Dal Bresciaoggi
Di Roberto Bianchi
fotografia di www.ilariapoli.com
25 giugno 2017
Il Santuario della Stella a Gussago (prima parte)
Mezzo secolo fa quasi ogni paese della provincia era fornito di un residente indemoniato, quasi sempre di sesso femminile, da raccontare in narrazioni inverosimili e alle quali erano molti quelli a cui piaceva credere. Al mio, di persone con “addosso il Diavolo”, ce n’erano addirittura due: di una, la “vecchia S.” condannata con la sedia a rotelle, da decenni senza che la scienza medica fosse riuscita ad individuarne le ragioni, si diceva che la notte, mentre nessuno la vedeva, camminasse agilmente con le proprie gambe, in preda al trance e scortata dall’inseparabile gatto, nero e sovrappeso. Dell’altra, la signoria L., che avesse dimestichezza con la levitazione; del resto lei di gatti neri ne aveva due o tre. La notte in cui la signorina L. mori – lo si raccontò in tutti i cortili nelle settimane successive – il medico intervenuto per iniettarle un’ endovenosa dovette, prima di procedere, farsi il segno della croce, perché non gli riusciva di trovare la vena. Il fatto era reso ancor più singolare pensando alla sua esperienza, comprovata dal suo soprannome, dott. Endovena, affibbiatogli in paese. In quegli anni c’era una consuetudine diffusa, che in particolare eccitava i ragazzini, con l’oscuro e il demoniaco. Era opinione comune che davvero il Principe del Male fosse in mezzo a noi fisicamente, tangibile, visibile. Peraltro anche all’Oratorio eravamo frequentemente messi in guardia dal Diavolo tentatore e così Satanasso era diventato davvero “uno di famiglia”.
A contrastarne l’azione c’erano molte sentinelle che si dichiararono in grado di batterlo. Fra questi impavidi eroi del bene il più famoso fu senz’altro don Faustino Negrini, classe 1885 che nel 1958 (si noti la vertibilità delle date:85 – 58: iniziò la vita nella prima, iniziò la battaglia col Malefico nella seconda!) lasciò la Parrocchia di Torbole e fu spedito dal Vescovo a fare il Cappellano al Santuario della Stella, una Chiesa del Cinquecento dalla storia assai curiosa. Era stata costruita, infatti, nel luogo in cui la Madonna apparve ad un pastorello sordomuto, guarendolo completamente all’istante. Ci dice Cornelius Flaminius nelle “Notizie storiche delle principali Apparizioni ed immagini di Maria Vergine nel Dominio Veneto”:<_ divulgatasi in un baleno la fama dell’apparizione si recarono con numerosa folla di popolo al luogo indicato ove mirarono con sorpresa nel mezzo d’una pianura un bel collocato disegno di fondamenta nel di cui mezzo elevatasi un giglio di n

on mai più veduta bellezza su cui spargeva i suoi raggi una stella perpendicolarmente ad esso imminente. Ad un tanto portento tutti si arresero e nell’anno stesso della verginale comparsa disposero le fondamenta della nuova Chiesa, per l’avanzamento della quale accorse con apostolica liberalità, concedendo indulgenze, Paolo III nell’ anno secondo del suo pontificato>.
Quella chiesa era magnetica per me, e più di una volta là ci andai in bicicletta sperando di inciampare fortuitamente in qualche manifestazione del Maligno come quelle che avevo visto nel film “L’Esorcista”, che , secondo i giornali, era sconsigliato alle donne incinte perché provocava “malori e svenimenti in sala”. Forse perché non ci riuscii mai, fu una curiosità ricorrente quella che mi accompagnò per anni. Ormai adulto, in un piovoso giorno d’autunno mentre transitavo per la collina decisi di riprovarci. Mentre parcheggiavo mi preparai una giustificazione da fornire al prete per ottenere un permesso di assistere ad un esorcismo. Arrivai alla porta della canonica accodandomi a tre donne che, cariche di borsine, nel frattempo erano sbucate dal percorso pedonale. Il prete aprì la porta e senza una parola le fece entrare. Poi vedendo che rimanevo sulla soglia mi guardò incuriosito. Imperturbabile, bugiardo e sussiegoso attaccai: “Padre, le chiedo di aiutarmi, perché ho perso la Fede”. Mi guardò sorpreso e chiese, con la voce alta di chi soffre problemi di udito: ” Cos’è che hai perso,te?”. Capii che era praticamente sordo, al che, scandendo le parole, chiesi: “posso assistere all’esorcismo?”. Mi fece entrare.
Le tre donne si erano già sedute intorno al tavolo. Io puntai su quella della generazione di mezzo, perché aveva i capelli rossi ed un orribile foulard verde. Invece quando il prete le appoggio un rosario sulla testa fu la più giovane a ruotare su se stessa e mollare uno sberlone che spedì la corona sul pavimento della stanza. Iniziò quindi a profferire volgarità con una voce cavernosa e ansimante che chissà dove andava a raschiarla. La crisi fu impressionante perché la ragazza sudava e urlava. Il prete però insisteva nell’intimare al Demonio di abbandonarne il corpo. Ad un certo punto gli chiese “Dimmi il tuo nome, creatura che abusi il corpo di questa giovane_ Come ti chiami?” e al diniego gracchiato dalla Bestia, rispose con una sequenza indimenticabile di insulti: “Te lo dico io come ti chiami! Ti chiami cretino, stupido, ignorante, imbecille…” Proseguì, poi, recitando formule sempre più oscure: il “Diavolo” gradualmente perdeva terreno e la sua resistenza si affievoliva. Alla fine, quando la ragazza era ormai spossata e nella sala erano sopraggiunte anche le suore di un vicino convento, il sacerdote cominciò una serie di esortazioni:”Arcangelo Gabriele salvaci tu dal male! Contro il satanismo_…” e le suore, ligie, “giu botte!”, e lui, ancora” contro lo spiritismo_… ” e loro, ligie, “giù botte!”. “contro il comunismo_…”, “giù botte!” e ancora ” contro il fascismo_…”, “giù botte”, “contro il brigatismo_…”, “giù botte!”.
Come succede anche nella maggior parte dei film americani il Bene, anche se faticosamente, alla fine trionfò sul Male e la ragazza remissiva ed esausta, accettò di pregare insieme a tutti gli altri. Poi bacio più volte il rosario, insistentemente: sembrava volersi aggrappare come ad un’ancora a quella coroncina che teneva fra le mani. A quel punto la più anziana delle tre donne mise sul tavolo quelle borse che aveva tenuto per tutto il tempo sotto la sedia. Il prete cominciò ad estrarne vari pacchetti: caffè, zucchero, sale grosso, bottiglie d’acqua minerale, un pettine, vari monili, un cuscino. Uno a uno benediceva tutta quella variegata mercanzia per poi riporla, un pezzo alla volta, nella borsa vuota che alla fine riconsegnò alla donna.
Le suore intonarono un canto mentre la processione delle donne che io chiudevo in silenzio si avviò verso la porta. Il prete rimase seduto a guardarci andar via. pareva stanco, ma piuttosto soddisfatto di sé. La signora dai capelli rossi fece scivolare una busta nelle mani della perpetua che teneva aperta la porta per farci uscire. (1- segue).
na civiltà e ad un modo di vivere dei quali la “civiltà” industriale e post industriale vorrebbero cancellare persino il ricordo, è dovuto all’intuizione avuta negli anni Settanta dal maestro elementare Dino Gregorio, al quale poi è stato intitolato, ed è il Museo della Civiltà contadina di Mairano. E’ disposto in una cascina in cui una volta vivevano alcune famiglie che lavoravano alle dipendenze dei Conti Calini, (un’altra cosa da non dimenticare è che dietro ai contadini c’erano sempre dei proprietari terrieri che li sfruttavano). Il notevole numero di

n mancarono momenti di convivialità autunnali e invernali che poi si pagavano con profumati interessi attraverso le apprensioni del ritorno in auto. Altre volte con amici buongustai e più popolani si andava a cena a Longhena, per mangiare i casoncelli, vivendo così un’avventura vagamente irresponsabile della cui gravità ci si accorgeva sempre “dopo”, perché mentre si era dentro a trattorie di campagna dall’odore inconfondibile e col camino acceso, il pensiero era finalizzato solo a “berci sopra” una esagerata quantità di rosso per “annegare” quelle prelibatezze a loro volta annegate nel burro sempre annerito e talvolta potenzialmente quasi letale. Si esorcizzava la paura dell’incidente gridando sulle voci delle cassandre che al massimo “oltre alla nebbia “fuori” si sarebbe subìta pure quella “dentro” l’abitacolo dell’auto”. Forse fu proprio il contrasto fra le due che impegnò il destino e fece sì che alla fine si tornasse sempre a casa sani e salvi. Apprendemmo proprio in quel tempo i rudimenti dell’arte di ignorare le conseguenze dei piaceri ,un’arte che ancora adesso ci assiste e se non cederemo al tempo ci accompagnerà fino alla fine, gioiosamente.