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Il racconto del Sole di bronzo e del Nerone di pietra
25 Febbraio 2018 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

4 febbraio  2018

Franciacorta

 

 

 

Poteva capitare – ma bisognava anche esserci un po’ tagliati, almeno nel senso d’essere fortunati – di avere vere e proprie sorprese caracollando per le strade della Franciacorta, e di incontrare, genericamente, “cose”che per qualche momento potevano persino lasciare interdetti. Non riguardava soltanto le “persone”, anche se non esiste nulla che sorprenda di più, credo, dell’ l’incontro notturno ravvicinato con un eccentrico, o uno svitato o un deviante di quelli che davvero sembra provengano da un altro mondo rispetto al tuo, né di “situazioni”del tutto incongrue, fuori dall’ordinario e drogate dai sapori che solo il buio può fornire e che sai bene che alla luce del sole si svilupperebbero secondo altri ritmi più convenzionali, più consueti, più riconoscibili e quindi più scontati e comprensibili. Nel silenzio della notte, infatti, persino gli oggetti inanimati e silenziosi possono colpirti con una forza sconosciuta.

Era, credo, all’inizio degli anni Novanta e noi quattro ce ne andavamo in giro per una notte primaverile e stanca, a corto di emozioni; una di quelle notti che nemmeno lo promettono un qualcosa e perciò non fornivano nemmeno una mappa da seguire. Una di quelle notti in cui guidi e basta, non ti va di andare semplicemente a dormire così, meccanicamente come fanno tutti ad una certa ora, e decidi di andare dove ti porta l’auto,tanto per sentirsi vigili, con la consapevolezza che ti fermerai a bere qualcosa e poi, boh? … chissà? Notti che non annunciano niente e quindi può capitare di tutto. In effetti ci trovavamo a percorrere svogliatamente una strada dalle parti di Rovato, delle colline di Erbusco, forse non lontani da Iseo. Immagino che, se qualcuno ci avesse osservato sbirciando dal lunotto posteriore, avrebbe potuto intuire quattro paia di orecchie aguzze ed erette come quelle dei cani lupo quando hanno fiutato qualcosa ed attendono di scoprirlo. Ma in quella notte stanca, e mi sembra di ricordare piuttosto deserta, forse per l’ora, forse perché era un giorno di quelli banalmente infrasettimanali nulla appariva che giustificasse il tempo e la benzina che stavamo buttando via mentre una cassetta di Paolo Conte ci forniva il sufficiente livello di amarezza che ci impediva l’eccesso di velocità, e ci rilassava della depressione introspettiva di quando i conti non tornano mai.

Guidavamo senza una meta precisa lungo la strada e perciò, proprio perché senza una destinazione precisa, in attesa: poteva anche esserci qualche bar sconosciuto ai lati della strada, magari inaugurato quella sera stessa; oppure qualche donna in cerca di compagnia o d’aiuto, o generosa perché anche più sola di noi. Mi risulta difficile esprimere ciò che provammo quando, alla nostra sinistra, improvvisamente si stagliò quel Sole così assurdo che nel buio della notte, vuoi per merito della luna piena che ne accarezzava il bronzo, o dell’illuminazione stradale, oppure di fari sapientemente posizionati per schiaffeggiarlo, aveva addirittura il coraggio di lanciare bagliori scintillanti che avrebbero potuto inchiodare su di sé lo sguardo sorpreso di qualsiasi vagabondo. Fermammo e scendemmo dalla macchina per guardarlo da vicino quel cancello per noi sconosciuto, che non sapevamo ancora essere il lavoro di un grande artista collocato lì, all’ingresso della propria tenuta , da uno dei più noti produttori di vino della Franciacorta – un vino che potevamo permetterci solo quando eravamo “ a soldi”- e ci avvicinammo ad osservare il tripudio di forme geometriche.

Nei giorni successivi, chiedendo in giro – perché ancora non esisteva una Wikipedia da interpellare con il telefonino – apprendemmo che oltre ad essere un cancello, quella specie di ufo messo in piedi era una scultura e che il suo autore si chiamava Arnaldo Pomodoro – conosciuto in tutto il mondo, meno che da noi quattro ignoranti – e che strutture di bronzo monumentali ne aveva dislocate in gran numero per il Mondo: da Milano, a Mosca, alla Germania e a Dublino, a New York. Ma tornando a quella notte rimanemmo lì come dei Ciàula, fortunatamente talmente sobri da poterci ritrovare attoniti pur non avendo dubbi sulla veridicità di quanto ci stava davanti, che stavamo guardando e che ci sovrastava per via della sua bellezza immediata. E si compì il miracolo di quando l’Arte parla a tutti, e da tutti si fa capire, perché quel cancello è davvero il Sole, prodigo e vigoroso, che omaggia quel Sole capace, come una pietra filosofale, di trasformare un frutto rampicante, esoso di cure e attenzioni, in un nettare che allieta prima il palato e poi la vita. Un sole che pur essendo aguzzo e geometrico, o forse proprio per questo,con la sua magia illuminava anche la notte. E anche oggi riscalda gli animi, e ci entusiasmò. E ne parliamo tuttora, più di vent’anni dopo.

Mentre tornavamo verso casa blateravamo di antichi mecenati che avevano fatto adornare chiese e cattedrali e si erano resi immortali, mentre esaltando il nome di dio con opere indimenticabili, collocavano anche il proprio nella memoria dell’umanità. Qualche giorno fa sono passato nuovamente da quelle parti, a Adro, e di giorno, stavolta ( forse la mia delusione viene da lì, dalla piatta luce di un giorno senza ombre) , e tutta la rifessione di quella notte lontana m’è tornata improvvisamente alla mente mentre transitavo per la rotonda di Torbiato, quella che porta al Santuario della Madonna della Neve un luogo che era stato sacro fi n dal 1519, quando, così com’era avvenuto presso il santuario della Stella di Gussago e più o meno nello stesso periodo, ad un pastorello sordomuto era apparsa la Madonna che l’aveva guarito all’istante incaricandolo, in cambio, di far costruire un Santuario.

Da qualche anno in quell’area c’è un monumento che può sorprendere chi non lo liquidi con un’occhiata superficiale e disattenta, magari giustificatamente sprezzante. Come tutti i monumenti, come tutta l’arte che ciascuno possa vedere dislocata per piazze, chiese e non come quella che invece è preclusa dentro musei o palazzi, oltre che trasmettere un messaggio immediato, un’emozione, un’esperienza pretende di informare chi verrà successivamente intorno al suo autore, ma ci dirà qualcosa anche del suo committente, di colui che in tempi lontani (ma anche, come abbiamo ben visto con il cancello di Ca’ del Bosco ,in tempi recenti) veniva definito mecenate. La scultura che ho visto ad Adro è uno sgraziato manufatto in marmo di Botticino, un bassorilievo di circa due metri che raffigura un Nerone che suona la Lira. E’ stata realizzata da un’azienda di lavorazione del marmo della zona di Verona. Ed è stata donata all’amministrazione comunale da un cittadino adrense. Sbigottisce più di un sole notturno incrociare un Nerone in Franciacorta. Non è illegittima l’insieme di curiosità che sorge. La frase riportata sul basamento è di Alberto Sordi, attore prevalentemente comico – “Vuoi vedere che Nerone non era poi così matto, forse era meglio bruciarla” e sottintende Roma . Non è illegittimo nemmeno il sospetto, mentre la memoria corre ad altre opere, altri autori ed altri mecenati . E all’idea di sé che affidarono al tempo.

 

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Il racconto della carta quando cantava
12 Febbraio 2018 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

11 febbraio  2018

Lago di Garda

 

 

Forse la ragione è nascosta fra le pieghe dei circa vent’anni trascorsi lavorando come grafico: dalla fine dei Settanta alla metà degli anni Novanta, infatti, quando di carta erano sostanzialmente i principali mezzi per comunicare, si può ben dire che sulla carta io ci abbia davvero campato. Oppure, e questa abitudine venuta molto prima potrebbe aver influito anche su quella successiva scelta lavorativa, tutto potrebbe derivare dalla frequentazione di buoni libri che fin dall’età in cui mi fu svelata la magia delle parole scritte ho cominciato a divorare con metodo e costanza, sviluppando nel tempo una specie di coazione che oltre che obbligarmi alla fruizione dei contenuti alla maniera dei tossicodipendenti più entusiasti, mi ha imposto l’accumulazione dei volumi stessi dei quali, a volte, adesso mi sento persino prigioniero. Io ,circondato dalla carta, ci vivo ; ne amo l’odore, l’aspetto polveroso che assume quando è invecchiata o la luminosità che emana quando è appena prodotta ed ora che ci informano che il suo dominio sta per essere messo seriamente in discussione grazie ai progressi delle tecnologie legate all’uso del pc mi sento gravemente infastidito e perciò vivo da Signore indiscusso nella mia torre non più eburnea, ma, per l’appunto, cartacea, gli ultimi giorni di gloria. Una cura per uscire dall’inevitabile depressione che mi coglie ogni qualvolta sono costretto ad osservare l’avanzata travolgente della modernità – che, come con un Caterpillar sfuggito al controllo, non sono del tutto certo produca più vantaggi, tutti “in prospettiva” rispetto ai danni che al contrario si possono quantificare immediatamente – è rinchiudermi nella mia biblioteca e maneggiare, con il trasporto di un povero feticista, le vecchie edizioni di quando l’editoria era una cosa seria e una missione sociale che, oltre allo scopo scontato di produrre ricchezza per i produttori, si proponeva pure quello più nobile di regalare crescita culturale e speranze diverse ad un Paese uscito devastato da una feroce Guerra Mondiale e da una drammatica guerra civile fratricida.

 

L’ inconfondibile odore della vecchia BUR da poche lire, sulla quale ho imparato Cechov, Poe, Dickens, Dostoevskij e mille altri, ha l’effetto del Popper, potente nitrato di amile dagli sconsiderati effetti euforizzanti, sulle mie narici indignate. L’altra opzione salvifica, soprattutto se è una bella giornata, è prender su e andare sul lago di Garda – che non è soltanto balneazione, locali e opportunità di divertimento occasionale quanto convenzionale – più precisamente a Toscolano, e fare un bel giro per la Valle delle Cartiere. E’ corroborante, e non solo per via della carta. Dopo aver abbandonato l’auto nel parcheggio, infatti, si inizia con una passeggiata che forse a causa di tutte le sigarette che fumo (e anche qui c’è di mezzo la carta!) trovo piuttosto impegnativa e che, passando attraverso una strada sterrata davvero suggestiva, si addentra nella Valle. Un ponte di legno prima ed una passerella a strapiombo poi, fra sentieri e ripide stradine, consentono vedute per certi versi strabilianti e incantevoli che ben dispongono l’animo ad accogliere le suggestioni provenienti dai luoghi dove la carta hanno cominciato a produrla dalla fine del 1300 .

E’ una leggenda che spiega le origini delle cartiere in Toscolano : una barca sarebbe naufragata nel Garda e il vento, dopo averne spezzato l’albero, avrebbe portato la vela ad incassarsi in una insenatura proprio a Toscolano. La forza delle onde, poi, avrebbe ridotto la vela in poltiglia, mentre l’esposizione al sole le avrebbe successivamente restituito una certa consistenza. Quando alcuni abitanti del luogo si resero conto che quel materiale così ottenuto era adatto alla scrittura sarebbe stata fondata la prima cartiera. La forza dei torrenti che si buttano nel Garda attraverso ripide forre ha costituito l’energia di quei primi opifici che producevano carta partendo da stracci e scarto del cotone e persino dal lino, che alla carta forniva soprattutto una maggior lucentezza. La produzione nella zona raggiunse il suo culmine nel Cinquecento quando l’intero corso d’acqua era occupato da decine di fabbriche che si susseguivano da fondo valle fi no alla località Camerate. In quel periodo vi operò anche Paganino Paganini, nato nella Bassa Bresciana (che peraltro in quei tempi fornì diversi addetti alla produzione dei libri) formatosi a Venezia, ma che nel 1517 tornò definitivamente nel bresciano dove fondò una sua tipografi a nel monastero sull’isola del Garda dal quale poi, insieme al figlio anch’egli editore, si spostò proprio in Toscolano.

L’anno precedente alla morte, Paganino Paganini pubblicò la prima copia del Corano, stampata in caratteri mobili arabi. Ma questa vicenda singolare – e a guardarla con gli occhi dell’oggi è sconfortante rilevare la differenza fra l’intraprendenza culturale di secoli fa e la povertà attuale, è storia vecchia. La storia nuova, ahimè, ci racconta di un declino che ha via via decimato, nel corso del tempo, tutta la filiera fino al 1962 quando anche l’ultima fabbrica ha interrotto la produzione. Proprio in quel luogo, come un’ Araba Fenice che rinasca dalle sue proprie ceneri, in anni successivi il Comune, con il supporto della Burgo Group e della Comunità Montana, ha progettato la nascita di quello che ora è uno dei più importanti siti di archeologia industriale del nord Italia. Ne è stato promosso il recupero architettonico ed ora vi ha sede il «Centro di eccellenza e incubatoio d’impresa dedicato alla filiera carta-stampa», una “cattedrale”, per gli irriducibili adepti del foglio stampato, da affrontare con rispetto e devozione, e che, attraverso un suggestivo percorso di visita che dal nucleo cinquecentesco si snoda nelle ampie sale dei piani superiori, ci racconta la storia della produzione cartaria, della stampa e del libro, dalle origine medievali al Novecento.

Le sorprese non finiscono entrando nel “museo”, ma anzi, forse quella più speciale è costituita dall’incontro con una persona, il signor G.M, che qui ci è nato e ci ha sempre vissuto e, soprattutto, ci ha sempre lavorato. Ha più di ottant’anni anche se ne dimostra almeno dieci di meno ed è un sapiente Virgilio che accompagna il visitatore lungo il viaggio alla scoperta dei segreti della lavorazione del materiale, ma anche dei documenti più preziosi che qui vengono conservati. La sua lunghissima famigliarità con questo mondo ha costruito una sorta d’amore incondizionato verso la carta, un amore fatto di passione e rispetto e che G.M. è in grado di trasmettere a chiunque sia in grado di capirne le radici – grazie alla sua capacità avvolgente di comunicare – la dignità del prodotto, ma anche, e dal punto di vista umano è forse ancora più importante, la dignità del lavoro ben fatto che a ben guardare ha una sua propria traduzione anche di tipo politico, perché è la chiave di volta dell’emancipazione dell’Uomo. Chi viva terrorizzato dalla minaccia incombente del libro elettronico qui potrà trovare conforto e rassicurazione: forse addirittura potrà convincersi che quella diavoleria immateriale mai riuscirà a scalzare del tutto la bellezza, la purezza, la natura magica del foglio stampato.

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Il racconto del toro che non torò
2 Febbraio 2018 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

28 gennaio  2018

Bassa bresciana

 

L’applicazione di tecnologie sempre più avanzate per creare o migliorare la redditività di ogni cosa ha spesso comportato anche indiscutibili danni. Le vittime di questo progresso obbligato dal Mercato sono talmente numerose che molte sono state ingenerosamente dimenticate. Una delle più illustri -se solo ci si ricorda che tuttora, a causa della sua esclusiva funzione copulatoria, è l’immagine paradigmatica con cui indicare anche quei maschi umani particolarmente promiscui, inclini all’esagerazione e perciò condannati ad una indiscriminata attività – è senz’altro quel bovino che, forse anche a causa di un’ancestrale invidia umana, è persino perseguitato con ferocia dentro le arene: il Toro. Si può senz’altro affermare che il progresso gli abbia rovinato l’esistenza, umiliandone la fama e riducendolo alla terribile condizione di mesto e coatto onanista. Non tutti sanno, infatti, che il toro nella maggior parte dei casi è ormai costretto a “montare” un artificio meccanico mascherato e profumato propostogli come fosse una vera e propria vacca: un imbroglio,insomma.

Come succede anche a taluni umani, la sua esuberanza sessuale lo rende scarsamente selettivo e piuttosto sbrigativo al punto di non accorgersi nemmeno dell’inganno e allora, come succede anche agli stessi taluni umani di prima, l’incolpevole toro, pensando di sfruttare l’occasione e la femmina, in capo a poco tempo si “scaricherà” dentro appositi contenitori mimetizzati da pelli e odori ingannevoli. Ormai gli allevatori fanno grandi affari con il liquido seminale così carpito, che possono mandare in giro per il Mondo con poca spesa e nella quantità appena necessaria allo scopo senza sprechi e senza sforzare troppo l’animale. Mi associo a quello che di sicuro è il punto di vista del toro nel condividere una qual certa nostalgia verso i tempi in cui l’attività riproduttiva si svolgeva secondo modalità esclusivamente naturali, pur nella consapevolezza che talvolta potessero verificarsi intoppi sorprendenti com’è della vicenda che racconterò . Il periodo e quello degli Anni Cinquanta. La zona: la bassa bresciana quando è quasi Cremona. Tempi duri, tempi di ricostruzione post bellica, tempi delicati per coloro che avevano guadagnato o consolidato posizioni negli anni precedenti e tempi di rivendicazioni sociali da parte dei più umili che umili lo erano sempre stati, ma che ora pretendevano da una Società nuova di zecca una novità anche per loro.

Per intenderci le zone dove i braccianti occupavano le terre – come ben ci ha raccontato il regista bresciano Gian Butturini nel suo film “Marziano Girelli” – e i proprietari e gli allevatori potevano acquisire ed esibire un prestigio sociale che si ampliava a mano a mano che la loro determinazione circolava per cascine e osterie. Gli allevatori più grossi ce l’avevano tutti, il loro “toro da monta”, e al “Lazzaretto”in zona di Pontevico, dove si tenevano sia la monta equina che quella taurina, secondo accordi precisi, anche i più piccoli potevano usufruire di un toro pubblico. Uno dei più importanti allevatori della zona, il sign. Z*** che peraltro aveva anche un passato ingombrante da rimuovere essendo stato il vice-Podestà ed essendosi iscritto pure al Partito Fascista Repubblicano, quello di Salò, cominciò ad accarezzare l’idea di avere il toro più toro di tutti e, dopo essersi informato lo acquistò addirittura in Canada.

Raccontò del suo investimento agli amici più fidati che, come spesso avviene, raccomandandosi di non “dir niente a nessuno” lo raccontarono ai propri, e così via fin quando la notizia, stratificatasi in dimensioni più grandi delle originarie, diventò di dominio pubblico. Per le campagne circostanti le voci galopparono alacremente fin quando un po’ tutti si ritrovarono ad aspettare con trepidazione l’arrivo della Bestia dall’America. Da queste parti si erano già visti i ben nutriti marcantoni su due gambe delle truppe Usa, e il Canada, se non proprio Usa, era comunque collocato lì vicino sull’Atlante . Qualcuno riferì che sarebbe giunto via nave al porto di Genova in capo ad un mese. Via nave. Ma quanto poteva costare una bestia che viaggiava su un bastimento che solcava l’Oceano? Altri beninformati spiegarono quale sarebbe stato il tragitto del camion che finalmente un bel giorno transitò per le vie del paese diretto alla Cascina di Z***.

Nelle osterie non si parlava d’altro: dal Bar Mazzini al Bar Centrale, dal martedì successivo, che era il giorno del Mercato, chi aveva visto anche solo da lontano quel camion, dal carico così poco segreto e al contempo così misterioso, sollevare la polvere delle vie raccontava con dettagli immaginifici tutto quanto potesse convincere gli ascoltatori più incuriositi ad offrire un altro calice di rosso. Nel frattempo quel toro aumentava di dimensione ogni giorno anche perché il sign. Z*** ( e anche suo fratello per la verità) erano grandi e grossi per conto loro, di tipo vagamente teutonico e, quindi, come avrebbero mai potuto accontentarsi di una bestia di dimensioni normali? Finalmente arrivò il momento. Nel recinto acconcio dell’allevamento Z*** fu fatta entrare la prima vacca che venne disposta dentro l’ ”altarino” dove avrebbe dovuto essere costretta per agevolare, se così si può dire, il compito del maschio. Intorno al recinto si erano assiepati i curiosi più audaci che non volevano perdersi lo spettacolo inscenato da Z*** che intanto se ne stava con i pollici nel panciotto e il toscano in bocca ad aspettare l sacrificio della vacca.

C’era qualche anziano che scuotendo la testa ipotizzò non fosse una bella cosa andare a “tirar fuori quelle bestie straniere”. Poi fece il suo ingresso anche il maschio forestiero che dapprima, forse per colpa del pubblico, apparve disorientato. Si fermò, ma poi, forse sollecitato dalla visione dell’estemporanea partner – o forse consapevole dell’atmosfera di attesa che ingombrava l’aria, in fondo non si dice sempre che le bestie “sentono”ciò che c’è intorno a loro? – le si avvicinò con curiosità e determinazione. Non sappiamo se l’ansia da prestazione possa riguardare anche gli animali, ma certo è che tutti i presenti, compreso i nuovi proprietari, furono delusi da ciò che avvenne dopo: quel bovino dalla mascolinità così raccontata e prorompente si rivelò sensibile alla vacca allo stesso modo in cui avrebbe potuto esserlo un ordinario, locale e inoffensivo bue. Le mirabolanti e infinite penetrazioni che tutti si aspettavano di vedere si rivelarono chimere. L’animale ci provò a “salire” dove avrebbe dovuto, ma con ben poco costrutto.

Prontamente il sign. Z*** mandò a prendere un veterinario della zona che arrivò trafelato e cominciò a trafficare senza tregua nelle posteriorità dello spento bovino per favorirne un risveglio, ma che tuttavia “spento” ci rimase fino a quando non lo fecero rientrare nella stalla Un po’ alla volta la gente andò via anche se qualcuno provò una qual certa soddisfazione. In paese se ne parlò per qualche giorno e si sprecarono ipotesi sul “perché” e sul “percome” della cilecca taurina La cosa certa è che quel toro non lo si vide più e venne così dimenticato. E quando qualche giorno dopo si ricominciò a vedere in giro anche il signor Z*** ,nessuno osò chiedergli nulla.

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Il racconto dei luoghi deserti che facevano paura
11 Dicembre 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

10 dicembre  2017

Rodengo, Ospitaletto, Castegnato

 

Quando mi ci hanno portato la prima volta stava messa piuttosto male. La sua rinascita, infatti, iniziò solo intorno al 1969 per diretta intercessione del papa bresciano Paolo VI che, dopo che nel 1797 il Governo Provvisorio di Brescia, in virtù delle leggi napoleoniche, aveva decretato la soppressione del monastero e la assegnazione del complesso architettonico all’Ospedale femminile di Brescia, la fece rimettere in ordine e riassegnare ai Monaci Olivetani che, in numero sempre più limitato, la occupano tutt’ora. Ma me la ricordo bella lo stesso, imponente com’era, nel cuore delle campagne della Franciacorta. Di tutti gli insediamenti artigianali, industriali e commerciali che ora compromettono lo skyline non c’era nemmeno l’ombra e quindi l’Abbazia di Rodengo Saiano la vedevi già in lontananza, appartata dal paese vero e proprio, orgogliosa di quell’aristocrazia che essendo costituita di Arte, Cultura e Storia è, in un qualche modo, comunque da rispettare e suscita una certa soggezione.

Il campanile svettava sulla linea piatta dei campi sui quali si snodava un lungo muraglione che cingeva l’intero appezzamento. Avvicinandosi si vedeva la Chiesa con la caratteristica facciata dalla forma a capanna. Alla sinistra, annunciato da un passaggio non particolarmente vistoso, si accedeva al complesso del monastero vero e proprio con i suoi tre grandi chiostri rinascimentali. Ci sarei tornato, diventato un po’ più grande, con amici che come me ricercavano quell’inquietudine tipica dei luoghi in abbandono. Erano gli anni in cui era ancora quasi abbandonata a se stessa e anche se bisognava aggirare qualche ostacolo, alla fine si riusciva sempre a penetrare all’interno dell’Abbazia. Il posto era magnifico, e confermava l’impressione che aveva fornito guardandolo da fuori, perché sembrava provocasse quella speciale serenità che favorisce la riflessione: dopo aver varcato l’accesso, ci si sentiva imbevuti di una capacità introspettiva che infatti, inizialmente, riusciva ad ammutolirci. Dopo solo alcuni passi, una volta lasciatosi alle spalle il “fuori”, ecco che l’atmosfera diventava inquietante.

Il silenzio che di colpo si percepiva così pesante non era più quello “buono” di un’oasi di pace e riflessione, ma diventava “cattivo”e insopportabile, si trasformava in quel silenzio speciale che annuncia l’incombere di un pericolo indefinito. Allora avevamo paura, ma era esattamente ciò che cercavamo. La trepidazione data dalla consapevolezza di stare facendo qualcosa di sbagliato. Innanzi tutto c’era sempre il rischio, il più concreto anche se il meno preoccupante, che qualche addetto alla vigilanza del sito (che anche se non l’abbiamo mai incontrato ci sarà pure stato) ci cogliesse in flagranza di violazione di proprietà. Ma era soprattutto quell’aura misteriosa e antica a intimorire i nostri spiriti esuberanti e a impaurirci e anche l’essere in gruppo non era sufficiente per superare quella soggezione impalpabile le cui motivazioni ci erano oscure, ma che ora si faceva sentire e ci costringeva ad accelerare i nostri movimenti, perché di colpo volevamo ridurre i tempi di permanenza: ora avevamo voglia di andarcene nonostante per arrivare fin lì avessimo pedalato spinti dall’entusiasmo.

Certo, erano sensazioni emozionanti, e per provarle eravamo sempre alla ricerca di case abbandonate dove entrare trepidanti e svolgere ispezioni il cui unico scopo era sfidare la paura. E’ così che entravamo nelle vecchie casette lungo la ferrovia che, probabilmente, erano diventate provvisorio rifugio notturno di sbandati; oppure, talvolta, quando i lavori subivano uno stop, nelle case in costruzione, o ancora, nelle case cantoniere ormai abbandonate. Il massimo, però, oltre che penetrare nei chiostri dell’Abbazia di Rodengo Saiano era andare alla “Baitella”, poco fuori Ospitaletto in direzione di Castegnato. Aveva subito un destino singolare quell’enorme dimora collocata al centro di un immenso parco, che nel 1686 era diventato di proprietà dei Martinengo Cesaresco e che, intorno al 1830, con la morte dell’ultimo discendente di quel ramo della famiglia, cominciò a passare di mano in mano, decadendo a ogni passaggio. Durante la seconda guerra divenne rifugio per sfollati, e quando ci fu l’alluvione del Polesine ospitò pure gente che aveva dovuto abbandonare la propria terra disastrata.

All’inizio degli anni Settanta quella proprietà era ormai del tutto abbandonata anche se comunque è sempre “appartenuta a qualcuno”: soggetti abbastanza ricchi, immobiliaristi, società che acquistavano per investire continuavano a palleggiarsela in attesa di ristrutturarla o abbatterla per procedere a nuove edificazioni sull’area. Il problema, infatti, era che essendo sottoposta a vincolo delle Belle Arti era quasi impossibile superare gli intoppi burocratici e intervenirvi liberamente: avveniva così che i proprietari si trovassero con un bene del quale potevano fare davvero poco. Intorno a quella villa circolava anche una leggenda che ci aveva impressionato e che raccontava di un pozzo dove, nei secoli precedenti, sarebbero stati buttati i cadaveri di giovani fanciulle misteriosamente sparite dal circondario. L’abbiamo cercato a lungo quel pozzo maledetto, ma anche senza averlo mai trovato eravamo assolutamente convinti che in quella casa ci fossero almeno dei fantasmi: l’aspetto del resto favoriva quel genere di fantasie. Nel tempo era stato asportato tutto il possibile – oltre agli arredi, i camini, le ceramiche, i pavimenti in cotto, i marmi e tutto quanto potesse essere riutilizzato altrove – ed erano rimaste soltanto polvere e masserizie: l’ambiente confermava le nostre illusioni, era dello squallore giusto. Una volta dentro l’edifico, era bello aggirarsi per quegli enormi spazi.

Salivamo lo scalone centrale e giunti al piano superiore ci separavamo ognuno per conto proprio in perfetta solitudine. Dopo poco, però, ci chiamavamo a gran voce, perché l’inquietudine si faceva troppo opprimente. All’incirca negli anni novanta “La Baitella” è stata finalmente ristrutturata e ci hanno fatto una serie di appartamenti lussuosi e confortevoli. Il parco ora è ben tenuto e chi transiti sulla strada che conduce a Brescia e lanci uno sguardo anche affrettato, non può che invidiare chi ci abita. Anche l’Abbazia di Rodengo è stata riordinata e vi sono stati svolti importanti lavori strutturali. Sono stati recuperati gli affreschi e ora,come un tempo, ci stanno alcuni frati. Talvolta nella foresteria vengono ospitati i pellegrini che ne facciano richiesta. I frati producono un amaro d’erbe. Celebrano messe, accolgono i fedeli della zona. Da alcuni anni l’Abbazia è utilizzata anche per svolgervi esposizioni d’arte, fiere, manifestazioni culturali. Nella Chiesa ogni tanto qualcuno va a sposarsi e, ogni tanto, ci torno a fare un giro per ritrovare, nel silenzio, la sensazione di pace e di serenità. Per un momento la memoria mi riporta indietro nel tempo, a biciclette e calzoncini corti, a risate, divertimento, futuro da aspettare senza preoccupazioni. E il luogo ritorna ad essere ciò che è sempre stato: motore di pensieri introspettivi, di tristezze crepuscolari. Di incertezze esistenziali.

 

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Il racconto delle bestie al mercato e dentro i piatti
11 Dicembre 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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26 novembre  2017

Rovato

 

 

 

Se adeguassimo il famoso indovinello su chi sia nato prima – se l’uovo o la gallina – a proposito del Mercato delle Carni e della Ricetta del Manzo all’olio, che sono due fra le cose più tipiche e decisamente collegate fra loro che caratterizzano Rovato, non dovremmo avere alcun dubbio nel rispondere. Mentre la prima ricetta codificata del manzo all’olio risale alle indicazioni scritte da Donna Veronica una nobildonna rovatese, vissuta tra il 1554 e il 1593, appartenente alla ricca famiglia dei Porcellaga e che, originaria dell’Iseo, si occupava del commercio del bestiame, le prime tracce di un’esposizione periodica di animali, che si svolgeva nel piazzale antistante alla chiesa di S. Michele, sul Montorfano, risalgono all’età longobarda (tra la fi ne del V e l’inizio del IX secolo dopo Cristo). Per tutto il Medioevo mandriani, nomadi e pastori provenienti dalla Valtellina e dalla Val Camonica continuarono a condurre il bestiame a Rovato e proprio in quel modo sono state create le basi per quel mercato stabile giunto fino ai giorni nostri.

Nel 1477 si verificò un’invasione di cavallette che distrusse la maggior parte della produzione agricola rovatese. L’anno dopo a Rovato riapparve anche la peste; l’epidemia oltre che provocare numerose vittime paralizzò il flusso delle merci andando a gravare con effetti drammatici sull’economia locale. Ma nel 1480 il paese riprese la vita normale e, mentre veniva restaurato il Castello munito di cinque torrioni, venne inaugurato anche il mercato del lunedì. Il Doge ,con un documento del 5 luglio del 1517, confermò a Rovato il diritto di tenere il mercato settimanale di bestiame. L’Amministrazione comunale introdusse le prime norme atte a regolare il traffico di merci nel 1868. Nei documenti veniva citata anche l’istituzione della prima edizione della “Fiera di bestiame, formaggio e merci di qualsiasi altro genere” del 6-7-8-9 luglio 1868”. A proposito della quale, uno storico dell’epoca, scrisse “a mattina ed a sera della piazza trovi nuovi mercati, venditori di burro, di stracchini, di formaggio, cappellai, fruttivendoli, bottiglierie, osterie, vendite di liquori, trattorie donde esce l’odore delle pietanze ammanite”.

Quelle “trattorie donde esce l’odore delle pietanze ammanite” me le ricordo bene anch’io, che le ho frequentate più di un secolo dopo, ed è uno dei pochi aspetti positivi dell’aver frequentato il Liceo Scientifico a Rovato all’inizio degli anni Settanta. Infatti, sulla strada che dal vecchio Oratorio Maschile – che per sei giorni alla settimana e otto ore al giorno veniva adattato a sede di Scuola Superiore e che stava in prossimità degli Spalti ( e del Mercato stesso, oltre che, ahimè, della caserma dei carabinieri fatto che, per degli studenti esuberanti, costituiva una preoccupazione non da poco) – porta al Crocevia dove salivamo sulla corriera che ci avrebbe riportato a casa, di trattorie alla buona se ne aprivano assai ed in alcune, talvolta, ci abbiamo pure fatto sosta per un buon bianchino al banco e bevuto di fretta. Ai tempi non c’era nessun divieto alla somministrazione di alcolici ai minori: al massimo ci poteva frenare l’occhiataccia dell’oste che non sempre gradiva perdere tempo per un bianchino mentre aveva la sala da pranzo piena di clienti vocianti che reclamavano a gran voce di poter mangiare.

Ma tant’è, ci si comprendeva tutti quanti e un po’ di più e altre volte poteva addirittura capitare, se era un lunedì fortunato, che al bancone vicino a noi ci stesse magari l’allevatore che aveva comprato o venduto bene, o che, più semplicemente, aveva qualche altro motivo di soddisfazione da voler condividere con giovani sconosciuti, e allora i bianchini, offerti da lui , potevano diventare due o anche tre. Ritornando agli odori del cibo, sì, erano potenti e ammalianti e ti facevano svalutare preventivamente lo scarno pranzo che ti saresti trovato,una volta giunto a casa, abbandonato sul tavolo della cucina, perché i tuoi, quando tu tornavi, erano già andati a lavorare. E gli allevatori e i compratori, che lo vedevi dai pomelli rossi che guarnivano le loro guance non la disdegnavano proprio per niente l’esagerazione nel mangiare e bere, erano sempre allegri e giravano con rotoli di banconote tenute insieme con l’elastico dentro alle tasche di giacche fruste che malamente cadevano su pantaloni spesso di fustagno. La maggior parte di loro portava grossi gli scarponi e quasi tutti avevano addosso un odore inconfondibile di stalla. Spesso avevano pure un bastone che usavano come un inutile sostegno: erano uomini in salute e mica dovevano per forza essere sorretti da un bastone, ma l’impressione era che fossero convinti che quel bastone grossolano rafforzasse il loro aspetto di mercanti di bestie.

Alla trattoria “Cervo” giravano costate da fare paura, carne fantastica cucinata da Dio. Ce n’era un ‘altro di posto, dentro ai vicoletti che dalla piazza portano alla chiesa, dove invece facevano la trippa in vari modi e anche lì non si scherzava proprio. Ma, ovviamente, il piatto forte era il “Manzo all’olio” che si trovava in ogni trattoria ed erano tutti egualmente buonissimi anche grazie alla qualità sopraffina della carne utilizzata. Vino rosso della Franciacorta, mostarda e salse varie, fra cui una salsa verde i cui effetti euforizzanti su di me erano tali che ancora oggi la ricordo come la cosa legale più vicina agli stupefacenti. Evabbè… andata pure quella vita… Avvenne un anno, poteva essere il ‘73 o il ’74, che alcuni espositori del mercato, alla domenica sera, avessero avuto dei contrasti con le forze dell’ordine. La ragione ( se anche se mai l’ho conosciuta) non me la ricordo, anche se sono certo che un ruolo non indifferente nella degenerazione dell’alterco in scontro fisico l’aveva avuto la quantità non indifferente di Franciacorta che quei tizi avevano pensato bene di ingurgitare tanto per far festa: resta il fatto che alla fine della serata brava vennero arrestati. Fu così che quando il lunedì mattina mogi,mogi stavamo entrando a scuola ci arrivò la notizia che al mercato delle carni c’era movimento e c’erano persino voci a proposito di un’ imminente manifestazione degli allevatori che pretendevano la liberazione immediata degli arrestati.

 

Non ci parve nemmeno vero di poter correre a manifestare la nostra solidarietà a quei “lavoratori in lotta” e quelli di noi che non deviarono verso i bar e la latteria dove c’era il juke box sempre acceso, o non si imboscarono sugli spalti con la ragazza, parteciparono al corteo di protesta che, dopo aver sfilato per il centrale corso Bonomelli, occupò con un sit in il crocevia, bloccando il traffico sulla Statale. Quando arrivò la polizia in assetto antimossa noi studentelli cominciammo a pregustare scene di guerriglia urbana con lacrimogeni, manganellate et similia: per bulleggiare ci raccontavamo di come si deve fare a rispedire un lacrimogeno senza scottarsi, o degli effetti del limone contro la lacrimazione degli occhi. Le sciarpette di ordinanza per coprirci la metà inferiore del viso, tanto, le indossavamo sempre mentre, non avendolo saputo per tempo, non avevamo con noi le b andiere con le relative aste (costituite da manici di piccone) che un po’ ci mancavano. Qualcuno fra i peggiori tentava di far passare per brillante l’idea di andare a confezionare qualche molotov che, sotto il profilo penale non erano ancora considerate armi incendiarie. Ma non successe nulla, salvo qualche spintone di alleggerimento e quando, intorno all’ora di pranzo, arrivò la notizia dell’avvenuta liberazione degli arrestati (forse in virtù di un processo per direttissima), dovemmo compensare la delusione accedendo alle riserve di vino che intanto, come per magia, erano comparse in strada.

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Il racconto delle belve scatenate
20 Novembre 2017 In Geografie della memoria 1 Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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19 novembre  2017

Bovegno, Val Trompia

 

 

 

Giovanni è sufficientemente lontano. Nascosto dietro un riparo osserva il corteo che è fatto solo di donne e bambini. E’ un rischio per gli uomini farsi vedere in mezzo a quelle belve disperate che l’hanno ormai capito che la loro fine è vicina, ma hanno l’ordine di non crederci. Di comportarsi come se, invece, quella davvero vicina fosse la vittoria – del resto ci hanno costruito la propaganda sulla “vittoria ineluttabile” – e devono continuare a macellare gente, come se non lo sapessero che quella gente non finirà mai, anzi, male che vada, ce ne sarà sempre almeno un altro a prendere il posto di quello caduto prima, e un altro, e un altro… È un rischio enorme, soprattutto per lui, un ribelle o un “bandito”, come dicono loro, essere lì, al funerale, anche da lontano.

Giovanni non poteva proprio mancare: ci sono anche amici suoi in quelle casse trascinate in un caldo che si fa sentire. E conosceva anche tutti gli altri, anche quelli che della lotta ai fascisti non sapevano molto e che adesso sono morti anche loro e quindi sono diventati comunque amici, ribelli, ormai. Del resto, pensa, è facile conoscersi tutti in un paese come questo, piccolo, isolato. Non ci abita moltissima gente, qui sopra. E di questi tempi, poi. Che poi, a pensarci bene, non è vero che ci si conosce proprio tutti, ed è vero, invece, che alla gente gli vedi bene la faccia, ma non il resto: per forza ci deve essere qualcuno che ha tradito, un informatore che ha parlato con i camerieri dei nazisti, truci e ridicoli con la loro camicia nera, nera come la loro anima bastarda. No, non è possibile sia successo tutto per una coincidenza e i tedeschi qualcuno li deve aver per forza avvisati. Magari in cambio avrà preso dei soldi. O roba da mangiare.

O una garanzia per il futuro Ah, conoscerlo quel cane: basterebbe un amen per toglierlo dalle spese. Il momento arriverà, bisogna solo aver pazienza e aspettare. Si passa tanto tempo ad aspettare,qui in montagna. Si aspetta che arrivino le armi e i viveri. Si aspetta che arrivino le staffette. Si aspetta che passino le colonne dei blindati dei nazisti che era un po’ che non se ne vedevano, perché non avevano mica più tanto di coraggio per venirci quassù, fino a qualche giorno fa. Ma si aspetta volentieri, perché è un modo di andare incontro alla libertà. E i mezzi dei tedeschi li aspetti anche più volentieri, perché poi gli scarichi addosso l’artiglieria. Dobbiamo ripulirla questa nostra terra, pensa Giovanni, anche se il prezzo da pagare è alto. E vede scorrere davanti ai suoi occhi quella quindicina di vittime incolpevoli che compone il nuovo acconto, versato nei viottoli sconnessi di Bovegno la notte del 16 agosto. Dopo essere scappati da Canton Mombello durante un bombardamento degli americani a metà luglio, avevano cercato subito di rimettere in moto il meccanismo della Resistenza: del resto Speziale, Gheda e Guitti erano elementi preziosissimi. E Speziale era arrivato subito in zona anche perché era necessario che i comunisti ristabilissero, per tempo, un maggior controllo sul movimento partigiano nella media Valtrompia.

Giovanni si ricorda improvvisamente, gliel’ha detto qualcuno, che se fosse stato necessario avrebbero persino fatto fuori quel socialista di Tedoldi che con le sue Brigate Matteotti pensava di potersi mettere di traverso all’egemonia della Garibaldi. Qualche azione pesante siamo riusciti a metterla insieme, riflette Giovanni – che ha una voglia matta di fumare, ma non può perché è troppo pericoloso – e i padroni dell’Alta Valle eravamo rimasti noi. Prima il gruppo di Nikolaj ha attaccato la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana a Brozzo. Poi il gruppo di quei due matti dei fratelli Vivenzi ha attaccato la caserma di Bovegno. E poi la squadra del Gerola, la caserma di Collio. A Brozzo hanno fatto fuori il comandante e prelevato sette militi. Hanno portato via armi e munizioni che ci servono come l’oro. E così, sopra Gardone, non c’era più possibilità di movimento per i neri, che hanno ritirato tutti i loro presìdi.

E i tedeschi l’ultimo posto di blocco da gestire con tanto di sbarra da alzare e abbassare l’hanno installato all’altezza della Beretta e della caserma della GNR. Ma più che un posto di blocco sulla strada provinciale sembrava un confine. E infatti, a nord di quella sbarra, abbiamo preso quasi tutto in mano noi… Giovanni ripensa ai primi giorni di agosto, alla riunione,su al Bonardi in Maniva, per stabilire rapporti organizzativi fra quelli della Tito Speri e quelli della Perlasca di Valsabbia. E c’era il Fiore, come si faceva chiamare il generale Masini, il comandante delle Fiamme Verdi che generale lo era per davvero. E sì, avevano convenuto tutti quanti che bisognava comunque starci attenti ad andare in giro per i paesi con i mitragliatori in vista, perché talvolta i tedeschi risalivano ancora e c’erano rappresaglie, incendi, lutti. Proprio tre o quattro giorni prima, ricorda Giovanni, sono saliti a Magno l’hanno saccheggiato ben bene e hanno incendiato alcune cascine e case. E può anche accadere di tutto, “ma non che a pagarne le spese sia la popolazione civile, quella che volete liberare“ ha detto chiaramente don Francesco Bertoli in una delle riunioni all’Albergo Brentana.

Bisognava starci attenti a girare armati, sì, ma se la sera del 15, vicino all’osteria della cooperativa, ad aspettare Fiore che doveva incontrare il Leonida Tedoldi i nostri fossero stati disarmati e non avessero avuto le bombe a mano e le pistole.. Quando sono arrivate le due Balilla, con i fari spenti fra l’altro… Uno dei nostri se n’è accorto subito che erano fascisti, e ha sparato all’autista. Poi sono partiti altri colpi di pistola, le prime bombe. Gliel’ha detto qualcuno, per forza. Come facevano a saperlo,e ad avere messo poco distante e pronta a intervenire una colonna di blindati e di camion carichi di soldati. Che, dopo che uno dei loro è riuscito a sparare in cielo il razzo segnalatore bianco, sono piombati e hanno ammazzato diverse persone, portate via altre, saccheggiato, depredato. Canaglie. Se ne sono andati che era quasi l’alba, ci è stato detto. E il 16 mattina don Bertoli era sceso dal vescovo e insieme erano andati dal prefetto Dugnani.

Era indignato Dugnani, “ma impotente” aveva risposto. E il pomeriggio del 16 sono saliti di nuovo: otto auto, un paio di autoblindo, numerosi soldati. E hanno bruciato di nuovo. Ammazzato gente. Incendiato. Saccheggiato. Quindici morti ammazzati. Giovanni guarda lo svolgimento delle esequie. Si accorge che oltre alle donne e ad alcuni bambini ci sono quattro brutti ceffi . Sono in borghese, ma puzzano da lontano di nazifascismo, sono ben vestiti. Controllano. Hanno paura. Non sono di qua. Giovanni lo sa che invece è qualcuno di qua, che ora qui non c’è, ad aver parlato. Ne è sicuro. Ciò che non sa e non saprà mai è che gli capiterà di incontrarlo casualmente in città, dopo la fi ne della guerra, dalle parti della stazione. E lo saluterà con un cenno, come si fa quando si incontra il volto di una persona che si conosce anche solo vagamente, ma che appare famigliare in un posto che non è il tuo.

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Il racconto delle streghe del Tonale
13 Novembre 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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12 novembre  2017

Valle Camonica

 

 

 

«Et pare che da quel tempo in qua siano trasferite le strigaria de albania in questa valle camonica; tanto che li è moltiplicata de tempo in tempo la maledizione, che se ora non se li feva condigna provisione, el morbo de tale peste andava tanto avanti che tutta quella valle, monte e piano, quei poveri sacerdoti et secolai, fati i fedeli parte di le Maestà divina et de loro senza più baptesimo che baptizzati et consequenter dediti ad opere diaboliche, dotti da fascinar li omini, strigar fantolini.» ( 1 agosto 1518, Giuseppe da Orzinuovi, Lettera)

 

Certo non fu la stessa cosa che in altre zone d’Europa, per esempio in Germania, dove il numero di roghi accesi per estirpare la stregoneria raggiunse dimensioni da fare spavento. Intorno al 1590, per fare un solo esempio, alla periferia di Treviri vennero bruciate tutte le donne in quanto ritenute schiave del Demonio, anche se, a voler essere ironici, rileviamo che almeno una deve essergli sfuggita agli inquisitori se, esattamente duecentoventotto anni dopo, proprio in quel villaggio sarebbe venuto alla luce il satanasso per eccellenza, capace di compromettere a tutt’oggi il sonno di qualche benpensante, Karl Marx. Ma, sia pure senza eguagliare la Germania (e la Francia), anche in Italia la caccia alle streghe venne svolta con rigoroso zelo e feroce puntualità. Sembra che nella bella Italia il più alto numero di roghi abbia avuto luogo proprio nella nostra Valle Camonica dove, fra il 1518 e il 1521, ve ne furono più di 80. Anche se geograficamente non appartiene alla Valle Camonica va ricordato, inoltre, che anche nella non distante Bormio, ci furono ben 34 roghi solo nel 1632.

Delle streghe che si ritrovavano al Tonale è rimasta nei secoli la memoria se la prima volta che ne sentii parlare fu nei racconti, senza che però sia mai entrata nel dettaglio di cosa si verifi – casse effettivamente durante lo svolgimento dei loro Sabba, della mia vecchia ed edolese nonna Elvira, sul finire degli anni Sessanta. In quegli anni, a bambini e anziani faceva ancora paura la “certezza” che, in mezzo alla gente comune che abitava quei paesi, con le stesse fattezze, le stesse abitudini, magari nascoste dietro un velo di gentilezza – spesso,ad un primo sguardo, persone spesso amichevoli – potessero annidarsi donne malvagie e uomini perversi che avevano il potere di fare traffici con il Demonio. Devo dire che nei miei ricordi d’infanzia, talvolta è capitato pure a me di avere il sospetto che qualcuno, all’apparenza del tutto normale, fosse in realtà una “strega”.

Ovviamente questo “qualcuno” era proprio mia nonna medesima, soprattutto quando s’incazzava ferocemente per qualche mia mancanza. Una galoppante artrite deformante, poi, le aveva compromesso le mani che così apparivano adunche e rapaci, mentre la “cipolla” che si portava sulla nuca, lo chignon così diffuso fra le vecchie dell’epoca, a sera prima di coricarsi veniva “smontato” ed era costituito da una serie di treccine tenute insieme fra loro con forcine. Una volta che tutti quei capelli (una massa di consistenza insospettabile) venivano sciolti e spazzolati ripetutamente, conferivano a mia nonna in camicia da notte l’aspetto di una strega davvero inquietante amplificato dalla ruvidezza del suo carattere e dalla totale assenza di una propensione al dialogo e all’empatia che ne facevano una donna autoritaria dalla forte personalità. D’altro canto non si poteva pretendere né dolcezza,né indulgenza da una donna classe 1894 cresciuta nel chiuso dell’Alta Valle e che aveva cominciato a soli dieci anni a portare al pascolo, in quel di Poia, frazione non ancora inglobata in Ponte di Legno,le tre o quattro mucche della famiglia.

Tuttavia quando la nonna cominciava a recitare le preghiere serali, mi acquietavo, apparendomi impossibile che una donna così osservante potesse essere anche una strega: questo non mi ha impedito, a volte, di svegliarmi nel cuor della notte per accertarmi che lei ci fosse davvero nel suo imponente letto matrimoniale e non fosse sgusciata fuori dal camino su un manico di scopa per viaggiare verso mete oscure. Per allietarmi le serate -lei la televisione mica ce l’aveva – prima di andare a dormire spesso amava raccontarmi anche la storia della strega del Sock, una storia che da chissà dove proveniva ed era suggestiva e maggiormente inquietante proprio per la sua indefinitezza. Non si trattava esattamente di una creatura, infatti, perché la donna detta del Sock, era più propriamente un’”entità” malvagia, un qualcosa di indefinibile, perciò mai vista da nessuno, che portava paura e danni alle persone e alle cose. Quando arrivava in prossimità di baite solitarie o malghe isolate cominciava a urlare facendo “impazzire” sia le bestie che i pastori. La potenza delle sue urla era tale da lasciare segni persino sulle porte e sulle finestre delle case dove, in attesa che tutto finisse e lei se ne andasse, uomini e donne si rinchiudevano impauriti.

Quando cessava tutto e quindi lei si allontanava, prati e terreni erano feriti da escrementi e sporcizia di varia natura. Lungo la Valle, però, e ce lo confermano anche documenti storici e memorie legate ai processi per stregoneria, esisteva un notevole numero di persone compromesso nei traffici con il Maligno: per esempio a Cevo, nella zona della cappella Androla, dove nelle miniere, sotto la vigile custodia di un serpente che portava sulla coda un anello d’oro,si credeva risiedessero stabilmente maghi e streghe che uscivano dal loro rifugio solo quando scoppiavano i temporali per darsi poi a sfrenate orge alle quali partecipava il Diavolo stesso. Sulle montagne di Angolo viveva la strega Mandola attorniata dai suoi folletti che, dopo il suo comando, spargevano per i boschi una polvere magica che aveva il potere di far crescere istantaneamente enormi porcini: una strega apprezzabile, si potrebbe dire in questo caso. Da Pisogne a Pezzo, da Lozio a Corteno, da Niardo a Saviore, a Sonico, Edolo e Temù, in ogni paese si poteva trovare un rappresentante di questa variegata popolazione di streghe e stregoni che ogni notte si dava appuntamento al passo del Tonale ed in effetti, per i prati di quella zona,nessuno sarebbe mai passato di notte o già nel pomeriggio avanzato.

Questo insieme di credenze, costato anche la morte effettiva di sventurati che spesso avevano confessato sotto tortura le orribili ed incredibili nefandezze di cui si erano macchiati ritenendo, in ciò imbrogliati dagli inquisitori, di salvare la pelle, ha costituito nel tempo, a livello locale un formidabile quanto condiviso bagaglio culturale che si è tramandato fra le generazioni e che solo da qualche tempo ha cominciato ad estinguersi per diventare materiale d’interesse soltanto per storici e antropologi. Anche questo elemento, la dissoluzione di una “cultura” locale è significativo per dire di tempi che sono irrimediabilmente cambiati e non lasciano più spazio all’ingenuità popolana, al mistero inspiegabile, all’insondabile. Non è più tempo di figure mitiche che, probabilmente proprio per esorcizzarlo, impersonino il Male assoluto: ora, infatti, è diffuso e si è fatto “liquido”, quel Male, e ci avvolge e ne siamo imbevuti e lo possiamo vedere all’opera ogni giorno, talvolta in diretta, su un qualsiasi canale tv.

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Il racconto del soldato che tornò a casa
6 Novembre 2017 In Geografie della memoria 1 Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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05 novembre  2017

Concesio

 

 

 

Quando negli anni Sessanta la Televisione era imprigionata dal monopolio governativo in un solo canale bianco e nero capitava non di rado di vederci trasmissioni intelligenti e ottimi film. Ne ricordo uno in particolare, di Luigi Comencini – altro illustre bresciano del lago di Garda poi andato via per diventare uno dei registi più intelligenti del cinema italiano – con un Alberto Sordi che potremmo definire “gigantesco”. Il titolo era “Tutti a casa”, del 1960. Parlava di una delle pagine più vergognose della Storia patria: dell’8 settembre del 1943 quando, dopo aver annunciato con voce stentorea l’armistizio con gli americani, pietro badoglio e il re (le minuscole sono volute) se ne scapparono via dall’Italia, come fanno i malfattori che tentino di farla franca, abbandonando al proprio destino migliaia di ignari soldati. Nel film, quando i militari italiani sentirono l’annuncio via radio esplose l’entusiasmo in un solo urlo: “La guerra è finita, tutti a casa”. Nel film, il tenente Alberto (Sordi) Innocenzi la sente in ritardo la notizia e così, con i suoi uomini finisce sotto il fuoco dei Tedeschi. “Gli americani si sono alleati con i Tedeschi” pensa, mentre aspetta ordini e non sa proprio più che fare. Ridevamo tutti in famiglia a sentire quella frase , nonostante fosse ancora un tempo in cui la guerra era dietro l’angolo, un ricordo vivo per la maggior parte delle persone essendo finita soltanto da meno di vent’anni.

Ridevano, i miei genitori, che erano scappati ai bombardamenti. Ognuno gli incubi se li scaccia come può . Ci pensavo qualche tempo fa dopo aver incontrato a Concesio un anziano signore che compirà 94 anni a luglio. E’ uno dei pochi ancora in circolazione che abbiano vissuto da adulti la II guerra mondiale. Mi ha ricevuto in casa sua insieme alla moglie. Davanti ad una bottiglia di vino rosso mi ha raccontato la sua storia. E ho visto da vicino la Storia. Si chiama Giovanni Bianchi. Non è un mio parente. L’8 settembre del ’43 lui c’era. Più precisamente, nemmeno ventenne, era un soldato del Genio Militare di stanza a Trieste. Lo seppe la sera alle 8, dell’armistizio, e insieme agli altri militari festeggiò la notizia allo spaccio militare. Il mattino seguente il sergente convocò l’adunata generale della truppa. Nel cortile il plotone aspettò il capitano per ricevere istruzioni, ma inutilmente, perché era scappato nella notte. Furono quindi i sottoufficiali a doversi assumere la responsabilità di difendere la caserma dagli attacchi dei soldati che fino al giorno prima erano stati alleati e ora erano diventati nemici che presto si sarebbero rivelati fra i più feroci. Non senza prima aver dato battaglia, l’ 11 settembre Giovanni e i suoi commilitoni dovettero arrendersi ai Tedeschi. Vennero fatti prigionieri e portati a Postumia, in Slovenia, nella caserma del 24° fanteria proprio negli stessi giorni in cui Mussolini veniva liberato dal Gran Sasso con l’audace colpo di mano, oscuro e mai chiarito del tutto, di un commando tedesco. Poco dopo, imposta da Hitler, sarebbe sorta la Repubblica di Salò.

I tedeschi spedirono quei prigionieri in Polonia; insieme agli altri, Giovanni Bianchi ci arrivò sui carri bestiame di un infinito treno merci, stracarico di quelle “bestie” a due gambe e con la divisa dell’esercito italiano. Al lager di Torrem, invece, Giovanni ci giunse a piedi, dopo una marcia estenuante. Più volte, successivamente, ricevette la visita di consoli (fascisti) italiani che gli chiesero di entrare nell’esercito della RSI; i cambio avrebbe ottenuto una licenza premio di un mese, e un ettaro di terra. Non so se sia stato il senso dell’onore e la dignità. Forse la memoria di suo padre Enrico che era stato uno di quei ragazzi che, nel 1918, con Vittorio Veneto, riscattarono Caporetto e vinsero la Prima Guerra Mondiale. O forse il Giovanni Bianchi era un bresciano ostinato, di quelli che non hanno paura e non si piegano. O forse, tutto questo insieme. Il fatto è che si rifiutò e piuttosto di andare a Salò finì nel lager di Aachen, al confine fra Francia e Germania e poi in quello di Battenhausen, condannato ai lavori forzati. Del resto il destino di un “traditore di Mussolini” era quello di diventare un KG, come era stato cucito anche sulla sua frusta divisa militare che non poté mai più cambiarsi per tutta la durata della prigionia, un Kriegsghefanghen: un prigioniero di guerra. Ci rimase due anni nei lager, a mangiare un mestolo di brodo e un pezzo di pane una volta al giorno. Due anni di sofferenze. Due anni a combattere la morte in mezzo a compagni che gli morivano vicino.

Due anni di lavori massacranti svolti con piccoli utensili di fortuna. Due anni di dolore. Due anni a rischiare la vita ogni giorno, in balia di bestie feroci. Giovanni venne liberato alcuni giorni dopo la Pasqua del’45. Rientrò nella sua casa alle 8 di sera del 29 settembre. Ci sono realtà così vere da sembrare false. Così difficili da tollerare che ci aiuterebbe sapere fossero solo fantasie. Ci sono vite che, quando le traduci in storie, hai paura di non essere creduto. E invece, più invecchio e più mi rendo conto che la fantasia degli Uomini, esprime spesso soltanto l’ imitazione smorta della Realtà. La Realtà, poi, funziona che non c’è proprio bisogno che stai lì a contorcerti per far tornare i conti. I conti, alla fine, tornano sempre. Da soli. E questo è il bello della Realtà. Il bello della realtà di Giovanni Bianchi è che non l’hanno piegato. Non gliel’hanno portata via, la sua vita. Dopo quello che aveva passato non voleva più sposarsi e invece ha messo su famiglia con una ragazza incontrata mentre andava a ballare al Ranzone, sopra Concesio e quella ragazza è ancora lì, accanto lì, accanto a lui, nella piccola cucina di Costorio.

Ha lavorato per tutta la vita. Ha subito un gravissimo incidente sul lavoro alla Glisenti di Villa Carcina, nel 1957, quando gli è esplosa della ghisa incandescente in faccia. E’ rimasto totalmente cieco fino al 1962. Poi, all’Istituto Oftalmico di Milano un po’ di vista gliel’hanno restituita. E allora è tornato a lavorare, nella stessa fabbrica di prima. Fino alla pensione. Il bello della realtà è che i conti tornano. Sempre. Seduto al suo tavolo non ho soltanto ascoltato un pezzo di Storia. Ho visto anche cosa sia la voglia di viverla comunque quella cavolo di vita che ti sei trovato a dover percorrere, di qualunque tipo possa essere. Perché è la tua. Ed è l’unica. E devi giocartela al meglio. Ricordi spaventosi hanno commosso Giovanni mentre mi parlava. Ma la consapevolezza di avercela fatta potendo contare solo sulla propria tenacia e su una straordinaria capacità di reagire gli ha illuminato gli occhi ancora vivaci benché vecchi, benché feriti. “Domenica celebriamo il 4 novembre. Dopo andiamo a mangiare lo spiedo. Vieni anche tu?” mi fa, sulla soglia. Non lo so se verrò, Giovanni, ma ringrazio di cuore te e quelli come te per l’Ieri. E anche per l’Oggi.

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Il racconto del fotografo andato via
1 Novembre 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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29 ottobre  2017

Pozzolengo, Lago di GArda

 

 

 

 

Non è molto facile, per me, scrivere di Ugo Mulas. Mi assale la stessa malinconia che ci prende quando parliamo di quegli amori giovanili  che poi hanno preso strade proprie e misteriose, e sono scomparsi
e ci restano solo immagini sfuocate e dei quali, quando siamo tristi e abbiamo appena litigato con il nostro amore attuale, che ci abbiamo fatto pure mutui, oltre che figli, ci troviamo a chiederci come sarebbe andata se, invece…
E quell’”invece” rimane lì, ed è un contenitore che possiamo riempire fino a farlo scoppiare con le fantastiche nostalgie del momento. Per me Ugo Mulas è i miei vent’anni, cioè l’età che avevo quando l’ho conosciuto, nel 1977. Lui era già morto da quattro, morto giovane purtroppo a 45 anni, ma gli artisti non muoiono mai del tutto, in fondo.

Talvolta succede che insieme all’immortalità acquisiscano anche il potere di modificare le vite di quelli che verranno dopo di loro. Che è esattamente ciò che è capitato a me: l’ho incontrato dopo ch’era morto, l’ho ascoltato e mi ha ribaltato l’esistenza. Per questo mi è difficile parlarne. Se quel giorno non fossi entrato in quella libreria oppure non vi avessi trovato il volume di Mulas dell’Einaudi, “La fotografi a”, o magari il libro fosse stato ancora cellophanato  e non avessi potuto sfogliarlo, magari sarebbe andata diversamente.
O fossi stato distratto da altro. Magari. Invece – come si fa con gli amori che si incontrano in metrò e che non vuoi spariscano ad una fermata che non è la tua e allora attiri l’attenzione, magari un sorriso blando, magari arditamente li fermi e cerchi di inchiodarteli addosso per il resto dell’Eternità – mi soffermai su quel volume dalla copertina sobria, lo aprii e le vidi quelle foto affascinanti e diaboliche. Per prima cosa pensai a come procurarmi al più presto le 8.000 lire per acquistarlo, avevo paura che qualcun altro lo portasse via, e non era come oggi, che il libro te lo porta a casa il corriere il giorno dopo averlo ordinato con il computer.
Pregai il libraio di tenermelo da parte per due giorni, solo due. Acconsentì a uno. Vabbè, qualcosa avrei fatto. Ritornai a pagina 101 prima di uscire e andarmene a cercare i soldi. La foto era quella di Lucio Fontana davanti alla tela bianca, in attesa. Il taglierino Cutter nella destra. Poi la 102: è ben vestito il ricco Fontana che ha appoggiato il coltello sulla superficie. 104 e 105. Profilo la prima, dettaglio la seconda. Sta avvenendo e c’è tensione. Ciò che “vediamo” è che sta avvenendo qualcosa. La 106. Nitido, il taglio. Mossa, la mano. La trama della tela è perfetta. La testa di Fontana che quasi ci entra in quello squarcio. C’è tutto il movimento in quell’immagine che, avrei scoperto successivamente, era stata pianificata e organizzata.

Non era un’istantanea alla Cartier Bresson, per intenderci. Non era un cronista fotografo, Mulas. Era un intellettuale che usava la macchina fotografi ca. E ciò che c’era dentro il suo libro e quelle immagini, che infine riuscii ad acquistare, era la Vita in tutta la sua straordinarietà e semplicità.
Decisi allora cosa non avrei fatto: non avrei fi nito l’Università. Non sarei diventato un bravo borghese. Non avrei avuto un’esistenza tranquilla, come tutti.
Ugo Mulas era nato a Pozzolengo, un paesino di tremila abitanti fra il Garda e il mantovano, tra la Lombardia e il Veneto. E’ bello, il posto, ma non c’è molto altro da dire. A vent’anni, nel 1948, Mulas se ne va a Milano per studiare. Giurisprudenza.
Gli studi li terminerà decidendo, però, di non laurearsi. Da studente, come ci racconta “bivaccavo in quella specie di caffè che era allora il Giamaica, una latteria dove si riunivano i pittori”. Di quei pittori si fa amico. Ci restano immagini collettive dove a gruppi, indossando una povertà decorosa, queste persone stazionano stravaccate sulle seggioline, all’esterno del Giamaica, dove anch’io ho posato il culo qualche volta durante quella sorta di obbligato pellegrinaggio che mi sono sentito di dover fare. Fra le facce e le numerose sigarette accese è il Dopoguerra a Milano ciò che emerge con forza da quelle immagini in bianco e nero così raffi nate nella costruzione, esemplari nella stampa, affascinanti, neorealiste.
Mulas c’è “dentro” in pieno nella città che lo sorprende, lui, il ragazzo venuto dalla provincia, per niente “milanese” ma che forse, paradossalmente proprio per questa sua condizione, ha ricevuto in regalo la sensibilità di saper cogliere per poi restituirla in immagini straordinarie una realtà per altri consueta,scontata e invisibile.

Coglie la gente che non ha perso la voglia di immaginarsi un futuro. Di
questo periodo sono anche le immagini della periferia milanese e della Stazione Centrale. Ha lavorato, successivamente, per riviste di architettura e design, ma ci ha lasciato anche una straordinaria galleria di ritratti di artisti italiani e internazionali – forse tutti i più importanti di quella stagione – nei quali, insieme a ciò che “si vede” nell’immagine, c’è un carico prezioso, per chi abbia gli strumenti per
coglierlo, di informazioni sui modi, sugli atteggiamenti, sulla cultura, in sintesi, sul Mondo del soggetto fotografato. Emerge la sua vita e la sua arte. Il suo essere inconfondibile. Unico. Irripetibile.

Negli ultimi anni della sua breve vita Ugo Mulas ha incominciato ad interrogarsi sulla natura stessa della
Fotografia creando la serie delle “Verifiche”. Forse è curiosa, o forse ne è invece diretta conseguenza, la scelta di centrare l’interesse sullo strumento e sul ruolo del fotografo dopo vent’anni di lavoro e di “azioni” da fotografo, di indagare sul valore in sé, della Fotografi a salutata al suo nascere come il perfetto registratore della Realtà , sganciandola, invece, dalla finalità utilitaristica di “riprodurre”  la realtà per scoprirne e dichiararne la sua perfetta “ambiguità”, altro che “oggettività”, altro che “imparzialità”…
Ecco, allora, che Mulas incontra Man Ray, Duchamp (quest’ultimo lo aveva conosciuto e fotografato per davvero), i ready made, le spore, cioè, di tutta l’arte concettuale che arriverà successivamente – e che tutt’ora agita l’azione di “nuovinuovi” profondi debitori di quegli artisti che, talvolta, sembrano semplicemente imitare malamente – cioè di quell’Arte dove la funzione operativa dell’artista era del tutto o quasi irrilevante sotto l’aspetto concreto e consisteva, essenzialmente, nella capacità di individuare “concettualmente” una realtà, un oggetto che diventava così altro da ciò che era sempre stato condannato ad essere fino a quel momento.

Esiste una magia nelle cose degli uomini che ha creato la circostanza per cui la brava Ilaria Poli – che fin dall’inizio illustra con le sue immagini questa serie di racconti – fosse andata a visitare la mostra che Brescia qualche anno fa dedicò a Mulas. Non ci conoscevamo nemmeno. Non sapeva avrebbe collaborato con me. E io nemmeno sapevo avrei scritto di Mulas. Ma scattò una foto ad un ritratto che Mulas aveva fatto a Jasper Johns. Nella propria foto, riflessa, ci compare Ilaria.
Presenza silenziosa, per un istante “dentro” una vita altrui. Come Ugo Mulas fece nei sui ritratti, artista fra gli artisti, sapiente poeta dell’immagine, per sempre dentro la mia di vita.

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Il racconto dell’astronomo tolemaico che vendeva i gelati
23 Ottobre 2017 In Geografie della memoria 1 Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

       fotografia di www.ilariapoli.com

22 ottobre  2017

Rudiano, Comezzano, Cizzago

 

 

 

 

L’uomo era un cristone grande e grosso, per di più munito di un gran paio di baffoni all’umbertina. Naturalmente girava avvolto in un tabarro che era compromesso, ahimè, da troppi buchi. Il tocco finale era fornito da un cappellaccio nero a tesa larga che se pure la riparava quella gran testa pensante, rendeva il proprietario più simile ad un brigante ottocentesco che ad un astronomo – filosofo – poeta – gran disegnatore di cosmografi e fantasiose e perciò, a modo suo, artista: più un Passatore o uno Spiridione, insomma, che un erudito. Ad un primo e superficiale sguardo, dunque, quel bonaccione di Giovanni Paneroni da Rudiano, destava inquietudine e, pur divertendo con le sue eccentricità un gran numero di persone – si dice fosse particolarmente amabile con i bambini – riusciva ad allertarne altrettante, cominciando dai benpensanti per arrivare ai custodi dell’ordine pubblico.

Era nato nel 1871 e il padre, modesto commerciante di frutta e verdura, fin da bambino, visto quant’era sveglio, aveva cercato di avviarlo ad un futuro diverso – ma forse troppo ambizioso – sbattendolo in seminario per fargli acquisire il sapere necessario a farsi strada nel Mondo. Ma l’ordine e le regole, lo si vide subito, non facevano proprio al caso del buon Giovanni che, dopo solo due anni, venne ritirato e abbandonò gli studi. Fece svariate esperienze, anche lavorative e, quando venne il momento, espletò il servizio dileva nell’Arma dei carabinieri. Alla fi ne, però, fu dietro un carretto da venditore ambulante poco dopo essere tornato alla vita civile che venne a ritrovarsi commerciante di dolciumi e gelati nelle campagne bresciane. Possiamo immaginare che fu proprio mentre cercava di ripararsi da quel Sole inesorabile che gli comprometteva i prodotti che abbia avuto quell’illuminazione che per sempre avrebbe guidato la sua ricerca: mentre cercava disperatamente di sfuggirne gli effetti, infatti, si convinse fosse il Sole a muoversi, e non certo la Terra.

 

Precedenti illustri, del resto, rendevano credibile l’eventualità che teorie rivoluzionarie fossero nate dal fortuito incontro fra il caso e il Genio: in fondo si racconta tutt’ora sia stata una mela cadutagli in testa mentre poltriva sotto una pianta ad ispirare Newton, mentre sarebbe stato il permanere più del dovuto in una tinozza d’acqua a illuminare Archimede. E’ chiaro che per cogliere il significato di un evento bisogna in un qualche modo averne almeno un’infarinatura, oltre che un interesse, e, Paneroni, la passione per l’astronomia se la portava dietro come un’ossessione fin dai tempi della (poca) scuola. Già da allora, peraltro, le teorie elaborate da Galileo Galilei non è che l’avessero convinto del tutto, animato com’era da quella diffidenza contadina e popolare verso tutto ciò che non potesse essere confermato dall’osservazione diretta e in proprio e dall’esperienza personale.

Prendi la storia della rotondità della Terra: come facevano a starci dentro i mari? Dice: facendo roteare un secchio pieno a forte velocità il contenuto non esce. Certo, “o cretini!”,confutava, ma solo se tenuto per il manico! Provate a tenerlo per il fondo, o bestie, e “borlerà fuori tutto”. Del resto, “la Terra è fissa, piana, infinita ed è sempre esistita”. Nei giorni d’estate precedenti lo scoppio della Prima Guerra mondiale capì con chiarezza d’aver sempre avuto ragione di dubitare di quel sapere imposto e, di conseguenza, decise quale, di lì in poi, avrebbe dovuto essere la sua missione: svelare al popolo la grande truffa a proposito del sistema solare e basata sulle voci che quei cialtroni di Keplero e Galileo avevano messo in giro circa trecento anni prima. Del resto sarebbe bastato affidarsi all’osservazione e al buonsenso, per essere folgorati dall’evidenza di alcune verità che, per oscure ragioni, gli Accademici (oggi si direbbe la Casta degli accademici) osteggiavano: la Luna, “spia testimoniale di ladri e amanti”, è una sfera di un metro di diametro; le stelle sono “teste di micce esplosive” del diametro di pochi millimetri e “difendono” il Sole che viene attaccato dalle nuvole che potrebbero, quindi” spegnerlo.

Dapprima la propaganda delle sue teorie fu fatto estemporaneo e correlato strettamente alla sua attività di ambulante nei mercati delle zone limitrofe: da Chiari a Rovato, a Orzinuovi, a Soncino, insieme al suo carretto arrivava l’esposizione dei pannelli esplicativi della sua cosmogonia e così sorbirsi il gelato poteva irrobustire la cultura dei paesani che osservavano divertiti quel massiccio messia. Il suo motto più famoso e riassuntivo era: “La Terra non gira, o bestie!” Pensando al clima sociale di quegli anni, esasperato dalle lotte politiche, ma, soprattutto negli ambienti più giovani e intellettualmente effervescenti, anche dalla ricerca di elementi che trasgredissero la tradizione e “l’autorità” – non è inutile ricordare che è in quel periodo che sorgono e si sviluppano i primi movimenti artistici iconoclasti del Dada in Svizzera e del Futurismo in Italia – non sorprende apprendere che nel dopoguerra, intorno agli anni Venti, l’ormai cinquantenne Giovanni Paneroni, iniziando da un incontro pubblico al Teatro Sociale di Brescia organizzato dalla redazione de “Il Cittadino”, abbia compiuto il grande balzo verso la notorietà grazie all’interesse riservatogli proprio dagli studenti della Goliardia che in lui scorgevano il contrario dell’ “autorità” accademica(e non solo) e, a seguire, dai giornalisti incuriositi dal personaggio: uno così, che metteva in discussione l’ordine celeste era naturalmente un simbolo per tutti coloro che volessero mettere in discussione l’intero “vecchio” ordine.

Diventò così personaggio noto alle cronache dei giornali dell’epoca recandosi in trasferta in varie città italiane in concomitanza con convegni o incontri pubblici di astronomi, accademici, fisici e matematici. Milano, Genova, Bergamo, Roma: numerose furono le occasioni in cui ebbe modo di scontrarsi pubblicamente con scienziati e studiosi. Girava armato di materiale stampato che vendeva per le strade, distribuiva nel corso di quei convegni o abbandonava in aule universitarie. Conobbe in più occasioni le patrie galere, quasi sempre per aver “turbato l’ordine pubblico”. E conobbe anche il manicomio. Soprattutto ebbe, come fedele e scomoda compagna per tutta la vita, la carenza di denaro: autore di numerose poesie, in questa fissa la propria condizione: “Guarda la fame cosa mi fa fà se gò la pansa me la fa ‘nda vià (…) se so nel letto io non posso dormì le mie budele le fa chicchirich (…) Go il stomech vuoto niente de mitìga dent ga saltares ados a chei che gà bontemp ( …): l’educazione e il mantenimento degli otto figli, perciò, furono in gran parte a carico della moglie , verduraia in paese .

Per la sua eccentricità Paneroni riuscì ad avere guai anche sotto il fascismo, verso il quale non nutriva simpatia e perciò ne salutò, anche se ormai vecchio, la caduta e confidò nell’arrivo di tempi nuovi che, ne era certo, gli avrebbero riservato l’ascolto, gli onori e le prebende fino ad allora negate. Ma si sbagliava anche qui. E morì povero e tenace com’era sempre stato, il 2 gennaio del 1950. La sera prima, tuttavia, sussurrò ad uno dei figli:”La me opera la sarà semper regordada e ‘n bel de la trionferà”. Per la prima parte della profezia ha avuto ragione lui: ne parliamo tutt’ora e sulla sua lapide, quasi a ricompensa della sua totale dedizione alla scienza e a compensazione di quarant’anni di incomprensioni, la scritta dice: Giovanni Paneroni Astronomo. Per la seconda, invece, stiamo a vedere.

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