma rimane comunque la più importante testimonianza archeologica delle grandi villae tardo antiche nell’Italia settentrionale .

La “parente” di Sirmione, nota come “Grotte di Catullo”, è una villa romana edificata tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C. ed è l’esempio più imponente presente nell’Italia settentrionale. La sua denominazione, del tutto arbitraria, sembra risalga al Quattrocento, quando la riscoperta delle liriche di Catullo suggerì il collegamento del poeta con quei resti visibili anche se largamente interrati e coperti da vegetazione tanto da sembrare caverne. Nessun elemento certo, tuttavia, sostiene quell’ipotesi. Nel XVI secolo, oltre a molti altri viaggiatori illustri, anche il celebre Andrea Palladio vi compì una visita per studiarne i resti soprattutto sotto il profilo delle tecniche di costruzione. I primi studi più approfonditi, tuttavia,furono effettuati solamente nel 1801 dal generale La Combe St. Michel, comandante d’artiglieria dell’esercito di Napoleone Bonaparte. Successivamente fu il conte veronese Giovanni Girolamo Orti Manara che eseguì scavi e rilievi, pubblicati nel 1856, ma ancor oggi fondamentali.

 

Nel 1938 venne avviato un ampio programma di scavi e restauri, mentre nel 1948 venne acquisita dal demanio l’intera area per permettere sia una più adeguata tutela del complesso che una maggior protezione del suo circostante ambiente naturale. Per quanto mi riguarda mi piace stare ad osservarla da lontano, dalla sponda del lago, meglio se questo avviene in una giornata autunnale di quelle grigie e tristi in cui anche l’acqua che mi distanzia assume i colori del dolore. E’ una visione istruttiva che mi aiuta a ritrovare, qualora il chiasso della contemporaneità me l’avesse fatto dimenticare, la consapevolezza della nostra condizione di provvisorietà, che ci fa comodo non considerare e che perciò cerchiamo di scacciare in ogni modo. Ed infatti anch’io, dopo un po’, quando il pensiero diventa insostenibile tanto da rendere pesante il respiro, volto le spalle alla visione di quel che resta di un passato così lontano e rientro velocemente nel mondo della Contemporaneità. Ci sono ottimi bar,lì attorno, ed un bicchiere di vino bianco può costituire un significativo soccorso.

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Il racconto della fiera delle bestie e di un illustre compleanno
20 Marzo 2018 In Geografie della memoria No Comment

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Di Roberto Bianchi

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25 febbraio  2018

Montichiari

 

 

Montichiari anche quando ero piccolo e non sapevo nemmeno dove fosse con precisione, più che come uno dei tanti paesotti della provincia me lo sono sempre immaginato come una città. Era lontano, Montichiari, fuori portata e senza particolarità che mi incuriosissero, una zona della Bassa in cui Brescia era già terminata e Mantova non era ancora iniziata. Poi, più o meno una ventina d’anni fa, ho cominciato ad andarci. Dapprima per visitare (e organizzare) esposizioni di arte visiva nell’ambito della Mostra Mercato Nazionale di Arte Contemporanea che si teneva annualmente al Polo Fieristico, un grande complesso espositivo che si trova arrivando da Brescia sulla destra. L’insediamento, anche se ormai vi svolge di tutto, era (ed è) famoso soprattutto per la fiera del bestiame, di rilevanza internazionale, in totale coerenza con la tradizione agricola e zootecnica che da secoli caratterizzano questa zona. In quella rassegna si trovava tutto quanto facesse parte dell’intera filiera, dalle macchine, ai prodotti, agli animali stessi: bovini, equini, suini. Di tutto. Mangimi. Colture.

Venivano organizzati persino convegni di specialisti. E il pubblico dei visitatori era composto in gran parte da addetti: uomini semplici, allevatori, mediatori; reggimenti di scarpe grosse che portavano in giro cervelli fini. Il cambio di scenario, rapido quanto traumatico e spaesante, aveva luogo quando, solitamente ai primi di ottobre, arrivavano le Gallerie d’Arte con le loro proposte. Naturalmente cambiava anche il segmento di pubblico interessato: mercanti, esperti, sedicenti connaisseur, individui piuttosto facoltosi corteggiati insistentemente da eccentrici galleristi. Sulle moquette bordeaux stese per l’occasione, plotoni di scarpe raffi nate portavano a spasso gente, in molti casi, con la puzza sotto il naso. Rido fra me e me a vent’anni di distanza ricordando ancora di quella volta che all’inaugurazione dell’Expo la puzza più che “sotto” il naso era “dentro” i nasi sconvolti di quelle persone accorse per l’occasione e così sensibili da sentirsi “elette”, capaci di incuriosirsi per un falso Schifano, sollecitate da un incerto Romolo Romani e persino, talvolta, in grado di apprezzare un autentico Teomondo Scrofalo.

Forse fu la persistenza dello stallatico della fiera precedente e appena conclusa (si sa, sono resistenti assai le cose popolari) forse le pulizie non svolte nel più meticoloso dei modi, forse mossa da un venticello birichino, o forse a causa di una mano divina e pietosa che offrì l’occasione per riflessioni sincere sui materiali che, in fondo, compongono e caratterizzano la vita di ciascuno, resta il fatto che la puzza di merda che ammorbava i vastissimi ambienti era persino imbarazzante, non se ne andava proprio e rendeva le facce allibite dei presenti degne di comparire in un film di Bunuel sull’impossibilità della borghesia di soddisfare i propri desideri, nello specifico quello narcisistico di autorappresentarsi comme il faut. Provai una sinestesia contraddittoria e divertente. Indimenticabile. Sono tornato anche anni dopo in quella struttura, per portarci i miei bambini. La fiera stavolta si chiamava Seridò ed era un enorme Paese dei Balocchi dove, una volta pagato il biglietto d’ingresso (piuttosto significativo, peraltro), migliaia di marmocchi potevano passare ore e ore utilizzando ogni tipo di gioco.

Una fiera bellissima, dunque, dal quel punto di vista che è collocato a circa un metro dal suolo. Sotto un caldo devastante, soprattutto nei momenti di passaggio da un padiglione all’altro, pattuglie di genitori spossati e costantemente sull’orlo di pericolose crisi nervose scortavano i propri pargoli, le loro così meravigliose creature, quegli angioletti, quei putti e tesorini fino a poco prima delicati e raffaelleschi e che ora, come tanti mister Hyde, improvvisamente scoprivano i propri risvolti più inquietanti trasformandosi in nazisti incontentabili, avidi e feroci; in esigenti vampiri mai sazi a sufficienza del sangue costituito dalla pazienza che i genitori inutilmente trasfondevano nelle loro bocche voraci e in quelle loro arterie smisurate che non si riempivano mai del tutto. Perfino la non indifferente quantità di denaro che investivamo in cibarie, dolcetti, souvenir, varie inutilità riuscivano a placare quei piccoli Hitler. Mai me ne sono andato via, ormai esausto, senza rivolgere almeno un embrione di pensiero affettuoso allo sbrigativo Erode. Il tempo è passato, i nostri bambini sono cresciuti mentre noi siamo invecchiati e ci ritroviamo spesso ad essere dei brontoloni che i comportamenti di coloro che dovremmo aver reso ormai adulti non li possono tollerare.

È un ciclo così: i vecchi hanno una sorta di invidia rancorosa verso i giovani, così radicale che a volte compromette nei primi la capacità di riservare sguardi sereni ai secondi. Tuttavia, consapevole di correre dei rischi, penso che talvolta le nostre ostilità un fondamento di verità ce l’abbiano oggettivamente. Un ingiustificatamente celebre intrattenitore da magazine li ha definiti “Gli sdraiati”, mentre un già dimenticato Ministro della Repubblica li ha qualificati come “bamboccioni” quegli sconosciuti che in un angolo delle nostre case si dibattono nel perimetro del loro smartphone, in attesa di recarsi a qualche after, o in qualche centro commerciale, o in qualche “disco”, spesso spensierati in quanto esenti da qualsiasi pensiero maturo ed essenzialmente protesi a sottrarre, senza troppa fatica, trofei da poco: non sono sempre accattivanti i marziani che una volta sono stati i nostri bambini. Non credo possiamo dirci esenti da responsabilità noi che fin da piccoli li abbiamo autorizzati a considerarci ostaggi. Non credo che i sorrisi beoti con cui li abbiamo coccolati per anni, l’orgoglio con cui abbiamo esaudito qualsiasi loro desiderio ancor prima fosse del tutto formulato non abbiano concorso a causare uno spaesato popolo di infelici animati da desideri effimeri, superficiali ed interscambiabili e pur tuttavia esenti da passioni incendiarie. Inclini alla festa e non all’attesa.

Inclini al riposo senza una fatica che lo giustifichi Divagando a proposito di Montichiari, di bambini che son diventati adulti e di anziani, per una libera e perciò inspiegabile associazione d’idee il pensiero approda ad un anziano (e bambino lo sarà stato pure lui!) monteclarense fra i più illustri, Aldo Busi. Penso alla sua di infanzia, fatta di povertà da cui sfuggire. Penso alla vicenda umana di un giovane provvisto del coraggio di prendere i propri quattro stracci e andarsene per il Mondo a impararlo per impadronirsene, dotato unicamente di un’innata abilità nella scrittura e di una predisposizione alla fatica e all’impegno che gli permetteranno di catturarsi la vita che ha preteso per sé. Penso che talvolta fortifichi di più la siccità che il concime. E penso a quei fi ori “matti” che talvolta si vedono sbucare fra interstizi nelle spianate di cemento. Difficile per un fiore prosperare in quelle condizioni, ma se ci riuscirà credo non dovrà temere nemmeno il napalm. Oggi è 25 febbraio 2018 e Aldo Busi compie Settant’anni; peraltro, singolare coincidenza, oggi anch’io ne compio Sessanta. Così oggi mi faccio un regalo che desidero dal 1984, da “Seminario sulla gioventù”, e che nel tempo si è ingigantito: ringraziare Busi per l’immensità e la magia infinita delle infi nite parole, messe una dopo l’altra con ordine e intelligenza, che nel corso degli anni ci ha regalato. Buon compleanno, Aldo Busi. E grazie di tutto.

 

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Il racconto del partigiano Gino
25 Febbraio 2018 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

18 febbraio  2018

Brescia

Nella zona residenziale di Via Cairoli, in Città, proprio poco prima dell’ingresso della Sala di lettura “Cavallerizza” vi è un portone che per me ha un particolare significato. Forse è perché, all’inizio degli anni Ottanta, l’ho varcato più volte al giorno, cinque giorni alla settimana per tre o quattro mesi. Gli ultimi mesi da obiettore di coscienza impegnato nel servizio civile, obbligatorio al posto della naja. Ci sono ripassato proprio nel giorno di San Faustino, quando la voglia di fuggire via da quell’ affollamento – che annualmente ammorba il Centro in nome di una fi era non più autentica e sovradimensionata, la fi era degli alimenti che fanno male e degli oggetti che si rompono subito, che sembra frutto di un accanimento terapeutico per adeguare all’attualità una tradizione che invece si presenta ormai falsa come una moneta da tre euro rispetto a quella che abbiamo conosciuto – dal rumore e dalla puzza, mi ha fatto imboccare con decisione Via Dante. Appena guadagnato un passo più libero, un riflesso condizionato mi ha fatto scattare in direzione di Via dei Mille, come quando andavo a prendere la corriera per tornare a casa. E, passando davanti a quel portone di via Cairoli, mentre guardavo la targa in marmo della Fondazione Luigi Micheletti mi è sembrata di vederla arrivare la Bmw 520 con su il Gino che mi diceva, “Via de le, equilibrista de l’ ostia”. ( dove, lo so per certo, per lui la parola “equilibrista” non si riferiva allo stare in bilico fra marciapiede e passo carraio, ma piuttosto stare in equilibrio in una zona paradigmatica del corpo maschile).

Lo conoscevi subito, perché era esente da paludamenti tattici, e poi l’avresti riconosciuto ovunque e per sempre, il Luigi “Gino” Micheletti, coi suoi modi spicci e bonari, ruvidi e affrettati, ma sinceri, autentici, mai ingannevoli, mai affettati. Uno di una volta, uno di “pane al pane e vino al vino”. Un “gnaro de campo Fera” Uno di parola. Me lo ricordo bene, come se ce l’avessi qui davanti ed invece è già quasi un quarto di secolo che s’è n’è andato via. Mi ricordo la sorpresa quando ci arrivai in quella Fondazione, perché nella mia ingenuità avevo sempre creduto che istituti, fondazioni e realtà assimilabili, per consuetudine fossero intestate solo a defunti. E invece l’uomo che sbrigativamente mi accolse per darmi le dritte su come avrei dovuto comportarmi per andare d’accordo era vivo, eccome se era vivo! Era IL deus IN machina, il perno di un congegno perfetto come un orologio, il Motore- immobile o no – e l’ artefice, il giudice, l’arbitro di ogni decisione. Un dittatore? In fondo, no, perché se è vero che alla fine decideva tutto lui è altrettanto vero che i pareri delle persone di cui si fidava li teneva in gran conto.

In ogni caso fu il regista di una realtà storico- culturale che all’epoca diede davvero grande lustro alla nostra Città: fu il presidente di un Istituto conosciuto da tutti gli storici del globo e riconosciuto dalle più alte Istituzioni non solo nazionali. Ci passarono molti politici e cariche dello Stato a visitare la sua Fondazione: avevano nomi e storie diverse da quelli dell’oggi e se talvolta potevi anche considerarli avversari , mai avresti potuto non rispettarli dal punto di vista morale, culturale, politico. Perché il degrado del nostro Paese non era ancora cominciato e quella era gente che la Storia l’aveva vissuta e spesso ne aveva costruito un pezzettino. Proprio come Gino Micheletti, che nel Fronte della Gioventù (quello di Antonio Gramsci) e nella 122 esima Brigata Garibaldi a fare il partigiano c’era entrato a 17 anni, nel 1944. Irreversibilmente comunista, di quelli inossidabili, nel dopoguerra non aveva avuto il tempo (e probabilmente nemmeno i soldi) per andare a scuola e si era buttato nel lavoro. Ma non stava mica fermo, lui, né si accontentava tanto facilmente. Ogni tappa gli serviva per prendere slancio e affrontare quella successiva. Per questo, successivamente aveva aperto una propria di attività imprenditoriale – settore: riscaldamento e condizionamento – in Via Solera, e diventò (anche) un uomo decisamente facoltoso.

Un uomo ”arrivato”dunque, che, come molti della nostra tradizione imprenditoriale di quegli anni, parlava quasi sempre un dialetto spesso colorito e ben condito, un uomo che si era fatto da sé, ma che non aveva dimenticato nulla di quel periodo in cui l’Italia svoltò, anche grazie a quelli come lui, dalla pagina forse più vergognosa della propria Storia. Non aveva dimenticato le stragi, le efferatezze, le persone, i vecchi compagni morti e nemmeno quelli ancora vivi. Fu così che pagando tutto di tasca propria cominciò a raccogliere i materiali più svariati per “ordinare” la storia della Resistenza e del movimento partigiano. La sede di questo embrione di Fondazione era proprio in un’area della della sua attività lavorativa. Applicò a questa, che sentiva come una missione, lo stesso metodo che aveva applicato nel lavoro e anche prima, quando era in montagna: avanti a testa bassa, senza lesinare sul tempo e senza calcolare troppo i rischi. In via Solera , nell’antro di quello che sembrava un eccentrico visionario, cominciarono così a circolare, alla ricerca di documenti inediti o sconosciuti o riservati e segreti, giovani studiosi che nel tempo sarebbero diventati storici di fama e dal prestigio riconosciuto ovunque. E non potendo citarli tutti, per non far torti, non ne cito nessuno: basti pensare che fra gli intellettuali bresciani non ce n’è stato nemmeno uno che non sia passato da Via Solera prima e da via Cairoli poi.

 

Certo, Gino mica si intimidiva a parlare con i “professorini”: anche se dalla sua non aveva la formazione determinata dalla “Cultura” accademica, c’era un Fuoco che lo alimentava e rassicurava. Aver imbracciato un mitra a diciassette anni e aver rischiato la pelle per una causa giusta può essere stato davvero educativo, più di mille università, perché gli aveva insegnato il comandamento fondamentale poi ben definito (ma guarda che casino che è la storia) dal poeta “fascista” (!?!?!) Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui. La sua Fondazione, il suo gioiello che continua a funzionare come polo di riferimento per la ricerca e che nel tempo ha avuto accesso a qualche finanziamento pubblico, sembra essere stato dimenticato dai bresciani e, soprattutto, dalle istituzioni che li rappresentano. Mi sembra navighi in acque più pericolose di un tempo, con l’aggravante che non c’è più lui a tenere il timone della barca corsara che tanto ha accumulato, in una struttura moderna, perché nulla vada dimenticato. Gino se n’è andato nel 1994. Un’operazione per cercare di salvare il suo cuore malandato, e non poteva che essere così perché il suo cuore, regolato da sigarette, caffè, la giusta qualità di alcool e cibi della tradizione particolarmente dannosi, era un cuore che aveva lavorato tanto, sballottato di qua è di là all’inseguimento di ideali, progetti, cose da fare, ché ce n’era sempre una da inseguire, anche con la “spicciola”, se necessario. Gli uomini come Gino, agli uomini come me mancano tanto . E allora spesso, anche per una targa appiccicata su un muro, o sentendo un termine in dialetto desueto, o incrociando una Bmw di quelle che non fanno più, con un groppo in gola ci pensano.

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