Racconto di Ferragosto
Dal Bresciaoggi
di Roberto Bianchi
Fotografia: Poli Ilaria
“E allora ti torna la voglia di fare un’azione
ma ti sfugge di mano e si invischia ogni gesto che fai
la sola certezza che resta è la tua confusione,
il vantaggio di avere coscienza di quello che sei
ma il fatto di avere la coscienza
che sei nella merda più totale
è l’unica sostanziale differenza
da un borghese normale.” (Giorgio Gaber – Reduci )
Quando salgo sulla nostra Metropolitana ( e ci salgo ogni volta mi sia possibile, perché la considero addirittura un’emanazione divina, così piccola e comoda, umana ed efficiente, efficace contro il traffico ed a favore della serenità di chi si fa trasportare – ché così non avrà nemmeno problemi di parcheggio – e volendo ci si può salire pure con la bicicletta, e dopo integrare a forza di gambe il “sopra”antico di Brescia con il suo “sotto” più moderno, ed è tutto molto bello davvero ) mi sembra di accedere ad una realtà rassicurante e gentile. Io salgo al capolinea del Prealpino e così posso anche scegliermi il posto che voglio, perché il treno è ancora vuoto. Generalmente vado ad occupare una delle quattro sedute laterali rispetto alle porte automatiche. E’ il mio posto preferito perché è “aperto” – al contrario dei “salottini” vicini ai finestrini che mi danno un vago senso di costrizione – e mi regala un senso di provvisorietà, e, soprattutto mi consente di sfogliare l’intero catalogo di persone che vanno e vengono. E sfilano, come su di una passerella. Mi piace osservare i loro comportamenti. Una buona attenzione la riservo anche agli abbigliamenti che ( lo so che non è una grandissima scoperta) anche se secondo chi li indossa vorrebbero, talvolta, essere frutto del caso o dettati dall’economicità, rivelano sempre molto. E suggeriscono ancora di più … Mi piace immaginare scenari in cui disporre quelle vite in movimento e sconosciute, e costruirci storie, arbitrariamente come un dio. Il libro che solitamente mi accompagna ovunque, perciò, sul metrò rimane sempre chiuso, mentre sono gli aspetti esteriori delle vite altrui ciò che mi accanisco a leggere con occhi interessati e curiosi.
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Mi sono seduto al solito posto, mentre in uno dei due liberi davanti a me, si è seduta una signora anziana, munita di borse, borsine, borsetta, che così poteva studiarmi, insospettita dal mio abbigliamento trasandato,dai capelli lunghi soprattutto per uno della mia età, mossa da curiosità o, forse, semplicemente condizionata dal sentimento di inquietudine sempre più diffuso e che spinge a vedere in ogni ipotesi di eccentricità altrui i germi di una devianza pericolosa ed inaccettabile. Il posto vicino al mio, libero. Il posto vicino al suo, libero . Mantenevamo le distanze, che coprivamo osservandoci a vicenda. La donna aveva i capelli bianchi, intrisi di quelle impossibili sfumature talvolta rosa, altre azzurre tipiche negli anziani, nuance speciali prodotto delle messe in piega da poco, da parrucchiera di quartiere se non proprio da vicina di casa che eserciti abusivamente per arrotondare.
Con gli occhi ben aperti dietro le lenti spesse, teneva le sue borse strette al corpo e la situazione sotto controllo. Alla fermata di Casazza è salita una coppia con un bimbo di tre anni circa dentro ad un passeggino. Non giovani. Non magri. Non stranieri. La donna si è seduta vicino a me, mentre il marito stava in piedi davanti a lei, attaccato ai sostegni, come a farle compagnia. Come a chiuderla nell’angolo. Come a proteggerla. Il bambino era parcheggiato di fianco. Mi sono alzato ed ho ceduto il mio posto all’uomo che, così, avrebbe potuto mettersi vicino alla moglie . Con un’occhiata mi ha ringraziato senza sorridere e si è seduto mentre io mi sono spostato nel sedile libero accanto alla donna anziana, che rapidamente si è stretta ancora di più le sue borsine al corpo, come se avesse percepito una possibile e ulteriore minaccia dai miei incongrui spostamenti. Deve aver pensato alle oscure ragioni per le quali, con molti altri posti liberi, avessi scelto proprio il sedile affiancato al suo. Francamente, non lo so nemmeno io anche se non credo sarebbe eccessivo parlare di una sorta di affezione per quello spazio che provvisoriamente era diventato “mio” anche se per la manciata di minuti di una corsa in città. Dopo pochi istanti i due dirimpettai hanno estratto ciascuno il proprio smartphone e senza degnarsi, né degnarci, di uno sguardo o di una parola hanno cominciato a trafficarci, ciascuno perso nel proprio social. La donna, per sovrappiù, si era pure inserita le cuffiette nelle orecchie. Il bambino, sufficientemente cresciuto per pretendere un palliativo alla noia di un viaggio anche breve, in silenzio si guardava attorno. Quando ha incrociato il mio sguardo gli ho sorriso, nel tentativo di offrirgli la stessa solidarietà che si potrebbe incontrare fra i polli stipati sui camion se solo fossero consapevoli di essere in viaggio verso il macello, ma non ha capito, o forse non ha gradito ed ha cominciato ad agitarsi. O forse un pulcino non lo sa ancora che la strada dei polli si conclude sempre in prossimità di un macello. Il padre, senza alzare gli occhi dallo schermo, ha leggermente dato di gomito alla donna che allora, con un sospiro vagamente esasperato, ha estratto dalla capiente borsa, tipica delle mamme organizzate, un aggeggio elettronico piccolo , quadrato e colorato e, dopo averlo acceso, l’ha passato al bimbo che così si è distratto perdendosi nei colori che affollavano il video dal quale provenivano anche i suoni che, debolmente, raggiungevano pure me . Per respirare un po’ mi sono ritrovato a compiere l’operazione inversa a quella che facevo da ragazzo quando leggevo i fumetti. Là si cercava di attribuire una sonorità a delle parole stampate: gulp. Spaff, tronk, cioff . Qui, invece, ho tentato di rappresentarmi, tradotti graficamente nei bei caratteri tipici del cartoon, quei suoni così realistici. Mentre la vecchia accanto a me mi ha tenuto d’occhio fino a quando è scesa alla fermata di San Faustino, io ho osservato i tizi che mi stavano seduti davanti fino a quella di Stazione dove, poi, sono sceso io. Fra loro non si sono mai scambiati una parola o un sorriso e nemmeno ne hanno rivolto al bambino al quale, nel frattempo, avevano ficcato in bocca un ciuccio e che ora, cullato dal movimento della carrozza, si stava rapidamente appisolando. Prima di scendere li ho guardati e ho immaginato un saluto, la prova della consapevolezza di aver intersecato sia pure casualmente, sia pure brevemente, le nostre esistenze di sconosciuti. Ma quelli non hanno nemmeno alzato gli occhi e così ci siamo persi per sempre nei flutti dell’indifferenza. Ho pensato che mi piacerebbe un mondo assurdo e anacronistico in cui poter riconoscere ciascuno degli “altri”, ed esserne riconosciuto. Un mondo nel quale anche l’evento più banale, allo stesso modo in cui si fa con la piccola vena aurifera nascosta e sepolta dentro montagne di pietra inutile, venisse messo alla luce per ciò che è: un momento prezioso e irripetibile. Mi piacerebbe avessimo la capacità di cercarlo e coglierlo per attribuirgli il valore dovuto ad una “esperienza”, e proprio “l’altro da noi” ne costituisse l’elemento indispensabile . Mi piacerebbe, ma so che non potrà mai più essere così perché siamo andati troppo avanti nella costruzione di un Mondo in cui ciascuno di noi è, semplicemente quanto disperatamente, un’ isola separata da quella più prossima, e galleggia tutto solo in un brodo in cui, in fondo, gli piace stare circondato da oggetti inanimati che gli fanno compagnia. Se anche ce ne fosse ancora la voglia, non ci sarebbe più il tempo per smancerie fra sconosciuti.
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Camminando ho raggiunto il piazzale davanti alla stazione ferroviaria. Al riparo degli alberi, alcuni in piedi ed altri accampati dentro alle aiuole, sotto gli occhi armati di soldati annoiati, piccoli gruppi di immigrati passavano il tempo chiacchierando fra di loro con linguaggi sconosciuti.
Mi ha causato tristezza ripensare all’incontro sulla metro e dedurne uno fra i paradossi che governano le nostre vite e per il quale è semplicissimo entrare in relazione con sconosciuti lontani migliaia di chilometri, mentre appare sempre più complicato farlo con quelli che ci stanno più vicini. Forse ciò è dovuto al fatto che mentre le parole, specie quelle scritte, possono imbrogliare e raccontare false verità che si possono adattare anche agli scopi meno confessabili, gli occhi e gli sguardi, le mani e i gesti, la voce , i toni, i sorrisi e le lacrime non possono tradire a lungo, e costituiscono una dotazione che ci rende nudi di fronte agli altri. E il nostro tempo attuale prevede solo la nudità corporea, escludendo tutte le altre ed anzi, prevedendo opache protezioni di lattice per l’anima . Non che voglia raccontare di quanto fosse meglio una volta, ma non voglio nemmeno celare che non sempre è stato così e che c’è stato un tempo non lontano in cui conoscere e comunicare prevedeva anche una sorta di “sporcarsi” , di coinvolgimento, quasi un’assunzione di responsabilità: sembrava ci si passasse l’un l’altro delle particelle, nell’entrare in contatto, e si trasferissero delle molecole di esistenza, dei batteri che poi a loro volta avrebbero interferito nei piani di ciascuno. Nessun posto era asettico come oggi paiono esserlo diventati quasi tutti e spesso era la personalità a definire una persona. La sostanza scalzava rapidamente l’apparenza e tutto sembrava più genuino e autentico. Da un certo punto di vista ci si spogliava di più in quell’epoca in cui il decoro imponeva abbigliamenti più casti di quelli che comunemente si vedono per le strade delle nostre città, e che anche oggi, come faccio ogni volta che vengo in Centro,osservo compiaciuto mentre transito per piazzale della Repubblica in direzione della Freccia Rossa. Ma quel tempo, se davvero c’è stato, è stato molto tempo fa, e anch’io ho fatto a tempo a viverne solo una parte, prima di trovarmi immerso in un tempo nuovo che poi, come fa una slavina che aumenta di volume lungo una corsa sempre più accelerata, è diventato l’attuale. E insostenibile, almeno per me. Mi affretto perché ho un appuntamento con i miei figli ai quali, dopo aver offerto un qualcosa al Mc Donald’s, comprerò qualcosa per i bei voti a scuola. So già che la loro scelta cadrà su quelle che quando ero giovane si chiamavano scarpe da ginnastica e che ora si chiamano Reebock, Nike, Vans, Adidas … Guardo le vetrine, mentre li aspetto, mentre un senso di fastidio e inadeguatezza mi pervade. Mentre penso che non starò mai più bene da nessuna parte. E penso anche che questi posti non mi piacciono.
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E poi lo sento, dietro di me, giulivo come se fosse solo ieri che ci siamo lasciati : “Ardel chè, el Robi” . Lo guardo e dapprima non lo riconosco: lui sembra sorpreso dalla mia indecisione. Del resto è sempre stato un compagnone fin dalle medie. Uomo dall’ottima memoria,Fabio. Che non gli scappava niente, al Fabio. Alle superiori, il mio migliore amico, forse. Il mio peggior investimento, di sicuro. A quell’epoca avremmo dovuto fare la rivoluzione insieme: si trattava solo di aspettare il momento giusto. Alla fine del Liceo avevamo capito che non era più il tempo delle armi in strada, ammesso lo fosse stato mai, ed allora, sempre insieme, avevamo scelto di prodigarci in una scelta responsabile e matura, all’insegna di passi forse piccoli, ma quotidiani. Erano anni così, che ti sembrava inconcepibile stare semplicemente a guardare. In silenzio, poi, ciascuno per proprio conto, ciascuno a modo suo, li abbiamo sepolti come si fa con una vittima, cercando di dimenticarli e tirare avanti senza rimorsi. Oggi io ho “solo” due figli ormai adulti, mentre lui, che “ha messo la testa a posto” prima di me, è in giro addirittura con un nipotino che già gli scorrazza intorno. Comincia a parlare inondandomi di parole, ma io sono sott’acqua, annegato da tutte le mie che da tempo sono incapace di esprimere, e non lo sento più. E guardo ad una stagione verde come una prateria lungo la quale noi sfrecciavamo come treni a vapore incuranti dei pennacchi di fumo che ci lasciavamo alle spalle e che macchiava l’aria. Il fumo che ci ritroviamo addosso adesso, un fumo che ci rende ciechi e ottusi, che confonde il nostro presente e che finalmente ci asfissierà, quel fumo,fra non molto. E’ stata una stagione verde come una prateria, sì. Oppure come i campi che attraversammo quella sera di tanti anni fa.
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Le elezioni comunali avevano finalmente premiato il nostro modesto partito che al paese non aveva mai contato un granché, ma che a Roma, e con una minore percentuale di consensi, si era da tempo ritagliato un ruolo indispensabile nel Governo.
Il Segretario della nostra Sezione, piccolo imprenditore ramo plastica, si sentiva molto simile al Segretario Nazionale che di lì a breve – era solo questione di tempo, si sapeva – e una volta messo in crisi quello in carica, avrebbe fatto il Presidente del Consiglio. Sentendosi già Vicesindaco il nostro Giuliano propose, ma sarebbe meglio dire asserì – del resto il decisionismo del Capo era dilagato anche in periferia dove veniva sfoggiato come segno di autorevolezza, soprattutto dai soggetti più privi di competenze e capacità – che il venerdì successivo si sarebbe andati a festeggiare il risultato. “Un po’ di ottimismo, per Giove!” (andava molto l’ottimismo, insieme al pragmatismo,all’epoca). Poi, compiaciuto, aveva aggiunto : “Conosco io un posto. Vi divertirete. E a fine cena ci sarà una sorpresa …” Infine, sornione, aveva assicurato che “ci avrebbe pensato lui”, non aggiungendo altro.
Tolti me e Fabio, gli unici due che “avevano studiato”, il Direttivo della Sezione era composto da persone semplici, operai che cercavano di impegnarsi come potevano nella disperata impresa di cambiare il proprio Mondo o, in subordine, di riuscire almeno a sfiorarne le leve di comando. A me sembrava un’aspirazione ingiustificata, soprattutto perché in evidente contrasto con la loro passiva accettazione della “cultura”, ereditata da padri e nonni, che fin lì aveva contraddistinto le loro vite prive di impennate. Tuttavia l’idea di una cena in cui tirar tardi, mangiare e bere troppo e sentirsi vincenti, mi allettava e fu così che, disposti su due auto e ben disposti verso qualsiasi ignoto, il venerdì successivo partimmo per il divertimento. Le strade che scendevano a sud tagliavano la campagna appena irrigata che diffondeva il famigliare profumo di serenità. Alte piante di granoturco scorrevano ai lati e costituivano le pareti apparentemente inviolabili di un corridoio cieco, sovrastato dal cielo che imbruniva. So che passammo Travagliato, poi, non mi si chieda dove finimmo perché le mie competenze geografiche non mi permettono una grande precisione: forse dalle parti di Castrezzato. O forse, Corzano, Bargnano. Non lo so.

Il ristorante era un parallelepipedo sgraziato, conficcato in mezzo ad un ampio parcheggio ghiaioso. Dopo aver superato il bar accedemmo ad una sala da pranzo fin troppo ampia. Del numero esagerato di tavoli, che la rendeva ancora più desolata, solo un altro era occupato da quattro signori di mezza età . La certezza che usualmente fosse un posto per matrimoni ipotecava le residue speranze di mangiare in maniera quanto meno decente. Lo squallore sembrava ricercato. A valutare dalle numerose croste che qua e là affioravano dalle pareti non proprio linde, si era indotti a pensare che il compito di non abbattere il morale dei convenuti fosse affidato più che alle risorse offerte dalla casa, alle proprie capacità individuali, o, più probabilmente, al tasso alcolico che ciascuno sarebbe stato in grado di reggere.
Nessuna delle cinque o sei cameriere che svogliatamente sciabattavano per la sala era italiana. Il loro trucco appariscente mi insospettiva, mentre pensavo che l’avvenenza del personale di sala – che mentre il buon Dio la distribuiva loro chissà dove si erano nascoste – non era certo fra i requisiti fondamentali che le avevano portate lì. Una era particolarmente massiccia, un’altra decisamente emaciata e tutte erano schiacciate dal peso di un’ ordinarietà che le rendeva del tutto simili, in quanto a fascino e mistero, alle femmine di campagna alle quali eravamo abituati. Le barriere linguistiche, quando ordinammo, ci resero malleabili e disposti a consumare qualsiasi cosa atterrasse sulla tovaglia, mentre Giuliano chiariva, rendendoci tutto ancora più oscuro, che “tanto non siamo venuti solo per mangiare”. La cena fu piuttosto noiosa e scivolò senza che le pur abbondanti bevute riuscissero a lubrificarne la conversazione. Dopo caffè, ammazza caffè e “richiamino”, il nostro Segretario sbrigativamente ci invitò a seguirlo: “Andiamo”. Fu allora che in un angolo in fondo al salone notai una scala che ci portò in un interrato semi buio: nelle intenzioni spropositate del gestore avrebbe dovuto essere “il night”. Su due divani sfondati giacevano appollaiati in disperata solitudine anche gli sconosciuti incontrati al piano superiore. Ci sedemmo su delle poltroncine che in origine con ogni probabilità saranno state pure pulite e, subito dopo, le cinque o sei cameriere, stavolta in versione entreneuse, sbucarono da dietro una tenda e dilagarono in sala al ritmo di una musica vagamente militare. L’abbigliamento, ora ridotto al minimo, non ne aumentava l’allure anche se bisogna riconoscere che sembravano più a proprio agio in mutandine e reggiseno che nelle divise sfoggiate al piano superiore. A guardarle in quelle mise, le “cameriere”,ci sentivamo dei voyeur come Renzo Montagnani che nei film scollacciati che giravano allora spiava la Fenech sotto la doccia, e colpevoli di aver oltrepassato un limite. Due delle ragazze raggiunsero i quattro sconosciuti, mentre le altre svoltarono verso di noi. Il Segretario dimostrò una consolidata competenza nell’accoglierle e “presentarcele”; io, incuriosito, guardavo i miei compagni storditi dall’inedita eventualità di peccare allo stesso modo in cui, secondo loro, l’avrebbero fatto ricchi debosciati. Sbalordito ascoltai conversazioni dadaiste che, però, si incagliavano a causa di una condivisa incompetenza linguistica che, sia pure per ragioni diverse, unificava mondi agli antipodi. I miei compagni avevano la terza media ed un vocabolario limitato al necessario, mentre le silfidi sudamericane e filippine (in quegli anni c’era ancora il Muro di Berlino a proteggere le ragazze dell’Est, che, se proprio si voleva accedervi, si diceva si dovesse andare sul posto, meglio se dotati di chewingum, calze di nylon, blue jeans, penne a sfera e dollari, anche se nemmeno tanti) scontavano la difficoltà di una lingua sconosciuta. Forse fu a causa dell’alcol, oppure per l’esigenza di sfuggire ad una solitudine insopportabile, che ebbero inizio dei corteggiamenti surreali: pur avendo compreso la grammatica di quella inedita comunicazione i miei sodàli non riuscivano ad abbandonare il lessico consolidato in anni e anni di consuetudini matrimoniali. Sentii il Mario sussurrare:”Dammi un bacio” e dopo che la ragazza oversize di nome Heidi lo ebbe rapidamente baciato sulla guancia, protestare:”No così! Dai, dammi un bacio “bel”. E lei: “Se tu vuole uscire in auto a fumare sigaretta … era centomila lire”. Nessuno approfittò della generosità delle signorine: uno ballò con una, io svogliatamente toccai un po’ le tette ad un’altra, ma subito dopo lo show in cui si sfilarono affrettatamente i pochi indumenti residui, secondo me nel tentativo disperato di indurci a quagliare, decidemmo di tornare a casa. Mentre pagavamo il conto che il gestore ci presentò senza nemmeno calarsi il passamontagna, con la coda dell’occhio intercettai i quattro sconosciuti che si avviavano alle auto con la più spaurita delle ragazze.
Quando due settimane dopo si diffuse la voce che Giuliano abitualmente andava in night migliori di quello dove ci aveva portato, per ragioni politiche fu presentata una richiesta di dimissioni che venne approvata all’unanimità. Successivamente venne eletto un nuovo Segretario Politico nella persona di Mario, fresatore alla “Gnutti”, quello del bacio “bel”. Uno degli inquisitori più determinati nell’indicare le manchevolezze del Segretario di cui ora si chiedeva la testa fu proprio Fabio che ne sottolineava la doppiezza morale: noi che volevamo restituire un Paese nuovo, e liberato dalle ingiustizie, agli sfruttati ed alla povera gente eravamo andati a fare i colonialisti con ragazze povere e deboli e sperdute. Davvero un Torquemada, il Fabio, e come dargli torto, in fondo, anche se, insomma, non mi sembrava il caso di metterla giù tanto dura; agli altri componenti del Comitato Direttivo, anche se non era fra le tesi più confessabili, ciò che maggiormente non era andata giù era la scarsa qualità del posto, e delle ragazze, che Giuliano aveva riservato a noi, quasi che non fossimo all’altezza. Il Fabio avrebbe potuto diventarlo lui il nuovo Segretario, se solo avesse voluto, ma declinò l’offerta. Anche se noi rimanemmo all’oscuro ancora qualche settimana, il motivo fu che gli era già rimasta incinta la ragazza che poi dovette sposare alla svelta e quindi, il tempo, i soldi, la casa, le responsabilità ….
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E’ gongolante, Fabio, perché l’officina va bene, ha aumentato il numero dei dipendenti “ … che insomma, mentre gli altri sono tutti in crisi, l’è mia roba de nient … “ e inserito nella gestione anche i figli che, sotto il suo stretto controllo, provano a sgomitare. A lui va bene così : “Resterà tutto a loro, tanto. E i ‘ndarà aanti lur, en bel dè. ‘Nsoma: bel … Mia tant, bel … “ . E ride, mentre riacchiappa il nipotino e mi saluta senza chiedermi nulla di me.
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Forse abbiamo fatto l’errore di credere troppo ai nostri fratelli maggiori che negli anni Sessanta individuarono “l’irraggiungibile” e tracciarono la mappa per arrivarci. O forse, il nostro sbaglio l’abbiamo compiuto negli anni Settanta quando ci siamo incaponiti per percorrerla davvero quella strada, per mostrare agli altri che ci avevano preceduto quanto fossimo migliori di loro, e siamo andati avanti fino a farci male: per molti una strada senza ritorno, né sbocchi, mentre tutti gli altri si accorgevano che “l’irraggiungibile” non era una stella fissa, ma, al contrario, si allontanava sempre di più, e sempre più velocemente proprio quando sembrava essere più a portata di mano. O forse il nostro destino si è compiuto negli anni Ottanta, quando abbiamo accettato il piatto di lenticchie della gratificante affermazione di sé r di una supposta comodità in cambio della primogenitura che era fatta dalle nostre speranze, dalle nostre ingenuità e dalle ragioni del cuore che, così, furono ignominiosamente battute dalle ragioni della realtà. Forse fu quando, allo stesso modo dei troppi di noi che poi ci lasciarono la pelle in un cesso sporco con una siringa piantata nel braccio, provammo l’ebbrezza di un benessere esteriore, l’adrenalina del farcela ad ogni costo, dell’ “arrivare”. Ci attaccammo voluttuosamente alla bottiglietta di quel laudano terribile, feroce ed inesorabile del quale non avevamo mai sentito il bisogno prima di provarlo, ma del quale, poi, una volta messo in circolo nel nostro sangue ancora incontaminato, non avremmo più potuto fare a meno, spasmodicamente determinati a diventare padroni di tutto, liberandoci dal peso di esserlo di noi stessi.
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Ormai tutta questa è roba di ieri, e ai miei ragazzi le scarpe da ginnastica, un paio di Adidas e uno di Nike per la precisione, sono piaciute assai. Sono bravi perché riescono a capire che non è solo lo sforzo economico che mi pesa, anzi, il più e il dover scendere a patti con un demonio multiforme e seducente, un demonio 3.0. Non ho dormito bene e mi sono alzato ch’era ancora buio. La pipì, forse, cioè la prostata degli ultracinquantenni. Oppure, può darsi sia andato a letto troppo presto, e non avessi più nulla da dormire. O, invece , solo l’agitazione determinata da tutto ciò che l’incontro di ieri con Fabio mi ha evocato. Forse, in quella chiave, è del tutto comprensibile la mia agitazione che è simile a quella di ogni contabile incapace in tempo di presentazione dei bilanci. Mi sono seduto sul pavimento del piccolo terrazzo della cucina e da lì, mentre fumo la prima sigaretta della giornata, mi sono messo ad osservare l’ accenno di luce che in breve scaccerà definitivamente la notte. Mi è sempre piaciuto pensare che all’alba sia la luce a scacciare il buio, mentre al tramonto è la luce che evapora dentro alla sera: che in ogni caso la luce sia protagonista.
Con tutto quel buio, che mi sembra così anacronistico e immenso, mentre sorseggio il mio caffè aspettando la comparsa dei ragazzi che fra poco partiranno per le vacanze all’estero, in un camping, con gli amici, l’avvento della luce sembra essere un’impresa destinata a fallire. Impossibile che quel lontano ed esile chiarore dietro alla collina, nel giro di una manciata di minuti, diluisca un buio così solido da sembrare una cosa. Nel cielo c’è ancora qualche stella residua. Proprio davanti a me posso contarne tre più luminose delle altre e disposte come fossero vertici di un triangolo equilatero: una geometria che non riesco a convincermi sia del tutto casuale. Probabilmente sono i ricordi, ma mentre guardo in alto nel cielo immagino che dal punto centrale del triangolo partano tre segmenti, ciascuno dei quali va a terminare in una delle stelle. Così lo vedo ancora una volta in mezzo al cielo il simbolo dei pacifisti. Dell’impegno per un mondo migliore. Della consapevolezza confusa che aveva animato la mia vita di tanti anni prima. E che forse ne aveva almeno in parte orientato brandelli dello sviluppo successivo.
Mentre mi perdo nuovamente nella ragnatela della memoria sopraggiunge alle mie spalle il ragazzo, sempre in anticipo, sempre svelto a prepararsi . Allora gli indico il cielo: “ Guarda là, quelle stelle “. Il suo sguardo ancora assonnato si fa strada in mezzo al fumo della mia sigaretta, ma l’occhiata è rapida, come la reazione e le sue parole: “Cazzo! Il marchio Mercedes in mezzo allo sky. L’ho sempre detto che è una macchina da dio”. Si volta e se ne va a prepararsi il latte con i cereali.
Penso ai molti desideri che oggi uniformano e dividono le persone. Ciascuno di noi è stato caricato dei propri – che crede distinti ed esclusivi – come un asino da soma. Arranchiamo per il peso, ma ci teniamo d’occhio pieni di sospetti e di rancori. Pensiamo di percorrere viottoli che portano a mete segrete e personali, mentre in realtà tutti stiamo andando incontro al nulla. Solo, lo facciamo per strade diverse. E in solitudine. Spengo la cicca nel portacenere. Un’altra giornata ha avuto inizio.

