Dal Bresciaoggi
Di Roberto Bianchi
fotografia di www.ilariapoli.com
30 aprile 2017
Concesio, Gardone Val Trompia, Sarezzo, Villa Carcina
Sarà perché li taglia in due, ma quando si transita sulla strada Triumplina, la 345, è difficile immaginarli come veri e propri “paesi”, i paesi che scorrono ai lati della strada. Sembrano, piuttosto, un contorno del tutto privo di importanza: sembrano dei non-posti da lasciarsi alle spalle rapidamente. Appaiono privi di storia, e dall’identità incerta, persino “superflui”, perché sembrano solo cocci disposti casualmente ai lati di quella pista d’asfalto che il Boom economico degli anni Sessanta ha calato sulle campagne della Valle Trompia per riservare maggior spazio ai motori e, dopo aver frantumato la co
munità degli uomini, imporre un regime che avrebbe obbligato tutti a ritmi sconosciuti e tempi sincopati. Alla velocità. Alla fretta. E che avrebbe per sempre messo in pericolo chi non vi si fosse adeguato.
Invece una storia, e che viene da lontano, questi paesi ce l’hanno. E pure una precisa identità. Infatti, se solo si abbandona la Triumplina, si può bene vedere come la dimensione sociale e comunitaria resista, ma è come se, per difendersi, si fosse nascosta, appartata in luoghi protetti come farebbero i guerriglieri nella giungla, diventando, perciò, realtà “intima”, riservata, cioè, esclusivamente a chi già la vive e “sa” o ai curiosi per natura. E preclusa a tutti gli altri. Paradossalmente penso sia proprio la Triumplina, con tutto il suo traffico, che ha salvato gli aspetti più peculiari di questi paesi – che, se non si fa caso ai cartelli con i nomi, non si riesce a capire bene dove inizi uno e finisca l’altro – isolandoli dal traffico di passaggio mediante una barriera fatta da qualche azienda e dall’infilata dei consueti esercizi commerciali: i necessari benzinai e i bar da caffè rapido e da panino in piedi. Il Mc Donald’s. I magazzini dei cinesi. Sono tutti edifici noiosi, privi di interesse, convenzionali che si troverebbero ovunque. E che nascondono quel “resto” che non si ha né il tempo, né la curiosità di immaginare. E allora si ignora tutto quanto. E così lo si lascia incontaminato.
Provenendo da Brescia, il comune di Concesio inizia poco prima del
supermercato Auchan, eppure la percezione è inversa. Persino più avanti, dove si trova l
a torre del Mc Donald’s, si ha ancora la sensazione di essere nella periferia della Città. Eppure, se poco prima del supermercato si gira a destra, si potrà viaggiare parallelamente alla Triumplina, inseriti però in un contesto decisamente più a misura d’uomo. Da queste parti, a Sant’Andrea e poi a Roncaglie, per dire, c’è ancora la estesa e prestigiosa dimora di un nobilotto locale che però non gli appartiene più perché travolto dalla gestione illecita delle proprie attività imprenditoriali. Il panorama è piacevole, costituito da un insieme ordinato e ben tenuto di villette mono o plurifamiliari, realizzate con cura e gusto. Ci sono ampi spazi verdi. Il traffico è modesto e scorrevole. Qui ci sono le scuole, la biblioteca, servizi di interesse pubblico, impianti sportivi. Il ricordo dei bar com’era una volta. E c’è una verde collina sulla destra che offre una vista davvero rilassante. Procedendo, rialzata rispetto al livello stradale, c’è la Pieve e indica la frazione che conserva il suo carattere antico oltre che per la Chiesa, che sta lì dall’anno Mille, anche grazie alle architetture civili e residenziali. Ancora più a nord, ma alla sinistra della Triumplina, c’è la frazione Costorio, che nella sostanza è un agglomerato residenziale non sprovvisto di servizi e negozi, alcuni provenienti dai tempi andati. Indirizzandosi verso la collina di Gussago, poi, si va a finire in San Vigilio che fu paese autonomo per più di seicento anni prima di essere annesso a Concesio nel 1928 ed è contrassegnato dal fascino delle piccole comunità dove ci si conosce tutti e niente di davvero brutto sembra poter mai accadere. Da lì parte una strada interna, decisamente pittoresca che, incuneandosi fra le case, arriva fino a Villa Carcina per poi innestarsi definitivamente sulla via principale.
La strada che mette in comunicazione ben tre valli bresciane, Val Trompia, Val Camonica e Valle Sabbia, per chilometri si sviluppa secondo questo criterio. Anche a Gardone Val Trompia dove, dopo la Fabbrica d’armi Beretta e superata la zona più centrale, sulla sinistra prendono avvio percorsi che portano a gradite sorprese: per esempio a Inzino, dove il torrente Re si insinua nel fiume Mella e da dove inizia un percorso che, in mezzo ai boschi, salite e discese ripide porta in poco tempo, costeggiando il corso d’acqua, fino al Monte Guglielmo. Più su c’è Magno località in cui passava le vacanze Giuseppe Zanardelli e che apre alla passeggiata in Caregno. Magno si raggiunge mediante una via fatta di tornanti e passando per una località chiamata Padile. Ci sono stato per qualche tempo, lì, in quello che allora era solo un triste quartiere-dormitorio, dove noi obbiettori di coscienza eravamo una curiosità, un elemento di svago per i ragazzi che nel tempo libero non avrebbero proprio saputo che fare. Accudivamo un signore dimesso dal manicomio, dopo un trentennio, in seguito all’entrata in vigore della legge Basaglia: vivevamo con lui e il piccolo appartamento messo a disposizione dal Comune era una specie di luogo di aggregazione aperto a tutti. Davanti c’era la cascina di un contadino che, come tutti gli adulti della zona, all’inizio ci guardava con sospetto, ma poi ci prese in simpatia. Dal sua appezzamento di terra ogni tanto partiva una fucilata, così, in mezzo alle abitazioni. Del tutto noncurante dei calendari venatori, quando vedeva una preda che potesse interessargli, semplicemente la “tirava giù”. Avemmo la fortuna di assaggiarla quella selvaggina un giorno, annaffiandola con vino nostrano e digerendola, poi, grazie ad una poderosa grappa, ovviamente di contrabbando e distillata clandestinamente nei boschi lì intorno.
Perché una volta, ancora più di oggi, bastava staccarsi di solo qualche centinaio di metri dall’arteria principale per ritrovarsi in un’altra realtà, con altre regole e usanze, una specie di zona franca, un rifugio dove il tempo s’era fermato a qualche decennio prima e dove, per questa ragione, la libertà di assumere qualche comportamento eccentrico e non proprio osservante delle leggi e regolamenti era tollerata, a patto, però, che fosse orientata ad un “buon senso” tradizionale e non travalicasse i confini di quella riserva.
mente chiamati “finanzini” – non ha mai raggiunto l’altezza delle vette alpine che si possono vedere intorno. Il contrabbando per secoli è stata un’attività fiorente e i miei ricordi mi rimandano alla gran quantità di sigarette illegali che girava alla luce del sole. Si vociferava addirittura che proprio sotto l’altare della Chiesa Parrocchiale di Corteno Golgi – sulla via dell’Aprica e raggiungibile per percorsi sotterranei e misteriosi – fosse collocato il deposito di quelle merci.
zzino volenteroso e legalitario che li raggiungeva trafelato. L’oltraggio più grave che l’ adolescente di uno dei due Paesi potesse riservare a quelli dell’altro, però, era sicuramente quello di corteggiarne una ragazza. Allora si scatenavano ire che a volte potevano portare a vere e proprie risse seguite da spedizioni punitive. L’ultima che io ricordi avvenne ch’eravamo già verso la fine degli Anni Settanta. Una domenica d’estate, in un pomeriggio “troppo azzurro e lungo”, in cui “non c’era neanche un prete per chiacchierar” un paio di ragazzi di Travagliato in trasferta sentimentale vennero provocati, insultati e aggrediti da alcuni giovani residenti – niente a che vedere con le coltellate facili e la cattiveria attuale – e presero alcuni ceffoni prima di scappare. Tornarono poco dopo, insieme ad un paio di amici, in cerca di vendetta, ma, ancora una volta, dovettero andarsene condannati dall’inferiorità numerica e dalla disorganizzazione. Il lunedì e il martedì erano giorni in cui non usciva di casa quasi nessuno, ma già dal mercoledì cominciarono gli avvistamenti sospetti. Puntualmente il venerdì sera arrivò in Piazza San Rocco a Ospitaletto una colonna di tre – quattro vetture dalle quali scesero una dozzina di ragazzotti dalle evidenti cattive intenzioni.
di regolarità e una rievocazione storica e si sviluppa, perciò, con criteri piuttosto lontani da quelli dei suoi inizi. Quando Aymo Maggi, Renzo Castagneto,Giovanni Canestrini e il clarense Franco Mazzotti esattamente novant’anni fa, si inventarono la Mille Miglia, non erano certo ignari dei proclami rivoluzionari che solo pochi anni prima erano stati proposti dal Manifesto Futurista di Marinetti: “Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità”, oppure: “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.”, o ancora: “Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.” (si noti che automobile era sostantivo maschile e la pratica di guidare indiscutibilmente virile) In un articolo de La Stampa del 27 marzo 1927 troviamo definito con precisione l’evento e lo spirito che animava i suoi pionieri: “…Mille Miglia: suggestiva frase che indica oggi il progresso dei mezzi e l’audacia degli uomini.
se. Non c’era un’amministrazione pubblica che sollevasse da tutti i problemi, bisognava fare da soli, e anche questo serviva a chiudere ulteriormente in sé quella comunità, obbligata dalla distanza dalle città ad essere autosufficiente in tutto.
e sono nati in ritardo per viverci penseranno siano difettose di lenti con cui osservo quel periodo. Del resto è una caratteristica diffusa quella di cedere alla nostalgia, ed è tollerabile in coloro che sanno di avere davanti meno anni di quelli che ormai si sono lasciati alle spalle. Succede, così, che il ricordo della propria giovinezza prenda alla gola e la consapevolezza di ciò che un po’ alla volta si è diventati trasformi quel passato in paradiso perduto. Quando ci si mette, la nostalgia travolge tutto e con l’abilità di un baro professionista riesce a cambiare le carte in tavola e a convincere gli incauti giocatori destinati a perdere sempre, che il passato sia stato esente da dolori, traumi, difficoltà.
rtibile poco importava: in fondo nessuno poteva impedire ad ogni singolo scommettitore che forse proprio a lui sarebbe toccato di prendere l’unico coriandolo rosso rovesciato da una immensa cornucopia contenente anche gli altri 622.614.629 coriandoli bianchi e dal peso complessivo di circa due tonnellate. Allo Stato, peraltro,

sono ricordare solo alcune.

