Dal Bresciaoggi
Di Roberto Bianchi
fotografia di www.ilariapoli.com
4 giugno 2017
Dello, Offlaga, la Quinzanese, le Terre basse
Non vorrei essere diventato come quegli anziani che, in assenza di cantieri stradali da criticare per noia o nostalgia, si incaponiscono persino a puntualizzare intorno al clima ed ai fenomeni meteorologici che “non sarebbero più quelli di una volta” (come, del resto, loro stessi) in quanto vittime degli attacchi di una modernità sregolata, di una contemporaneità incomprensibile e di un destino inaccettabile . “Eh, signora mia! Non ci sono più le stagioni di una volta, e neppure le mezze stagioni”, dicono sgomenti , lievemente incazzati, in fondo sconsolati . Ci tengo a non apparire così rancoroso col tempo che scorre, tuttavia non posso nemmeno nascondere la sensazione, che ogni anno diventa un po’ di più certezza, che sia da molto ormai che non la si trova più, la nebbia di una volta. Saranno le mutazioni climatiche, l’effetto dell’inquinamento o chissà che, ma certo è che nemmeno in quelle Terre Basse in cui spadroneggiava raggiunge più né, se del caso,mantiene troppo a lungo, il dominio sugli occhi e sulle cose. Durava consecutivamente giorni e notti, e fra l’altro, personalmente, aiutava anche me, franciacortino, a pensare e pensarmi, perché persino sulla Statale 11 della Padana Superiore, infatti, c’erano giorni in cui “la si poteva tagliare con il coltello”.
Nelle sere in cui ritornavamo da Brescia a bordo della Cinquecento di mia sorella (che non era la Fiat per ricchi lanciata da Lapo, l’unico davvero geniale esito dell’ultima monarchia d’Italia, ma la precaria ed essenziale scatoletta per poveracci in cui sovente si entrava davvero in quattro adulti), non si sapeva più cosa inventare per individuare la riga bianca sull’asfalto che fornisse un po’ di orientamento, e tutti si diventava un po’ navigatori per aiutare l’autista prossimo alla crisi nervosa. Ma per trovare quantità industriali di nebbia in grande spolvero, bè un giro nelle Basse e si era subito accontentati. Avvenne a volte che ci fu chi dovette scendere dall’auto e camminarci davanti per mostrare il percorso sicuro al guidatore . I pretesti potevano essere numerosi, peraltro . Per esempio c si arrivava di pomeriggio nella zona di Dello per raccogliere i funghi chiodini (nessuna licenza, né “patentino”con tassazione, né controllo regionale per godere di questo straordinario frutto della terra) – che se ti andava bene trovavi in pezzature anche ampie in quanto a superficie e subito, con un unico semplice colpo di fortuna, te n’eri fatto provvista anche da mettere sott’olio per il futuro – e spesso durante la raccolta si era esenti dalla coltre e magari illuminati da un bel sole autunnale. Ci si dimenticava esistesse e si indugiava sempre troppo ( se non avevi trovato nulla, per testardaggine, mentre se ne avevi già raccolti, per avidità ). Dopo era troppo rapida era la sua calata, e quando si tornava col semibuio e il nebbione si spergiurava che: “mai più”.
Dalle parti di Boldeniga un’ intelligente collezionista – perciò anche artista – bresciana , ricca come’è necessario per poter acquistare opere importanti, aveva creato dentro alla sua Torre una bella occasione per vivere significative esposizioni che prevalentemente si svolgevano con la bella stagione primaverile. Non si era mai al sicuro, tuttavia, dagli agguati della nebbia e no
n mancarono momenti di convivialità autunnali e invernali che poi si pagavano con profumati interessi attraverso le apprensioni del ritorno in auto. Altre volte con amici buongustai e più popolani si andava a cena a Longhena, per mangiare i casoncelli, vivendo così un’avventura vagamente irresponsabile della cui gravità ci si accorgeva sempre “dopo”, perché mentre si era dentro a trattorie di campagna dall’odore inconfondibile e col camino acceso, il pensiero era finalizzato solo a “berci sopra” una esagerata quantità di rosso per “annegare” quelle prelibatezze a loro volta annegate nel burro sempre annerito e talvolta potenzialmente quasi letale. Si esorcizzava la paura dell’incidente gridando sulle voci delle cassandre che al massimo “oltre alla nebbia “fuori” si sarebbe subìta pure quella “dentro” l’abitacolo dell’auto”. Forse fu proprio il contrasto fra le due che impegnò il destino e fece sì che alla fine si tornasse sempre a casa sani e salvi. Apprendemmo proprio in quel tempo i rudimenti dell’arte di ignorare le conseguenze dei piaceri ,un’arte che ancora adesso ci assiste e se non cederemo al tempo ci accompagnerà fino alla fine, gioiosamente.
Quando vidi per la prima volta la scena di Amarcord in cui il nonno del protagonista , ormai incamminatosi sulla strada della senescenza , si perde dentro ad una nebbia così fitta e “concreta” da fargli smarrire qualsiasi senso dell’orientamento oltre che favorire l’insorgere di una notevole paura verso le forme inquietanti nelle quali è riuscita a deformare gli animali e le piante più consuete, ne ignorai il significato simbolico e surreale, perché per me non era affatto un’esagerazione ma, anzi, mi sembrò del tutto corrispondente alla mia esperienza personale. Ne sapevo qualcosa di quel silenzio ovattato e straniante quando ti trovavi a fendere la coltre biancastra specie nelle ore più buie nelle quali, perciò, appariva luminescente .
Conoscevo la nebbia che spesso voleva dire stupore ed una qual certa magia. Conoscevo bene, per averci camminato dentro a piedi , l’effetto di quell’umidità che ti si attaccava sulla faccia, unica parte scoperta del corpo, ubriacava lo sguardo mentre allarmava i sensi e, per contrasto, ti faceva sentire ancora più vivo. Attraversare certe nebbie in bicicletta, era meraviglioso, soprattutto in riva ai fiumi dove ti accorgevi che la nebbia costituiva una specie di fascia piuttosto singolare. Era staccata dal terreno di poche decine di centimetri dai quali si dipanava fino a sommergerti , ma , talvolta, se ti alzavi in piedi sui pedali ti rendevi conto che terminava proprio poco sopra la tua testa e riuscivi perciò ad emergerne, semplicemente pedalando in piedi e provando così la stessa vista che ottengo ora che sono vecchio dai finestrini dell’aereo in alta quota. Mi viene in mente la nostalgia nelle parole dell’adorato Guccini di “Quello che non”: La vedi nel cielo quell’ alta pressione, la senti una strana stagione?Ma a notte la nebbia ti dice d’ un fiato che il dio dell’ inverno è arrivato “ mentre penso che sì, era magia misteriosa e inspiegabile, stupore e pensieri, sconcerto ed emozioni ciò che portava la nebbia di una volta, quella che non c’è più, come, temo, non ci sono più la magia, lo stupore e lo sconcerto delle emozioni scacciati da un sole arrogante nuovo, recente e insopportabile .
Leave a reply