Dal Bresciaoggi
Di Roberto Bianchi
fotografia di www.ilariapoli.com
2 luglio 2017
Il Santuario della Stella a Gussago (seconda parte)
Di esorcismi presso la Chiesa della Stella in quattrocento anni di vita e in quasi quarant’anni di attività di don Negrini (il prete esorcista che ne era il cappellano) ne sono stati compiuti in grande numero, come testimonia anche la quantità di ex voto che ne adornano le pareti interne. Nel tempo, però, oltre ad essersi consolidato il culto dei fedeli iniziato proprio a causa dell’apparizione della Vergine, venne affermandosi una curiosità verso il Santuario magnetica anche per chi “fedele” non lo era per niente. Il luogo possiede tutti i requisiti adeguati che, all’epoca, colpivano con grande forza la fantasia semplice della gente comune. E’ immerso nel verde, appartato in cima alla collina che sovrasta Gussago e di sera assume un aspetto inquietante e misterioso. Quando scendeva il buio non ci si trovava più anima viva (successivamente sorsero dei ristoranti) e si trasformava, così, nella meta ideale per coppie in cerca di intimità. Per la stessa ragione era diventato anche il paradiso di numerosi voyeur che arrivavano da tutta la Franciacorta per spiarle, le coppie che l’intimità l’avevano trovata. Tuttavia non sorsero mai problemi: sia gli “osservatori” che gli “osservati” operavano in silenzio e aspiravano all’invisibilità rendendosi inconsapevolmente collaborativi. Verso la fine degli anni Settanta avvenne un fatto singolare che vi attrasse una quantità di curiosi come non s’era mai vista prima. In una calda sera d’estate una coppietta, dopo aver trascorso parte della serata con gli amici in piazza a Gussago, raggiunse in scooter il Santuario per stare insieme, lontano da occhi indiscreti.

Raccontarono poi di aver sentito, mentre erano sdraiati nell’erba, un suono dalla natura indefinita, ma dall’effetto così spaventevole che bastò per distoglierli dai traffici sotto i vestiti, mentre anche il silenzio cominciava ad impaurirli. Si può immaginare che, vagamente increduli, si siano messi seduti in ascolto per capire da dove provenisse il suono. Quel che è certo è che appena l’ebbero intuito si alzarono ancora mezzi svestiti, saltarono sul motorino sconvolti e ritornarono in paese per raggiunsero gli amici. Raccontarono la loro avventura: in particolare dissero che avevano sentito come se qualcuno stesse “respirando”. Non erano riusciti a capire da dove provenisse, ma sembrava un “respiro”.
Era diffuso nell’ aria, come se a emetterlo fosse stato un gigantesco animale ronfante. E la bestia dormiente era loro sembrata fosse proprio il Santuario! Partì immediatamente una carovana di ragazzi eccitati in motorino che serpeggiò lungo la collina con il tipico baccano di quelle notti estive: marmitte sfondate e clacson. Lungo il percorso, con i sensi allertati, notarono anche i rapidi movimenti di frasche e alcune macchine apparentemente vuote che accendevano i motori per andarsene alla svelta. Giunti a destinazione impiegarono non poco per riuscire a capirci qualcosa: l’euforia unita alla volontà di mostrare un coraggio che in realtà si davano l’un l’altro a forza di sghignazzate, comprometteva l’indispensabile silenzio.
Quando si furono acquietati, però, lo sentirono distintamente quel respiro: grave e terrificante. Agonico. Che sembrava voler parlare dei patimenti dell’Inferno. Quei ragazzi avevano appena scoperto il fenomeno che avrebbe riempito le sere a venire di numerosi bresciani. Ancora adesso,e sono passati quarant’anni, mi chiedo come sia stato possibile che, nel giro di solo pochi giorni, la Stella diventasse la meta di migliaia di persone che ci andavano sì a prendere il fresco, ma, soprattutto, a cercare di sentire quello che ormai era diventato per tutti il “respiro del Diavolo”. E a interpretare con ipotesi suggestive ciò che non era spiegabile. Ora, in tempi di social network, chiunque pubblichi un post su fb sa che poco dopo il suo racconto sarà arrivato ovunque. Ma allora? Gli unici social, per niente network, erano i negozi, i bar e i barbieri. E le chiese. Non i quotidiani: proprio un quotidiano locale mi mandò sul posto per fare un servizio, ma solo giorni dopo, perché il caso era già scoppiato da solo. E allora, come aveva fatto la notizia a dilagare così velocemente destando la curiosità della folla che accorreva per verificare di persona? Raggiungere il Santuario non fu difficile, servì, in fondo, soltanto un po’ di pazienza: la salita che solitamente richiedeva non più di cinque, dieci minuti, si protrasse per più di un’ora.
Quello che mi fu ben chiaro appena arrivato fu che da lì il vero problema sarebbe stato tornare a casa prima dell’alba: c’era una moltitudine che occupava tutta l’area e affollava anche gli spazi liberi fra i tronchi delle prime file di piante del vicino bosco. I più organizzati s’erano portati il tavolino e le sedie da campeggio e si scolavano qualche buon bicchiere di vino, proprio come in un pic nic. E sì, nonostante ci fossero migliaia di persone, il respiro del Demonio lo sentii distintamente pure io, che non mi capacitavo e ci ridevo su, e che mi sembrava proprio provenire dal Campanile. C’erano un paio di vigili urbani, numerosi volontari che si occupavano di far parcheggiare le auto ordinatamente lungo la strada e alcuni militi dell’Arma, ché non si sa mai, e la sera successiva, infatti, procedettero al fermo di un signore di mezza età che si era presentato in ciabatte, canottiera, braghe corte e doppietta in mano per sparare all’abusivo della torre, chiunque fosse. Come si seppe successivamente l’uomo non l’aveva poi vista del tutto sbagliata, perché un conosciuto naturalista locale dichiarò che probabilmente, dentro la torre, c’era un nido di barbagianni.
Spiegò che al momento della schiusa delle uova i piccoli emettono un suono tipico molto simile ad un respiro. L’amplificazione naturale del campanile aveva fatto il resto e fornito a quei suoni, originariamente poco più che striduli, la consistenza e il timbro demoniaco del respiro dei dannati. Io non lo so se la caduta di Lucifero nell’Inferno sia stata davvero veloce e improvvisa; quello che ricordo è che quella sera la mia discesa dal paradiso refrigerato della collina verso l’inferno di asfalto bollente fu lunga e difficoltosa: ci misi ore in colonna a fare quella manciata di chilometri. La stampa locale comunque dedicò un pezzo all’evento che però, ormai, si andava rapidamente sgonfiando da solo: una volta svelata la vera ragione di quel fenomeno, infatti, non era più possibile fingere di credere al soprannaturale per crearsi un diversivo. L’area ritornò in breve deserta, e tutti i curiosi al caldo torrido delle proprie case. Salvo, naturalmente, le coppiette ed i voyeur.

na civiltà e ad un modo di vivere dei quali la “civiltà” industriale e post industriale vorrebbero cancellare persino il ricordo, è dovuto all’intuizione avuta negli anni Settanta dal maestro elementare Dino Gregorio, al quale poi è stato intitolato, ed è il Museo della Civiltà contadina di Mairano. E’ disposto in una cascina in cui una volta vivevano alcune famiglie che lavoravano alle dipendenze dei Conti Calini, (un’altra cosa da non dimenticare è che dietro ai contadini c’erano sempre dei proprietari terrieri che li sfruttavano). Il notevole numero di

n mancarono momenti di convivialità autunnali e invernali che poi si pagavano con profumati interessi attraverso le apprensioni del ritorno in auto. Altre volte con amici buongustai e più popolani si andava a cena a Longhena, per mangiare i casoncelli, vivendo così un’avventura vagamente irresponsabile della cui gravità ci si accorgeva sempre “dopo”, perché mentre si era dentro a trattorie di campagna dall’odore inconfondibile e col camino acceso, il pensiero era finalizzato solo a “berci sopra” una esagerata quantità di rosso per “annegare” quelle prelibatezze a loro volta annegate nel burro sempre annerito e talvolta potenzialmente quasi letale. Si esorcizzava la paura dell’incidente gridando sulle voci delle cassandre che al massimo “oltre alla nebbia “fuori” si sarebbe subìta pure quella “dentro” l’abitacolo dell’auto”. Forse fu proprio il contrasto fra le due che impegnò il destino e fece sì che alla fine si tornasse sempre a casa sani e salvi. Apprendemmo proprio in quel tempo i rudimenti dell’arte di ignorare le conseguenze dei piaceri ,un’arte che ancora adesso ci assiste e se non cederemo al tempo ci accompagnerà fino alla fine, gioiosamente.

rda così ricca, fortunata e prodiga di doni. “Dopo” sono venute le fi ere in grande stile e organizzate in maniera impeccabile, i food più o meno slow, le mode e le convenzioni, i km0, e tutto il marketing . “Dopo”è stato pianificato professionalmente ciò che qui c’è sempre stato: la fiducia nelle buone ragioni del mangiare e bere bene. Che qui c’era da “prima”. Non solo il vino, anche se soprattutto il Vino, nel cuore della Valtenesi in questa festa che fa un ambo vincente con quella che intorno ad agosto si fa a Puegnago, ma pure l’ Olio (che, se non fosse che magari porti male, anche un senzadio come il sottoscritto potrebbe, a buona ragione, definire “santo”) e il Formaggio, i Salami fatti da norcini sapienti, i prodotti da agricoltura amorevole e rispettosa e, insomma, un Bosch intitolato “Repertorio delle Tentazioni” talmente convincente da arruolare, nella truppa di Dionisio, anche il più recalcitrante degli Stoici.
vece, la consueta mancanza di agiatezza lo costringeva a fare l’imbianchino e, quando richiesto, il decoratore murale. Ma l’anima era quella dell’artista e l’uomo, come si vedrà, non poteva certo essere esente dagli influssi del Liberty, del Futurismo, dell’Aeropittura, insomma, dalle tensioni artistiche che contrassegnarono quell’Epoca e che mise a frutto quando decise di intervenire di pennello e colori sugli interni del suo Albergo, il “Milano”! Perché fra un lavoro e l’altro fu questo che fece. Decise di decorare tutte le pareti interne dell’albergo e delle sue stanze e ci riuscì tanto che, nel 1936 quando la struttura venne inaugurata, anche il lavoro pittorico era terminato. Ogni stanza era dipinta con soggetti e colori diversi e ciascuna veniva definita dal colore dominante: c’era quindi la camera verde, quella rossa, quella gialla e così via.
che, per le “persone perbene”, erano destinate al riposo. Per la mentalità di allora era quasi più accettabile un “perdigiorno” rispetto ad un incallito nottambulo: in fondo per il primo c’era una forma di diffuso controllo sociale che cessava col buio quando i bravi cittadini si mettevano sotto le coltri. Per le nostre uscite serali, quando erano consentite, ci venivano quindi fissati orari di rientro rigidi e non contrattabili. Del resto, anche se protestavamo contro quei presunti arbitrii che limitavano la nostra autonomia, sapevamo anche da noi, “tirati su” con quell’imprinting – che pure alla fine saremmo riusciti a rimuovere diventando dei pessimi padri incapaci di un’autorevolezza qualsiasi a difesa di figli in balìa di devastanti tsunami esistenziali- che era meglio andare a dormire ben prima di mezzanotte. C’era lavoro in quantità per tutti, e anche i più esuberanti, dopo otto/dieci ore di fabbrica, officina o cantiere – o una impegnativa giornata di studio – rincasavano non oltre le ventitre. La scarsa domanda generava un’offerta ridotta del resto, perciò anche a stare in giro non ci sarebbe stato nemmeno molto da fare visto che, nelle serate infrasettimanali, era raro trovare un bar dove non iniziasse la smobilitazione intorno a quell’ora. Qualcosa di aperto fi n verso l’una lo si trovava soltanto il sabato e, in alcuni casi, anche il
supermercato Auchan, eppure la percezione è inversa. Persino più avanti, dove si trova l