Dal Bresciaoggi
Di Roberto Bianchi
fotografia di www.ilariapoli.com 13 Marzo 2017
Odolo, Agnosine, Valle Sabbia
La montagna è isolata, lontana anche nel tempo da Brescia e isola in un altro secolo quelli che qui ci campano. Rapidamente questa distanza verrà sanata, ben prima della globalizzazione che le annullerà tutte. Ma siamo negli anni Sessanta, adesso e qui si vive ancora di Ferro e Fuoco e Natura. C’è il Chiese, e i suoi affluenti, che scorre e regala acqua benedetta per l’agricoltura, per le bestie e per le fucine dove è da secoli che si lavora il ferro. Dove lavorano i maschi che non si occupano di agricoltura.
Bepe è uno di loro. E’ seduto all’osteria del paese che è di uno squallore esemplare. Ma qui va bene così, perché sembra fatta apposta per dimenticarsi la vita agra fuori dalla porta, come si fa con i cani, con la differenza che quando esci te lo rimette lei il guinzaglio al collo e ti riporta a casa e non ti molla più, neanche a pranzo, neanche mentre dormi, e che magari è capace di inquinarti pure i sogni se non hai bevuto qualche calice, prima di andare a dormire. Il neon, che fa risparmiare, dipinge animati cadaveri sporchi. L’arrendamento è essenziale e vissuto. Per lo meno è resistente. I tavoli sono anonimi – ripiani in formica, che con una passata di straccio sono pronti e gambe esili di ferro; sempre il ferro, per Dio, che dà da mangiare a tutta la zona – così come lo è la clientela, sempre quella, solo quella, fatta di maschi stanchi che tentano di rigenerarsi a forza di alcool. Le sedie di legno sembra non ce la faranno a reggere quei culi stanchi, e invece no, resistono. L’unica donna, qui dentro, è quella che sta dietro al bancone, ma ha poco di femminile e non solo perché è su d’età.
Sgobbona, fa anche la parte del marito che è sempre impegnato a giocare a “cicera” con altri avventori, che per lui più che altro sono amici. Pelandroni, dice lei. Ma lo dice per scherzare, perché questa è tutta gente che lavora sodo e lì ci viene a stordirsi, a sfuggire un po’ dalle incombenze. A rabboccare l’ottimismo e la tenacia. E lei è bonaria con tutti loro. E’ il suo ruolo. Mentre suo marito, che l’osteria l’ha rilevata con la liquidazione, gioca e tiene aperto la sera. Bepe è stanco morto. Osserva la donna che va avanti e indietro dal bancone a versare calici. Pensa che non è giustificato lo sforzo: cinquanta lire a colpo. Lire, perché non è ancora arrivato l’euro, agli inizi degli anni Sessanta. Mentre aspetta che suo figlio abbia terminato il suo primo giorno al forno, guarda fuori. Forse, anche se non lo ammetterebbe, lo cerca con lo sguardo. I vicoli che sbircia dalla vetrina e che vanno su e giù nella parte storica del paese ( ma siamo negli anni sessanta, e nel paese ancora non c’è una zona “nuova”) potrebbero, con un po’ di fantasia, richiamare piccoli scorci di Montmartre. Però il vino sarebbe il suo terzo occhio da poeta se Bepe fosse nella Parigi di metà dell’Ottocento.
Invece sta a Odolo, all’inizio degli anni Sessanta, e per lui è la benda da mettere su quello buono dei due per cercare di modificare la realtà, toglierle un po’ di profondità e renderla almeno accettabile. Forse Bepe, a Parigi, sarebbe stato uno degli scultori che deformano la realtà dentro la materia, perché col Ferro ci è cresciuto. Invece è uno che con estrema perizia dal Ferro, grazie al Fuoco, alla sua forza magica e alla propria forza così ben celata dal fisico asciutto, tira fuori utensili funzionali e belli. Perché lui sa individuare anche quella bellezza così ordinaria e che si esprime appieno quando li soppesa, e se li vede già all’opera, una volta raffreddati, nella mano soddisfatta.
Già, le mani. Ordina un altro rosso. Se le guarda quelle mani da orco. Forti. Con
le dita così nodose da sembrare rami d’ulivo sfuggiti disordinatamente dal palmo. Piene di cicatrici e graffi, nelle pieghe contengono polvere nera a volontà. Ci si potrebbe fare qualcosa con tutta la polvere che ha addosso, e forse anche dentro quei polmoni che il dottore gli dice sta massacrando con le Alfa. Sì, se solo si riuscisse a rimuoverla. E’ da un po’ che hanno cominciato a dolorare, le sue mani sfruttate per una vita e che non crede piacciano più tanto a sua moglie. Per questo è diventato molto svelto, quando succede, con lei. Per questo e per la stanchezza che ha addosso e che si è fatta inamovibile. Come la polvere che ha anche nelle pieghe del corpo. Che gli macchia le camicie. Che gli rovina l’umore.
Angilì tarda ad arrivare. Avrà trovato qualcuno per strada. Deve imparare a non perdere tempo in giro. Glielo dirà. Deve capirlo che a dodici anni è grande e deve fare la sua parte anche lui. Perché tutto costa e la vita è dura. Bepe lo sa meglio di tutti quanto sia dura la vita in fucina, ma sa anche che è l’unica strada per affrontare quella non meno dura che sta fuori. Ciò che non sa è che nel volgere di pochi anni le fucine chiuderanno e il ragazzo ormai adulto se ne andrà da un’altra parte. Ma adesso sono gli anni Sessanta ed è contento che sia arrivato il momento anche per suo figlio che continuerà ad andare a scuola, perché il padrone gli farà fare solo i pomeriggi. Sarà “el putì de la stanga”, si comincia tutti così perché è facile controllare il flusso dell’acqua che casca sulle pale del maglio e si comincia ad ambientarsi con la fucina, un antro nero ricoperto di fuliggine che sembra un Inferno popolato di figure grigie dalla punta dei capelli a quelle degli zoccoli. Che dà da magiare.
Il caldo dentro è insopportabile, quasi come il freddo che d’inverno c’è a casa dove il camino non basta certo ad assicurare il tepore necessario. Ma magari imparerà per bene, suo figlio, e diventerà un “maestro” come il nonno. Bepe non c’è riuscito a fare come suo padre. Ma se tutto va bene ci riuscirà lo stesso a farsela una casetta piccola e sua. Un tetto sulla testa che non gli possa portar via nessuno. Magari che si possa vedere il Vrenda che entra nel Chiese. Basta che la montagna continui a sputare ferro. Che la legna non finisca mai e continui a diventare carbone. Che l’acqua continui a scorrere con la sua forza impetuosa. Poi vede Angilì. E’ allora che, mentre si alza per andargli incontro, gli sfugge un “magàre” che non sa neanche lui il perché.
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