Dal Bresciaoggi
Di Roberto Bianchi
fotografia di www.ilariapoli.com
18 giugno 2017
Bargnano, Corzano, Mairano e le Terre Basse
Sarà che da queste parti c’era- e forse ancora c’è ancora – la più alta densità di gente che la terra l’ha lavorata per la vita intera, fin dal tempo in cui lo si faceva ancora a schiena piegata tutto il giorno sotto il sole, dall’alba al tramonto e la tecnologia era fatta di falce, forca, rastrello e aratro tirato da bestie pazienti… Sarà che questa stessa Gente forse le avrà davvero avute “le scarpe grosse”, ma di sicuro, ciò che non le mancava era il “cervello fino”… Sarà il clima, o Dio, o gli Astri, oppure la Fortuna, la Luna o il Destino, ma da queste parti si è verificata, perdurando nel tempo fino a noi, con tutti gli aggiustamenti necessari, una “Eucarestia all’incontrario” dove, non già è lo Spirito che si transustanzia in materia, bensì è la “materialità” di antiche consuetudini marcatamente fisiche nel loro dispiegarsi – fatto di sudore e fatica – allo stesso modo in cui lo sono nella loro finalità – la necessità quotidiana di “tirare a mangiare” – che si traduce in “idea”, in “sapere strutturato”, in Cultura propriamente dicibile, in “Spirito”.
E’ questa la ragione per la quale in questa zona si possono trovare ben due “cattedrali” che afferiscono a quel mondo che nemmeno lo sviluppo industriale più selvaggio, si spera, riuscirà mai ad estirpare del tutto. La prima la si trova a Bargnano di Corzano dove è stata istituita nel 1912 (e ancora prospera nonostante i tempi) ed è una Scuola per gli operatori che lavorano in Agricoltura, sia nei campi che negli allevamenti come specificato in una articolo dettagliato pubblicato su un giornale locale del 1923 “… i corsi teorico-pratici che qui andiamo proponendo, hanno per scopo di dare alle nostre aziende agrarie degli ottimi maniscalchi, degli ottimi palafrenieri, degli ottimi bergamini, bifolchi, meccanici agrari; dei contadini che abbiano nozioni sulla scelta delle sementi; sui concimi e concimazioni; sulle lavorazioni del terreno; sulla lavorazione delle piante sarchiate: sulla coltivazione del frumento e dei prati, sulla viticoltura ed enologia; di frutticoltura; di gelsicoltura e di bachicoltura”. Per questo motivo la Scuola di Agricoltura Vincenzo Dandolo fin dai suoi albori individuò la necessità di “istituire corsi teorico pratici, quali avrebbero per scopo di creare una vera e propria organizzazione scientifica del lavoro agricolo”.
Vale certamente la pena di ricordare, soprattutto negli attuali tempi di “alternanza scuola/lavoro” in cui uno dei messaggi che vengono passati agli studenti è che il lavoro non necessariamente deve essere ripagato, che più di cento anni fa in quella scuola per contadini era prevista per gli studenti più assidui e meritevoli un’indennità giornaliera che andava dalle 10 alle 15 lire. Il secondo monumento ad u
na civiltà e ad un modo di vivere dei quali la “civiltà” industriale e post industriale vorrebbero cancellare persino il ricordo, è dovuto all’intuizione avuta negli anni Settanta dal maestro elementare Dino Gregorio, al quale poi è stato intitolato, ed è il Museo della Civiltà contadina di Mairano. E’ disposto in una cascina in cui una volta vivevano alcune famiglie che lavoravano alle dipendenze dei Conti Calini, (un’altra cosa da non dimenticare è che dietro ai contadini c’erano sempre dei proprietari terrieri che li sfruttavano). Il notevole numero di
locali disponibili ha consentito, soprattutto al piano terra, di superare la logica, applicata invece nel piano superiore, della semplice esposizione per temi degli oggetti più comuni legati ai lavori che venivano svolti dai contadini nei campi, ma anche a quelli correlati (maniscalco, fabbro, falegname ect.) e di ricostruire gli “ambienti” in cui i contadini conducevano gli scampoli della loro esistenza che si svolgevano al chiuso.
Le due stanze che costituivano la tipica dimora dei contadini, cucina e camera da letto, sono state quindi ricostruite all’insegna della fedeltà filologica: camino e stufa a legna, tavolo e sedie impagliate e madia e credenza, in cucina; il lettone e la culla e il resto dell’arredo più consueto, lo scaldino e la monèga, il catino per lavarsi e il vaso da notte, i segni di devozione soprattutto alla Madonna appesi alle pareti, in camera da letto. Sempre al piano terra vi è poi la ricostruzione di com’era una vecchia osteria dell’epoca. Per finire, all’esterno sono collocati i carri, i trattori e le macchine agricole di dimensioni maggiori.
Quando la visita è terminata e si viene via da posti simili c’è un inizio di magone che attanaglia la gola. Mentre si cercano nelle tasche le chiavi dell’auto ci si immagina che da qui le lucciole non siano mai scomparse e che, a cercare bene, se ne trovi ancora qualcuna che non ha accettato di morire . Si accende il motore e la memoria corre così a P.P. Pasolini che ci disse come il mondo contadino sia statico e ripeta sempre se stesso: “[…], con gioventù sempre nuove – nuove al vecchio canto – a ripetere ingenuo quello che fu “(“Le ceneri di Gramsci”).
Che ci informa che propri della civiltà contadina sono il primitivo, il selvaggio, l’inconsapevole che si costituiscono, così, come archetipi della Natura e la rendono mitica e grande Madre dell’Umanità. “Per me essa [la campagna] è stata la certezza di una continuità con le origini del mondo umano, e ha valorizzato, fino a dar loro carattere quasi di rito, ogni minimo gesto, ogni parola. Inoltre essa rappresentava ai miei occhi lo spettacolo di un mondo perfetto” (Lettere luterane). La millenaria civiltà contadina non è mai mutata, è legata alla preistoria, è essa stessa preistoria, un pezzo di preistoria vissuto di vita propria fin dentro la civiltà industriale e i cui valori erano: la Chiesa, la patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, il risparmio, la moralità, ed erano “reali”, segni che appartenevano alle culture particolari dell’Italia arcaica e agricola.
L’auto mi sta riportando a casa, il navigatore farnetica e mi trovo a riflettere sulla “povertà” di quelle vite antiche e a condividere le parole disperate di P.P.P. “Ho sentito, proprio in questi anni, in contraddizione con tutto, che la povertà non è affatto il male peggiore. Anzi, ho cominciato disperatamente a rimpiangere la povertà, mia e altrui”. La povertà che non è più disgrazia, ma si afferma come condizione sublime soprattutto se confrontata al male peggiore che è la miseria del benessere. Oh, mi trovo ad avere sete di una caraffa di bianco ghiacciato, da bere in un’osteria di campagna con le sedie sgangherate ed i vecchi in canottiera,che fumano, e tengono d’occhio le bici appoggiate al muretto e un cane che abbaia. Non ce ne sono più, cavolo. Solo bar belli. Pub che aprono alla sera. Locali con la musica.
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