Dal Bresciaoggi
Di Roberto Bianchi
fotografia di www.ilariapoli.com 12 Febbraio 2017
Chiari, Coccaglio, Cologne
Mi faceva sempre effetto vederla dai finestrini sporchi della corriera. Forse, perché quando ci passavo davanti e la cercavo come si fa con le consuetudini che rassicurano, sapevo che dopo solo pochi minuti avrei incontrato Maria, una clarense bellissima, che pareva irraggiungibile e per nulla propensa a cedere alla mia corte. O forse, nella attuale desolazione di Villa Mazzotti, individuavo qualcosa di simile al futuro che il destino, dal punto di vista sentimentale, mi pareva avesse previsto per me: essere abbandonato e dimenticato. Quando poi al ritorno me la ritrovavo a sinistra, la casa mi sembrava ancora più triste degli scarni saluti con cui Maria aveva arginato le mie emozioni al momento del commiato; la vista di quella dimora amplificava la durezza dei primi e mortificava il ricordo delle seconde.
Il giorno in cui alla fermata della corriera non trovai nessuno ad accogliermi capii ciò che non avevo voluto capire nelle settimane precedenti e, semplicemente, mi incamminai verso Villa Mazzotti, disposto persino a scavalcarne la recinzione così da entrare nel suo parco a soffrire in santa pace. Trovai i l cancello spalancato. All’interno, in prossimità della villa vidi alcune auto ed un furgone. Nei pressi dell’ingresso c’era Sergio, uno di Quinta che nel tempo libero si occupava di ricerche di storia locale. Mi guidò all’interno della casa e mi condusse nel sorprendente seminterrato che aveva ospitato, si capiva, la sala per proiezioni cinematografiche. Adiacente c’era un altro locale dove, in un angolo, giacevano antiche masserizie. Ad un esame più attento si rivelarono avanzi di trucchi, i resti di una “giraffa” di legno, qualche pezzo di pellicola, qualche vecchia foto in bianco e nero: cose da cinema non solo visto, insomma.
Con fare da iniziato borbottò: ” Si sa, il Conte amava anche il cinema…” Quindici anni dopo ci portai anche Lina Wertmuller ed Enrico Job a visitare Villa Mazzotti e davanti all’immutato mucchietto di resti, con lo stesso tono misterioso che destò la curiosità della regista e del non meno noto scenografo, anch’io scandii quelle parole. Loro mi sollecitarono a raccontare del singolare aristocratico clarense dalla vita avventurosa che il quella Villa ci aveva passato i suoi giovani anni. I miei ospiti furono colpiti dal pensiero che, nonostante la sua vita intensa e singolare, fosse sconosciuto ai più. Il mio ritratto raccontava di un uomo la cui esistenza fu improntata sui miti fondanti del Manifesto Futurista che Filippo Tommaso Marinetti aveva pubblicato a Parigi nel 1909: non so se Mazzotti ne fosse consapevole o interpretasse semplicemente lo Spirito del tempo. E nemmeno mi interessa.
Franco Mazzotti era nato nel 1904. A soli ventiquattro anni, nel 1928, fece parte della delegazione commerciale italiana, guidata da Italo Balbo, Ministro dell’aeronautica, in visita negli Stati Uniti. E a soli 22, nel 1926 era stato promotore del comitato che inventò le “Mille Miglia”: vi aveva avuto un ruolo non indifferente a meno che non si voglia ritenere che il percorso Brescia-Roma-Brescia fosse del tutto casuale. Persino la denominazione della gara (“insensata e pericolosa” fu definita su un giornale dell’epoca dal senatore Crespi) si dovrebbe proprio a lui che avrebbe indicato in mille miglia i circa 1.600 chilometri di percorso sui quali si sarebbe snodata: un nome, “Mille Miglia”, che fu approvato alla faccia dell’esterofilia fascista che da tempo isolava il nostro Paese. I motori erano la passione del nobile Mazzotti a cui piaceva correre: correva in auto: ottenne il secondo posto assoluto alle Mille Miglia del 1928 su una brescianissima OM2000. Correva sull’acqua, con bolidi da 250 cavalli, vincendo due edizioni del “raid Pavia – Venezia”, dal Po’ fino all’Adriatico. Correva per il cielo: nell’era delle trasvolate oceaniche emulava il suo idolo – che poi sarebbe diventato grande amico – Italo Balbo e sorvolò l’Africa a bordo di aerei fragili fatti di legno e tessuto. Volò in formazione, dall’Italia al Brasile. E, ancora, volò lungo la rotta che unisce l’Italia all’Argentina.
Nel 1938 il destino lo avvisò di ciò che aveva in serbo per lui e, durante una gara, precipitò nel deserto africano. Venne dato per disperso per cinque lunghi giorni fino a quando un disperato Italo Balbo, governatore della Libia, lo ritrovo sano e salvo dopo estenuanti ricerche.
Per nulla impaurito, Franco Mazzotti ricominciò nelle sue spericolate attività.
Nel 1940 il destino ancora una volta gli mostrò quali esiti tragici potesse avere una vita ardimentosa: il suo amico Italo Balbo venne infatti mitragliato dal fuoco degli stessi soldati italiani. L’Eroe del cielo morì in seguito ad un “tragico errore” che fu anche provvidenziale per Mussolini, perché eliminava colui che poteva essere il suo più forte ed autorevole concorrente.
Nel 1942 il Conte Franco Mazzotti è in servizio, con il grado di tenente come pilota di aerei da trasporto militare. La sua squadriglia, con base a Bengasi, ha in dotazione Aerei Savoia Marchetti. E proprio nemmeno due mesi prima del suo trentottesimo compleanno che sopra i cieli di Tunisi, poco dopo il decollo, il suo Savoia Marchetti 75 viene abbattuto dai caccia inglesi della RAF. La data della sua morte, 14 novembre 1942 è indicata nella Cappella Privata del Cimitero di Chiari, ma il suo corpo non è mai stato ritrovato.
Per quelle strane concomitanze della Storia, ebbe lo stesso destino di un altro ardimentoso nobile dell’epoca, il letterato visconte Antoine de Saint-Exupéry, abbattuto nel 1944 dai caccia della Luftwaffe, al largo delle coste marsigliesi. In una frase presa dal “Piccolo Principe” trovo un indizio per capire meglio le ragioni di questi due uomini sprezzanti del pericolo e amanti delle imprese estreme: <Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi>.
Ah, dimenticavo! Maria poi per un breve, ma sufficiente periodo diventò la mia ragazza. Avvenne poco dopo che avevo deciso non meritasse la mia disperazione e che, di conseguenza, avevo cominciato a uscire con una di Prima, di Chiari pure lei. A volte i miracoli avvengono. Per questo può succedere che dimore abbandonate riacquistino vita e funzione, come Villa Mazzotti che alla fine è stata recuperata dal Comune di Chiari e ora ospita manifestazioni ed eventi fra cui la prestigiosa Fiera della Microeditoria. A volte può avvenire che uomini straordinari che sembravano dimenticati nel tempo vengano ricordati e, così, non siano morti del tutto.

avamo sul fatto che per capire se avessero visionato una relazione o un bozzetto bastava controllare in controluce se sul foglio fossero visibili le impronte di polvere d’officina o di grasso che macchiavano ormai indelebilmente anche le loro mani nelle quali, piuttosto frequentemente, non c’erano quasi mai tutte le dita. Attualmente erano diventati padroncini o industriali, pieni di soldi e con auto che potevi solo invidiare, ma la loro avventura ( o quella dei loro padri), spesso era partita all’insegna della fatica, del sacrificio e, soprattutto. del lavoro personale, senza contare le ore, dietro al bancone o alla macchina e le dita mancanti, spesso, le avevano lasciate proprio lì. Non ci tenevano a dimenticarlo loro da dove erano venuti e, soprattutto, come erano arrivati – ma non potevamo ignorarlo nemmeno noi e allora sorgeva una forma di rispetto che ci faceva ridere meno di quella gente così tenace che del sacrificio aveva fatto l’unica forma ammessa di emancipazione individuale. Del resto, in quella terra, “arrivavano” quasi tutti coloro che imbastissero l’avventura imprenditoriale; certamente non è casuale che proprio in quegli anni il rapporto fra abitanti e attività produttive a Lumezzane fosse uno dei più alti d’Europa. Ce l’avevano nel dna la capacità della visione e, allo stesso modo in cui nessuna opportunità andava tralasciata per farsi strada nel Mondo, ogni singolo garage o scantinato poteva diventare l’embrione di un’attività produttiva. Ne hanno fatta di strada con le loro posate, le loro pentole e i metalli, questi Efesto di periferia che avevano solo uno “Hcòtòm” incomprensibile ed ora, spesso, hanno nomi noti nel Mondo. Sì, gente tenace e caparbia, quella, della quale si racconta dal 1600 in poi in testimonianze che ritroviamo in numerosi documenti storici e articoli di giornale.