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Il racconto del ragazzo di paese che diventò cantante
13 Luglio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

9 luglio 2017

Nuvolento, Gavardo, Nuvolera

 

 

La vita negli anni ’50, per la maggior parte delle persone, sembrava dovesse svilupparsi secondo un destino già scritto; non c’erano molte possibilità di deviare dal percorso che le condizioni sociali ed economiche della famiglia sembravano aver tracciato per i soggetti da crescere che, perciò, molto spesso godevano del libero arbitrio di un trenino elettrico. I figli dei poveracci avrebbero continuato ad essere poveracci come i padri, lottando per esserlo un po’ di meno; quelli dei ricchi sarebbero cresciuti nella tranquillità del benessere che avrebbero addirittura cercato di accrescere. Era così, e si restava dove si nasceva: i blocchi di partenza nessuno poteva sceglierseli e quelli più indietro non sarebbero stati compensati da un percorso facilitato. L’istruzione non era per tutti. Le occasioni, nemmeno. Era piuttosto improbabile che il figlio di uno stradino diventasse primario al Civile: “E’ la vita…”, dicevano i popolani, e tiravano avanti giocando la schedina.

 

Quando succedeva, però, quando imprevedibilmente il successo arrideva a qualcuno contro ogni previsione, sorgeva la leggenda. E si estendeva la speranza. Del resto, se il delinquentello nero nato nel Bronx poteva diventare uno sportivo ricco e famoso, o il figlio di contadini bergamaschi e poveri ,cresciuto fra seminario e sagrestie,vescovo, cardinale e Papa, in fondo significava che il futuro ciascuno poteva costruirselo. Per quanto mi riguarda, incallito fatalista, ho sempre pensato il contrario: proprio gli sviluppi che smentiscono le premesse, paradossalmente, confermano l’esistenza di un destino al quale è impossibile sottrarsi. Ci ho pensato anche leggendo di quel giovane siriano che per sfuggire alla guerra civile del suo Paese è andato a morire in uno stupido incendio a Londra. Oppure, ogni volta che mi guardo alle spalle per rivedere la mia, di vita. E lo penso anche ricordando la storia di un ragazzino di paese che compirà settantatre anni il prossimo ottobre.

 

Anche lui era nato in una famiglia talmente povera da non potersi permettere il lusso di pensare ad un futuro diverso da quello che era già lì, bell’e pronto, ad attenderlo; non c’era motivo di perdere tempo a far progetti. Magari un po’ di scuola, sì, proprio il minimo indispensabile per imparare a leggere e far di conto in attesa che sopraggiungesse un minimo di vigore. Poi, via, a lavorare, ché c’era da ricostruire un Paese uscito distrutto dalla Seconda guerra mondiale: non c’era tempo da perdere e bisognava crescere in fretta. Il ragazzino, dopo le elementari finì a fare “il piccolo” da qualche parte. E quando la famiglia si trasferì in città, trovò posto in una panetteria come garzone. Non lo sapeva, ma il suo futuro lo accompagnava e lo precedeva, creando le occasioni per incontrarsi.

Iniziò ad insinuarsi nella sua esistenza fin da quando la madre gli regalò la prima chitarra, mi piace pensare comprata sotto i portici, da Vigasio, a forza di sacrifici. Si dava da fare il destino del ragazzo suggerendogli di ascoltare lo zio napoletano che suonava il mandolino. E quando lo spinse a partecipare ai primi concorsi canori dentro alle parrocchie. Oppure copiava le mosse dei cantanti americani più alla moda e imparava a suonare la chitarra. E, soprattutto, ad usare lo strumento più versatile, forse il più difficile, certamente il meno ingombrante, ma che non si poteva acquistare da nessun parte: la voce. Per chi aveva la passionaccia della musica, ai tempi, non c’erano radio e televisioni “libere”, non c’erano computer e web dentro al quale lanciare la propria bottiglia piena di speranze e sogni. E non c’erano nemmeno genitori comprensivi ed instupiditi che orgogliosamente li accompagnassero alle selezioni dei talent.

Anzi, quel mondo ancora piccolo e distante, per i vecchi di una volta, era inesora

bilmente frivolo e forse potenzialmente dannoso. Chi proprio avesse voluto “tentarla” con lo spettacolo, aveva solo una chance ed era costituita dalle numerose orchestre che avevano il compito di far ballare la gente dentro alle balere. E’ così che, poco più che quindicenne, cominciò a girare per locali con orchestre sempre più importanti. Il futuro divenne invadente e aggressivo e una sera, mentre il ragazzo cantava, nel locale casualmente arrivò “uno che conta”. Primo contratto, prime cover.

Apertura, insieme ad altri di quegli anni, del concerto dei Beatles al Vigorelli. E una cover in particolare, “Hurt”, che nel 1966 avrebbe cantato- per un disguido tecnico in quanto era il lato B del suo 45 giri- in tv, a “Settevoci” di Pippo Baudo, e che in italiano si intitolava “A chi”. E che gli cambiò il mondo. E il Destino, che nel frattempo era diventato il Presente , sorrideva compiaciuto, perché Fausto Leali da Nuvolento – il “negro bianco”- era arrivato dove doveva .E da lì non si sarebbe spostato mai più.

I ragazzi, dopo “Carosello”, dovevano andare a dormire. Tuttavia, come per ogni regola, ci poteva essere l’eccezione. Per me si verificò nell’inverno del 1968 in cui mi fu il permesso di vedere il Festival di Sanremo; in fondo, le ore di sonno “sprecate” le avrei recuperate il giorno dopo, domenica. E le “canzonette” non costituivano ancora un “pericolo” per nostre menti giovani, ingenue ed impressionabili secondo i genitori. I fenomeni di oltremanica che avrebbero sconvolto per sempre la musica leggera erano già a buon punto della loro travolgente marcia di occupazione, ma il Festival di Sanremo faceva finta di non accorgersene.

Persino il suicidio di Luigi Tenco al Festival dell’anno prima, era stato digerito, metabolizzato e rimosso. Ma il motivo vero per cui mi lasciarono alzato fu un altro: quella sera avrebbe cantato “quello di Brescia”che aveva già “spaccato”, come si direbbe ora, con “A chi”. Nella maggior parte dei bresciani, spigolosi e lavoratori, lontani dal centro dell’impero, meno avvezzi al divertimento che alla fatica e che si muovevano nel mondo con la convinzione d’essere fatti per certe cose e non per altre, suscitava una certa curiosità, una vaga invidia ed un qual certo orgoglio quel ragazzo col nome del nostro Patrono, che era arrivato così lontano da essere finito persino dentro la televisione. Così, insieme anche a mio padre che la tele, sdegnosamente – stupidade! – non la guardava proprio mai, potei guardarlo in tv. Parlava proprio come facciamo noi, con quella pessima inflessione dialettale così ruvida da essere respingente, mentre dichiara l’animo semplice. Direi persino che “cantava” da bresciano, andando a scavarla, quella voce incredibile, dentro l’anima come si faceva nelle cave di marmo, dalle sue parti. Cantava in coppia con Wilson Pickett e non fosse stato per la lingua, sentendoli, non si sarebbe distinto il più “nero” dei due. Cantava e canta, il ragazzo di Nuvolento, che ancora oggi se incontra un bresciano può parlargli in dialetto. Non è cambiato Fausto Leali, un ragazzo che compirà settantatre anni a ottobre.

Giü de noalter.

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Il racconto del diavolo dentro al campanile
5 Luglio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

2 luglio 2017

Il Santuario della Stella a Gussago (seconda parte)

 

 

Di esorcismi presso la Chiesa della Stella in quattrocento anni di vita e in quasi quarant’anni di attività di don Negrini (il prete esorcista che ne era il cappellano) ne sono stati compiuti in grande numero, come testimonia anche la quantità di ex voto che ne adornano le pareti interne. Nel tempo, però, oltre ad essersi consolidato il culto dei fedeli iniziato proprio a causa dell’apparizione della Vergine, venne affermandosi una curiosità verso il Santuario magnetica anche per chi “fedele” non lo era per niente. Il luogo possiede tutti i requisiti adeguati che, all’epoca, colpivano con grande forza la fantasia semplice della gente comune. E’ immerso nel verde, appartato in cima alla collina che sovrasta Gussago e di sera assume un aspetto inquietante e misterioso. Quando scendeva il buio non ci si trovava più anima viva (successivamente sorsero dei ristoranti) e si trasformava, così, nella meta ideale per coppie in cerca di intimità. Per la stessa ragione era diventato anche il paradiso di numerosi voyeur che arrivavano da tutta la Franciacorta per spiarle, le coppie che l’intimità l’avevano trovata. Tuttavia non sorsero mai problemi: sia gli “osservatori” che gli “osservati” operavano in silenzio e aspiravano all’invisibilità rendendosi inconsapevolmente collaborativi. Verso la fine degli anni Settanta avvenne un fatto singolare che vi attrasse una quantità di curiosi come non s’era mai vista prima. In una calda sera d’estate una coppietta, dopo aver trascorso parte della serata con gli amici in piazza a Gussago, raggiunse in scooter il Santuario per stare insieme, lontano da occhi indiscreti.

Raccontarono poi di aver sentito, mentre erano sdraiati nell’erba, un suono dalla natura indefinita, ma dall’effetto così spaventevole che bastò per distoglierli dai traffici sotto i vestiti, mentre anche il silenzio cominciava ad impaurirli. Si può immaginare che, vagamente increduli, si siano messi seduti in ascolto per capire da dove provenisse il suono. Quel che è certo è che appena l’ebbero intuito si alzarono ancora mezzi svestiti, saltarono sul motorino sconvolti e ritornarono in paese per raggiunsero gli amici. Raccontarono la loro avventura: in particolare dissero che avevano sentito come se qualcuno stesse “respirando”. Non erano riusciti a capire da dove provenisse, ma sembrava un “respiro”.

Era diffuso nell’ aria, come se a emetterlo fosse stato un gigantesco animale ronfante. E la bestia dormiente era loro sembrata fosse proprio il Santuario! Partì immediatamente una carovana di ragazzi eccitati in motorino che serpeggiò lungo la collina con il tipico baccano di quelle notti estive: marmitte sfondate e clacson. Lungo il percorso, con i sensi allertati, notarono anche i rapidi movimenti di frasche e alcune macchine apparentemente vuote che accendevano i motori per andarsene alla svelta. Giunti a destinazione impiegarono non poco per riuscire a capirci qualcosa: l’euforia unita alla volontà di mostrare un coraggio che in realtà si davano l’un l’altro a forza di sghignazzate, comprometteva l’indispensabile silenzio.

Quando si furono acquietati, però, lo sentirono distintamente quel respiro: grave e terrificante. Agonico. Che sembrava voler parlare dei patimenti dell’Inferno. Quei ragazzi avevano appena scoperto il fenomeno che avrebbe riempito le sere a venire di numerosi bresciani. Ancora adesso,e sono passati quarant’anni, mi chiedo come sia stato possibile che, nel giro di solo pochi giorni, la Stella diventasse la meta di migliaia di persone che ci andavano sì a prendere il fresco, ma, soprattutto, a cercare di sentire quello che ormai era diventato per tutti il “respiro del Diavolo”. E a interpretare con ipotesi suggestive ciò che non era spiegabile. Ora, in tempi di social network, chiunque pubblichi un post su fb sa che poco dopo il suo racconto sarà arrivato ovunque. Ma allora? Gli unici social, per niente network, erano i negozi, i bar e i barbieri. E le chiese. Non i quotidiani: proprio un quotidiano locale mi mandò sul posto per fare un servizio, ma solo giorni dopo, perché il caso era già scoppiato da solo. E allora, come aveva fatto la notizia a dilagare così velocemente destando la curiosità della folla che accorreva per verificare di persona? Raggiungere il Santuario non fu difficile, servì, in fondo, soltanto un po’ di pazienza: la salita che solitamente richiedeva non più di cinque, dieci minuti, si protrasse per più di un’ora.

Quello che mi fu ben chiaro appena arrivato fu che da lì il vero problema sarebbe stato tornare a casa prima dell’alba: c’era una moltitudine che occupava tutta l’area e affollava anche gli spazi liberi fra i tronchi delle prime file di piante del vicino bosco. I più organizzati s’erano portati il tavolino e le sedie da campeggio e si scolavano qualche buon bicchiere di vino, proprio come in un pic nic. E sì, nonostante ci fossero migliaia di persone, il respiro del Demonio lo sentii distintamente pure io, che non mi capacitavo e ci ridevo su, e che mi sembrava proprio provenire dal Campanile. C’erano un paio di vigili urbani, numerosi volontari che si occupavano di far parcheggiare le auto ordinatamente lungo la strada e alcuni militi dell’Arma, ché non si sa mai, e la sera successiva, infatti, procedettero al fermo di un signore di mezza età che si era presentato in ciabatte, canottiera, braghe corte e doppietta in mano per sparare all’abusivo della torre, chiunque fosse. Come si seppe successivamente l’uomo non l’aveva poi vista del tutto sbagliata, perché un conosciuto naturalista locale dichiarò che probabilmente, dentro la torre, c’era un nido di barbagianni.

Spiegò che al momento della schiusa delle uova i piccoli emettono un suono tipico molto simile ad un respiro. L’amplificazione naturale del campanile aveva fatto il resto e fornito a quei suoni, originariamente poco più che striduli, la consistenza e il timbro demoniaco del respiro dei dannati. Io non lo so se la caduta di Lucifero nell’Inferno sia stata davvero veloce e improvvisa; quello che ricordo è che quella sera la mia discesa dal paradiso refrigerato della collina verso l’inferno di asfalto bollente fu lunga e difficoltosa: ci misi ore in colonna a fare quella manciata di chilometri. La stampa locale comunque dedicò un pezzo all’evento che però, ormai, si andava rapidamente sgonfiando da solo: una volta svelata la vera ragione di quel fenomeno, infatti, non era più possibile fingere di credere al soprannaturale per crearsi un diversivo. L’area ritornò in breve deserta, e tutti i curiosi al caldo torrido delle proprie case. Salvo, naturalmente, le coppiette ed i voyeur.

 

 

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Il racconto del prete che insultava il demonio
26 Giugno 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

25 giugno 2017

Il Santuario della Stella a Gussago (prima parte)

 

 

 

Mezzo secolo fa quasi ogni paese della provincia era fornito di un residente indemoniato, quasi sempre di sesso femminile, da raccontare in narrazioni inverosimili e alle quali erano molti quelli a cui piaceva credere. Al mio, di persone con “addosso il Diavolo”, ce n’erano addirittura due: di una, la “vecchia S.” condannata con la sedia a rotelle, da decenni senza che la scienza medica fosse riuscita ad individuarne le ragioni, si diceva che la notte, mentre nessuno la vedeva, camminasse agilmente con le proprie gambe, in preda al trance e scortata dall’inseparabile gatto, nero e sovrappeso. Dell’altra, la signoria L., che avesse dimestichezza con la levitazione; del resto lei di gatti neri ne aveva due o tre. La notte in cui la signorina L. mori  –  lo si raccontò in tutti i cortili nelle settimane successive  –  il medico intervenuto per iniettarle un’ endovenosa dovette, prima di procedere, farsi il segno della croce, perché non gli riusciva di trovare la vena. Il fatto era reso ancor più singolare pensando alla sua esperienza, comprovata dal suo soprannome, dott. Endovena, affibbiatogli in paese. In quegli anni c’era una consuetudine diffusa, che in particolare eccitava i ragazzini, con l’oscuro e il demoniaco. Era opinione comune che davvero il Principe del Male fosse in mezzo a noi fisicamente, tangibile, visibile. Peraltro anche all’Oratorio eravamo frequentemente messi in guardia dal Diavolo tentatore e così Satanasso era diventato davvero “uno di famiglia”.

A contrastarne l’azione c’erano molte sentinelle che si dichiararono in grado di batterlo. Fra questi impavidi eroi del bene il più famoso fu senz’altro don Faustino Negrini, classe 1885 che nel 1958 (si noti la vertibilità delle date:85 – 58: iniziò la vita nella prima, iniziò la battaglia col Malefico nella seconda!) lasciò la Parrocchia di Torbole e fu spedito dal Vescovo a fare il Cappellano al Santuario della Stella, una Chiesa del Cinquecento dalla storia assai curiosa. Era stata costruita, infatti, nel luogo in cui la Madonna apparve ad un pastorello sordomuto, guarendolo completamente all’istante. Ci dice Cornelius Flaminius nelle “Notizie storiche delle principali Apparizioni ed immagini di Maria Vergine nel Dominio Veneto”:<_ divulgatasi in un baleno la fama dell’apparizione si recarono con numerosa folla di popolo al luogo indicato ove mirarono con sorpresa nel mezzo d’una pianura un bel collocato disegno di fondamenta nel di cui mezzo elevatasi un giglio di n

on mai più veduta bellezza su cui spargeva i suoi raggi una stella perpendicolarmente ad esso imminente. Ad un tanto portento tutti si arresero e nell’anno stesso della verginale comparsa disposero le fondamenta della nuova Chiesa, per l’avanzamento della quale accorse con apostolica liberalità, concedendo indulgenze, Paolo III nell’ anno secondo del suo pontificato>.

Quella chiesa era magnetica per me, e più di una volta là ci andai in bicicletta sperando di inciampare fortuitamente in qualche manifestazione del Maligno come quelle che avevo visto nel film “L’Esorcista”, che , secondo i giornali, era sconsigliato alle donne incinte perché provocava “malori e svenimenti in sala”. Forse perché non ci riuscii mai, fu una curiosità ricorrente quella che mi accompagnò per anni. Ormai adulto, in un piovoso giorno d’autunno mentre transitavo per la collina decisi di riprovarci. Mentre  parcheggiavo mi preparai una giustificazione da fornire al prete per ottenere un permesso di assistere ad un esorcismo. Arrivai alla porta della canonica accodandomi a tre donne che, cariche di borsine, nel frattempo erano sbucate dal percorso pedonale. Il prete aprì la porta e senza una parola le fece entrare. Poi vedendo che rimanevo sulla soglia mi guardò incuriosito. Imperturbabile, bugiardo e sussiegoso attaccai: “Padre, le chiedo di aiutarmi, perché ho perso la Fede”. Mi guardò sorpreso e chiese, con la voce alta di chi soffre problemi di udito: ” Cos’è che hai perso,te?”. Capii che era praticamente sordo, al che, scandendo le parole, chiesi: “posso assistere all’esorcismo?”. Mi fece entrare.

Le tre donne si erano già sedute intorno al tavolo. Io puntai su quella della generazione di mezzo, perché aveva i capelli rossi ed un orribile foulard verde. Invece quando il prete le appoggio un rosario sulla testa fu la più giovane a ruotare su se stessa e mollare uno sberlone che spedì la corona sul pavimento della stanza. Iniziò quindi a profferire volgarità con una voce cavernosa e ansimante che chissà dove andava a raschiarla. La crisi fu impressionante perché la ragazza sudava e urlava. Il prete però insisteva nell’intimare al Demonio di abbandonarne il corpo. Ad un certo punto gli chiese “Dimmi il tuo nome, creatura che abusi il corpo di questa giovane_ Come ti chiami?” e al diniego gracchiato dalla Bestia, rispose con una sequenza indimenticabile di insulti: “Te lo dico io come ti chiami! Ti chiami cretino, stupido, ignorante, imbecille…” Proseguì, poi, recitando formule sempre più oscure: il “Diavolo” gradualmente perdeva terreno e la sua resistenza si affievoliva. Alla fine, quando la ragazza era ormai spossata e nella sala erano sopraggiunte anche le suore di un vicino convento, il sacerdote cominciò una serie di esortazioni:”Arcangelo Gabriele salvaci tu dal male! Contro il satanismo_…” e le suore, ligie, “giu botte!”, e lui, ancora” contro lo spiritismo_… ” e loro, ligie, “giù botte!”. “contro il comunismo_…”, “giù botte!” e ancora ” contro il fascismo_…”, “giù botte”,  “contro il brigatismo_…”, “giù botte!”.

Come succede anche nella maggior parte dei film americani il Bene, anche se faticosamente, alla fine trionfò sul Male e la ragazza remissiva ed esausta, accettò di pregare insieme a tutti gli altri. Poi bacio più volte il rosario, insistentemente: sembrava volersi aggrappare come ad un’ancora a quella coroncina che teneva fra le mani. A quel punto la più anziana delle tre donne mise sul tavolo quelle borse che aveva tenuto per tutto il tempo sotto la sedia. Il prete cominciò ad estrarne vari pacchetti: caffè, zucchero, sale grosso, bottiglie d’acqua minerale, un pettine, vari monili, un cuscino. Uno a uno benediceva tutta quella variegata mercanzia per poi riporla, un pezzo alla volta, nella borsa vuota che alla fine riconsegnò alla donna.

Le suore intonarono un canto mentre la processione delle donne che io chiudevo in silenzio si avviò verso la porta. Il prete rimase seduto a guardarci andar via. pareva stanco, ma piuttosto soddisfatto di sé. La signora dai capelli rossi fece scivolare una busta nelle mani della perpetua che teneva aperta la porta per farci uscire. (1- segue).

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Il racconto del sapere e dei campi
19 Giugno 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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18 giugno 2017

Bargnano, Corzano, Mairano e le Terre Basse

 

 

Sarà che da queste parti c’era- e forse ancora c’è ancora – la più alta densità di gente che la terra l’ha lavorata per la vita intera, fin dal tempo in cui lo si faceva ancora a schiena piegata tutto il giorno sotto il sole, dall’alba al tramonto e la tecnologia era fatta di falce, forca, rastrello e aratro tirato da bestie pazienti… Sarà che questa stessa Gente forse le avrà davvero avute “le scarpe grosse”, ma di sicuro, ciò che non le mancava era il “cervello fino”… Sarà il clima, o Dio, o gli Astri, oppure la Fortuna, la Luna o il Destino, ma da queste parti si è verificata, perdurando nel tempo fino a noi, con tutti gli aggiustamenti necessari, una “Eucarestia all’incontrario” dove, non già è lo Spirito che si transustanzia in materia, bensì è la “materialità” di antiche consuetudini marcatamente fisiche nel loro dispiegarsi – fatto di sudore e fatica – allo stesso modo in cui lo sono nella loro finalità – la necessità quotidiana di “tirare a mangiare” – che si traduce in “idea”, in “sapere strutturato”, in Cultura propriamente dicibile, in “Spirito”.

E’ questa la ragione per la quale in questa zona si possono trovare ben due “cattedrali” che afferiscono a quel mondo che nemmeno lo sviluppo industriale più selvaggio, si spera, riuscirà mai ad estirpare del tutto. La prima la si trova a Bargnano di Corzano dove è stata istituita nel 1912 (e ancora prospera nonostante i tempi) ed è una Scuola per gli operatori che lavorano in Agricoltura, sia nei campi che negli allevamenti come specificato in una articolo dettagliato pubblicato su un giornale locale del 1923 “… i corsi teorico-pratici che qui andiamo proponendo, hanno per scopo di dare alle nostre aziende agrarie degli ottimi maniscalchi, degli ottimi palafrenieri, degli ottimi bergamini, bifolchi, meccanici agrari; dei contadini che abbiano nozioni sulla scelta delle sementi; sui concimi e concimazioni; sulle lavorazioni del terreno; sulla lavorazione delle piante sarchiate: sulla coltivazione del frumento e dei prati, sulla viticoltura ed enologia; di frutticoltura; di gelsicoltura e di bachicoltura”. Per questo motivo la Scuola di Agricoltura Vincenzo Dandolo fin dai suoi albori individuò la necessità di “istituire corsi teorico pratici, quali avrebbero per scopo di creare una vera e propria organizzazione scientifica del lavoro agricolo”.

Vale certamente la pena di ricordare, soprattutto negli attuali tempi di “alternanza scuola/lavoro” in cui uno dei messaggi che vengono passati agli studenti è che il lavoro non necessariamente deve essere ripagato, che più di cento anni fa in quella scuola per contadini era prevista per gli studenti più assidui e meritevoli un’indennità giornaliera che andava dalle 10 alle 15 lire. Il secondo monumento ad una civiltà e ad un modo di vivere dei quali la “civiltà” industriale e post industriale vorrebbero cancellare persino il ricordo, è dovuto all’intuizione avuta negli anni Settanta dal maestro elementare Dino Gregorio, al quale poi è stato intitolato, ed è il Museo della Civiltà contadina di Mairano. E’ disposto in una cascina in cui una volta vivevano alcune famiglie che lavoravano alle dipendenze dei Conti Calini, (un’altra cosa da non dimenticare è che dietro ai contadini c’erano sempre dei proprietari terrieri che li sfruttavano). Il notevole numero di

locali disponibili ha consentito, soprattutto al piano terra, di superare la logica, applicata invece nel piano superiore, della semplice esposizione per temi degli oggetti più comuni legati ai lavori che venivano svolti dai contadini nei campi, ma anche a quelli correlati (maniscalco, fabbro, falegname ect.) e di ricostruire gli “ambienti” in cui i contadini conducevano gli scampoli della loro esistenza che si svolgevano al chiuso.

Le due stanze che costituivano la tipica dimora dei contadini, cucina e camera da letto, sono state quindi ricostruite all’insegna della fedeltà filologica: camino e stufa a legna, tavolo e sedie impagliate e madia e credenza, in cucina; il lettone e la culla e il resto dell’arredo più consueto, lo scaldino e la monèga, il catino per lavarsi e il vaso da notte, i segni di devozione soprattutto alla Madonna appesi alle pareti, in camera da letto. Sempre al piano terra vi è poi la ricostruzione di com’era una vecchia osteria dell’epoca. Per finire, all’esterno sono collocati i carri, i trattori e le macchine agricole di dimensioni maggiori.

Quando la visita è terminata e si viene via da posti simili c’è un inizio di magone che attanaglia la gola. Mentre si cercano nelle tasche le chiavi dell’auto ci si immagina che da qui le lucciole non siano mai scomparse e che, a cercare bene, se ne trovi ancora qualcuna che non ha accettato di morire . Si accende il motore e la memoria corre così a P.P. Pasolini che ci disse come il mondo contadino sia statico e ripeta sempre se stesso: “[…], con gioventù sempre nuove – nuove al vecchio canto – a ripetere ingenuo quello che fu “(“Le ceneri di Gramsci”).

Che ci informa che propri della civiltà contadina sono il primitivo, il selvaggio, l’inconsapevole che si costituiscono, così, come archetipi della Natura e la rendono mitica e grande Madre dell’Umanità. “Per me essa [la campagna] è stata la certezza di una continuità con le origini del mondo umano, e ha valorizzato, fino a dar loro carattere quasi di rito, ogni minimo gesto, ogni parola. Inoltre essa rappresentava ai miei occhi lo spettacolo di un mondo perfetto” (Lettere luterane). La millenaria civiltà contadina non è mai mutata, è legata alla preistoria, è essa stessa preistoria, un pezzo di preistoria vissuto di vita propria fin dentro la civiltà industriale e i cui valori erano: la Chiesa, la patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, il risparmio, la moralità, ed erano “reali”, segni che appartenevano alle culture particolari dell’Italia arcaica e agricola.

L’auto mi sta riportando a casa, il navigatore farnetica e mi trovo a riflettere sulla “povertà” di quelle vite antiche e a condividere le parole disperate di P.P.P. “Ho sentito, proprio in questi anni, in contraddizione con tutto, che la povertà non è affatto il male peggiore. Anzi, ho cominciato disperatamente a rimpiangere la povertà, mia e altrui”. La povertà che non è più disgrazia, ma si afferma come condizione sublime soprattutto se confrontata al male peggiore che è la miseria del benessere. Oh, mi trovo ad avere sete di una caraffa di bianco ghiacciato, da bere in un’osteria di campagna con le sedie sgangherate ed i vecchi in canottiera,che fumano, e tengono d’occhio le bici appoggiate al muretto e un cane che abbaia. Non ce ne sono più, cavolo. Solo bar belli. Pub che aprono alla sera. Locali con la musica.

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Il racconto del divertimento
13 Giugno 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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11 giugno 2017

Desenzano, Manerba, Moniga, Padenghe: Il Garda

 

Sostiene A. Schopenhauer nella sua opera più nota “Il Mondo come volontà e rappresentazione” che “ ad eccezione dell’uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza …”.Se ne può desumere che un

a delle differenze più grandi fra l’Uomo e gli altri animali consista proprio nella capacità del primo di pensare la Morte e di sorprendersi, talvolta , in compagnia dell’immagine che se n’è fatto: una compagnia piuttosto sgradevole da sopportare. Sapere che la Signora con la falce è già in paziente attesa mentre noi inconsapevolmente ci agitiamo per le cose del mondo, probabilmente non fa molto bene allo spirito . L’Uomo non sa più cosa inventarsi per sfuggire al pensiero dell’ inevitabile appuntamento che, come ci cantò Vecchioni, lo aspetta in quel di Samarcanda. Ma qualcosa lo deve pur inventare per continuare a sorridere. Ci sono molti posti che stanno dall’altra parte dell’Universo rispetto a Samarcanda, luoghi di allegria a camionate, dove puoi divertirti e perderti. Dove gli aspetti più piacevoli dell’esistenza – grazie, da un lato, alla naturale bellezza dell’Ambiente ed al clima decisamente complice e , dall’altro, all’intervento dell’ Uomo che intelligentemente ha deciso di affiancarvi divertimenti più artificiali e forse più illusori – riescono ad allontanare i pensieri negativi.

Ne abbiamo anche in Italia, di posti così. Ne abbiamo anche da noi, nel bresciano, e il litorale del Garda ne è la zona più fornita. D’altro canto un lago con 125 chilometri di perimetro (ancorché condivisi con le province di Trento e Verona), parte già bene di suo. Sulla sponda bresciana le spiagge, da Desenzano a Padenghe a Moniga a Manerba sono ben attrezzate e, per davvero, sono per tutti i gusti e per tutte le attitudini : da quelle più convenzionali, fatte di ombrelloni e pedalò, per le famiglie con bambini, a quelle per i single in cerca di avventure o per gruppi, diciamo così, più “eccentrici” e necessitanti di “riservatezza” e di una “discreta” disattenzione. Da qualsiasi punto lo si osservi,tuttavia, lo spettacolo delle vele sull’acqua azzurra del lago, o delle acrobazie volanti di irriducibili spericolati nel cielo, continuano a rasserenare e divertire e ad allontanare i cattivi pensieri dagli occhi di chiunque. Ci sono poi i centri storici delle cittadine, a partire da quello della perla del Lago, Sirmione, che potrebbero convincere anche i più riottosi, potendoselo permettere, a trasferirsi qui in pianta stabile.

A tutto ciò si aggrega in maniera determinante l’insieme di quegli straordinari palliativi dell’anima costituiti dagli alimenti per il corpo: terra di vini e cibi ottimi, il Garda. Per noi ragazzi di una volta, era anche altro. Vuoi per l’alta concentrazione di turisti stranieri, vuoi per i prezzi sensibilmente più rilevanti rispetto a quello d’Iseo, il Garda era la meno “bresciana” delle mete e quando ci arrivavi sentivi di esserti decisamente allontanato da casa, dalla scuola, dalle abitudini della quotidianità. Se non potevi andare nei locali rinomati della costa romagnola, potevi sempre andare a Desenzano : praticamente approdavi a Riccione o Rimini, impiegandoci meno tempo e risparmiando pure. In queste zone in particolare l’attrazione era costituita da

alcune discoteche che poi avrebbero fatto storia e moda e sono rimaste nella memoria di tutti. Fu nella zona del Lago, per esempio, che alla fine degli anni Ottanta sorse il
“Genux, la discoteca (con la pista) più grande del mondo” e i giovani che arrivavano a frotte alla stazione di Desenzano per prendere il pulmino che ce li avrebbe portati, sicuramente avranno versato più di una lacrima nel 1997 quando venne demolita. Ma è stato soprattutto il cambio di abitudini a decretarne la fi ne: più pista da ballo e meno tavoli, una volta; più tavoli e meno pista, oggi. Un altro tempio delle notti era il “Sesto Senso” aperto verso la fine dei Settanta che in breve era diventato un “tempio” all’insegna del glamour, della moda, con una ricerca di esclusività che portava a selezionare la clientela. Sapevi cosa ci trovavi, lì, se riuscivi ad entrarci, e quando uno dei sacerdoti della superficialità, così tipica degli anni Ottanta, Jerry Calà, la elesse a“locale fra i preferiti” il Sesto raggiunse una fama ed un gradimento difficilmente ripetibili. Del resto erano gli anni dell’ “edonismo reaganiano”, quelli, della prevalenza del “look”, di bottiglie costose, ragazze e soldi facili , cocaina.

Nell’aprile del 2008, il “Sesto” venne incendiato notte tempo , forse per una di quelle faide che regolano i rapporti fra i locali della notte, per essere poi riaperto qualche anno dopo . Nella mia memoria, però, il vecchio “Sesto” di prima non sarà mai più recuperabile. Dal secolo scorso arriva anche l’ “Art Club” di Desenzano, aperto da Madame SiSì, un tempo Carlotta, dragqueen di lungo corso diventata negli anni un personaggio arcinoto e “la” regina della notte all’insegna della speranza esibita di “educare prima dalla vita in su, e poi di liberare i pensieri dalla vita in giù” , che come dichiarazione di intenti non è proprio per niente male e caratterizza anche oggi il locale più trendy per tutta la comunità LGBT Quello che per sempre mi porterò nella memoria, però, è un locale che ora non c’è più, il “Carnaby” di Desenzano. Ci arrivai una sera, del tutto ignaro di cosa fosse, con un amico delle Medie nel frattempo scopertosi gay.

Eravamo negli anni Settanta e nemmeno immaginavo potessero esistere posti simili: al mio paese d’origine i pochi sospettati d’essere omosessuali venivano presi in giro per strada . Più che una discoteca, infatti, era una balera, e anche per uno come me che ci teneva ad apparire trasgressivo sembrava piuttosto inverosimile la vista di signori di ceppo borghese-impiegatizio-ceto medio , spesso più che quarantenni ,comunque forniti di calvizie tipiche e pancette standard (i fisici scolpiti e le “tartarughe” addominali non avevano ancora raggiunto l’importanza attuale) abbracciati a partner simili nell’aspetto o, per i più fortunati, a efebi sregolati e diabolici e dannati che ce l’avevano stampata sulla schiena la condanna ad essere artefici di cattivi pensieri. Ed in effetti c’era un gran via vai di baci appassionati, e strusciamenti e l’area esterna era imbottita di auto che non sembrava proprio fossero vuote visto come sobbalzavano ritmicamente nel buio. E il mio imbarazzo inseguiva la mia curiosità. Bruciato pure il “Carnaby”, qualche anno fa, e andato via per sempre pure lui. In compagnia dei miei vent’anni, delle notti che non finivano mai e dei giorni da sprecare. In avanscoperta lungo il sentiero ormai in discesa che porta alla piazza del mercato di Samarcanda.

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IL racconto delle nebbie di una volta
7 Giugno 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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4  giugno 2017

Dello, Offlaga, la Quinzanese, le Terre basse

Non vorrei essere diventato come quegli anziani che, in assenza di cantieri stradali da criticare per noia o  nostalgia, si incaponiscono  persino a puntualizzare intorno al clima ed ai fenomeni meteorologici  che “non sarebbero più quelli di una volta” (come, del resto, loro stessi) in quanto vittime degli attacchi di una modernità sregolata, di una contemporaneità incomprensibile e di un destino  inaccettabile . “Eh, signora mia! Non ci sono più le stagioni di una volta, e neppure le mezze stagioni”, dicono sgomenti , lievemente incazzati, in fondo sconsolati . Ci tengo a non  apparire così rancoroso col tempo che scorre, tuttavia non posso nemmeno nascondere la sensazione, che ogni anno diventa un po’ di più certezza,  che sia  da molto ormai  che non la si trova più, la nebbia di una volta. Saranno le mutazioni climatiche, l’effetto dell’inquinamento o chissà che, ma certo è che  nemmeno in quelle Terre Basse in cui spadroneggiava raggiunge più né, se del caso,mantiene  troppo a lungo,  il dominio sugli occhi e sulle cose. Durava consecutivamente giorni e notti, e fra l’altro, personalmente, aiutava anche me, franciacortino, a pensare e pensarmi, perché persino  sulla Statale 11 della Padana Superiore, infatti, c’erano giorni in cui “la si poteva tagliare con il coltello”.

Nelle sere in cui  ritornavamo da Brescia  a bordo della Cinquecento di mia sorella (che non era la Fiat per ricchi lanciata da Lapo, l’unico davvero geniale esito dell’ultima monarchia d’Italia, ma la precaria ed essenziale scatoletta per poveracci in cui sovente si entrava davvero in quattro adulti), non si sapeva più cosa inventare per individuare la riga bianca sull’asfalto che fornisse un po’ di orientamento, e tutti si diventava un po’ navigatori per aiutare l’autista prossimo alla crisi nervosa. Ma per trovare quantità industriali di nebbia in grande spolvero, bè  un giro nelle Basse e si era subito accontentati. Avvenne a volte   che ci fu chi dovette scendere dall’auto e camminarci davanti per mostrare il percorso sicuro al guidatore . I pretesti potevano essere numerosi, peraltro . Per esempio c si arrivava di pomeriggio nella zona di Dello per raccogliere i funghi chiodini (nessuna licenza, né “patentino”con tassazione, né controllo regionale per godere di questo straordinario frutto della terra) – che se ti andava bene trovavi in pezzature anche  ampie  in quanto a superficie e subito, con un unico semplice colpo di fortuna,  te n’eri fatto provvista anche da mettere sott’olio per il futuro – e spesso durante la raccolta si era esenti dalla coltre e magari illuminati da un bel sole autunnale. Ci si dimenticava esistesse e si indugiava sempre troppo  ( se non avevi trovato nulla, per testardaggine, mentre se ne avevi già raccolti, per  avidità ). Dopo era troppo rapida era la sua calata,  e quando si tornava col semibuio  e il nebbione si spergiurava che: “mai più”.

Dalle parti di Boldeniga un’ intelligente collezionista – perciò anche artista – bresciana , ricca come’è necessario per poter acquistare opere importanti, aveva creato dentro alla sua Torre una bella occasione per vivere significative esposizioni che prevalentemente si svolgevano con la bella stagione primaverile. Non si era mai al sicuro, tuttavia, dagli agguati della nebbia e non  mancarono momenti di convivialità autunnali e invernali che poi si pagavano con profumati interessi attraverso le apprensioni del ritorno in auto.  Altre volte  con amici buongustai e più popolani  si andava a  cena a Longhena, per  mangiare i casoncelli,  vivendo così  un’avventura vagamente irresponsabile della cui gravità ci si accorgeva sempre “dopo”, perché  mentre si era dentro a trattorie di campagna dall’odore inconfondibile e col camino acceso,  il pensiero era finalizzato solo a “berci  sopra” una esagerata  quantità di rosso per “annegare” quelle prelibatezze  a loro volta  annegate nel burro sempre annerito e talvolta potenzialmente   quasi letale. Si esorcizzava la paura dell’incidente gridando sulle voci delle cassandre che  al massimo “oltre alla nebbia “fuori” si sarebbe subìta pure quella “dentro”  l’abitacolo dell’auto”. Forse fu proprio il contrasto fra le due  che impegnò il destino e fece sì che alla fine si tornasse sempre  a casa sani e salvi. Apprendemmo proprio  in quel tempo i rudimenti dell’arte di ignorare le conseguenze dei piaceri ,un’arte che ancora adesso ci assiste e se non cederemo al tempo ci accompagnerà fino alla fine, gioiosamente.

Quando vidi per la prima volta la scena di Amarcord in cui il nonno del protagonista , ormai incamminatosi sulla strada della senescenza , si perde dentro ad una nebbia così fitta e “concreta” da fargli smarrire qualsiasi senso dell’orientamento oltre che favorire l’insorgere di una notevole paura verso le forme inquietanti nelle quali  è riuscita  a deformare gli animali e le piante più consuete,  ne ignorai il significato simbolico e surreale, perché per me non era affatto un’esagerazione ma, anzi, mi sembrò del tutto corrispondente alla mia esperienza personale. Ne sapevo qualcosa di quel silenzio ovattato e straniante quando ti trovavi a fendere la coltre biancastra specie nelle ore più buie nelle quali,  perciò, appariva luminescente .

Conoscevo la nebbia  che spesso voleva dire stupore ed una qual certa magia. Conoscevo bene, per averci camminato dentro a piedi , l’effetto di quell’umidità che ti si attaccava sulla faccia, unica parte scoperta del corpo, ubriacava lo sguardo mentre allarmava i sensi e, per contrasto, ti faceva sentire ancora più vivo. Attraversare certe nebbie in bicicletta, era meraviglioso, soprattutto in riva ai fiumi dove ti accorgevi  che la nebbia costituiva una specie di fascia piuttosto singolare.  Era staccata dal terreno di poche decine di centimetri dai quali si dipanava fino a sommergerti , ma , talvolta,   se  ti alzavi in piedi sui pedali ti rendevi conto che terminava proprio poco sopra la tua testa e riuscivi perciò ad emergerne, semplicemente pedalando in piedi  e provando così la stessa vista che ottengo ora che sono vecchio dai finestrini dell’aereo in alta quota. Mi viene in mente la nostalgia nelle parole dell’adorato  Guccini di “Quello che non”: La vedi nel cielo quell’ alta pressione, la senti una strana stagione?Ma a notte la nebbia ti dice d’ un fiato che il dio dell’ inverno è arrivato “ mentre penso che sì, era magia misteriosa e inspiegabile, stupore e pensieri, sconcerto ed emozioni ciò che portava la nebbia di una volta, quella che non c’è più, come, temo, non ci sono più la magia, lo stupore e lo sconcerto delle emozioni scacciati da un sole arrogante   nuovo, recente e insopportabile .

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Il racconto del treno che ansimava
29 Maggio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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28  maggio 2017

Valle Camonica

 

Già la collocazione del “suo” binario suggerisce l’impressione sia un treno più umile, quasi consapevole di non poter sperare d’essere preso troppo sul serio. Appartato, non sdegnosamente come farebbero gli altolocati, ma piuttosto come si confà ai parenti poveri. Infatti è davvero isolato – in fondo, a destra dell’entrata – dagli altri che invece si snodano parallelamente e si pavoneggiano davanti agli occhi del viaggiatore quando arriva in Stazione. A ben guardare, i treni che sfrecciano su quei binari ai quali si accede mediante il sottopassaggio con le uscite numerate, affermano spavaldamente d’essere, allo stesso modo di vene e arterie, parte integrante di un organismo complesso che invece di portare il sangue ai piedi, al cuore e al cervello, trasporta viaggiatori e merci nelle estremità più remote dell’Universo.

Il trenino della Valcamonica, no. È un timido che sussurra mestamente che cercherà di fare tutto il possibile per portare a spasso i pochi eccentrici che lo desiderano anche se, in confronto alle prestazioni dei mostri tecnologici lunghi e potenti, sarà ben poca cosa. La linea ferroviaria che collegasse la Città prima a Iseo e successivamente alla Valle Camonica fu una fra le imprese pensate da un Ottocento immaginifico, alla ricerca di Progresso e fiducioso nelle capacità illimitate dell’Uomo. Il regalo arrivò con il Novecento e la tratta completa fu inaugurata il 4 luglio del 1909. Quel trenino arancione, quando lo prendevo io, era strategico perché serviva a portarti a trovare i parenti, oppure sul Lago d’Iseo. Trasportava studenti, insegnanti e lavoratori pendolari settimanali che tornavano per il week end in famiglia e ripartivano presto il lunedì. Come mi raccontavano, in precedenza aveva portato pure mio nonno Giacomo, il primo “corriere” della Valle Camonica che per lavoro ogni giorno partiva all’alba da Edolo, alla volta di Brescia dove svolgeva aff ari e consegnava piccole e poche merci conto terzi.

Poi se ne tornava con l’ultimo del pomeriggio; questo fino al giorno della sua morte, per un infarto sulla porta del “Frate”, quando aveva intorno ai sessant’anni. Era gestito dalla SNFT (fi no alla fine degli anni Ottanta) che, per molti era più facile dire“sgnàffete”. Poche carrozze, scomode e con il sedili in legno, trainate lungo l’inesorabile pendio, che le facevano proprio tutte le fermate da Brescia alla stazione di Edolo. Non è solo per le soste frequenti e le ripartenze faticose che non prendeva mai grande velocità, ma anche perche la locomotrice era, in confronto al costante dislivello, deboluccia di suo. Ricordo, infatti, che ad un certo punto dopo Pisogne, alla fine del Lago d’Iseo, venivano staccate almeno un paio di carrozze perché altrimenti la “littorina” non ce l’avrebbe proprio fatta. Già, “la littorina”. Nonostante sia un termine coniato nel corso dell’accurata campagna di stampa che il “Il Popolo d’Italia”, nell’ottobre del 1933 elaborò proprio per annunciare l’arrivo delle nuove motrici ad opera del regime (che all’epoca godeva di significativo e indiscutibile consenso), “littorina” fu un termine che sopravvisse al fascismo e anche per i decenni successivi, per i bresciani che ci viaggiavano, sarebbe stato “il” nome di quel treno particolare. Molta gente tutta insieme lì sopra non ce la trovavi mai, ma erano numerose le persone che la utilizzavano per percorre il tratto che univa i paesi fra loro. Una volta partiti dalla stazione di Brescia ti vedevi un po’ della sua periferia industriale, poi passavi per la Mandolossa e ti immergevi nella parte residua di Franciacorta.

La prima vera fermata – che se non ci scendevi ti confermava l’impressione di aver davvero intrapreso “un viaggio” – era quella di Iseo: qui la sosta era più estesa per permettere di rifocillarsi al bar della stazione e magari comprare giornali o sigarette (è soltanto perché al giorno d’oggi potrebbe sembrare incredibile che ricorderò come fino al 1975, in Italia, si fumasse dappertutto, treni e ospedali compresi, senza alcuna limitazione se non dettata dalla buona educazione). Lungo i binari a Iseo c’erano due statue in pietraccia comune che secondo mia mamma rappresentavano i Promessi Sposi e che osservavano placidamente il via vai delle persone. Cominciava successivamente il percorso più accidentato durante il quale, per una strana magia, sembrava che il tempo non passasse mai e la meta si allontanasse sempre di più, perché il numero interminabile di stazioncine sembrava aumentare inesorabilmente.

La vista dall’alto del Lago d’Iseo, una macchia blu incastonata in una più grande e verde era davvero piacevole e la vista di Montisola incuriosiva assai. Le numerose le gallerie che si incontravano provocavano “spaventi” fatti di shock visivi e rumori assordanti. Ad un certo punto a tutti si tappavano le orecchie e ciò costituiva un ulteriore elemento che contribuiva ad estraniarmi da mia madre ed a permettermi, fra l’altro, di immergermi nei ricordi pruriginosi del cortometraggio, di e con Nino Manfredi, “L’avventura di un soldato”, tratto da una storia di Calvino. Il film è del 1962, ma io lo vidi che ero già un ragazzino di dodici o tredici anni e racconta la vicenda di un giovane militare che senza scambiarvi una parola (e nonostante la presenza di altri passeggeri fra cui bambini) approfittando proprio delle gallerie, vive un’avventura erotica con una procace vedova: roba giusta per scatenare gustose fantasie in un ragazzino. Le poche vedove che salivano sul “mio” treno, però, non erano mai procaci, anzi, erano soltanto vecchie e spesso puzzavano, così come puzzavano i pacchetti e le borse che portavano ,che puzzavano di una puzza così formidabile da riuscire a coprire provvisoriamente persino quella propria del treno stesso che puzzava di suo.

Le panche inizialmente erano di legno ben lucidato e talvolta inciso da anonimi, ma, ciò nonostante, dolorose e scomode che all’arrivo ti ritrovavi con il culo tumefatto. Poi vennero i sedili rivestiti in finta pelle, che con i calzoni corti ti ci si incollavano le gambe. Poi venne l’età in cui ho preso la patente e quel treno non l’ho usato più. Mi era venuto in mente di salirci per scrivere questo pezzo, ma poi ho pensato di fare come si fa con le vecchie “fiamme” che è meglio ricordarle com’erano piuttosto che rivederle e trovarle compromesse dagli effetti negativi del tempo. In questo caso, non me la sono proprio sentita di sedermi su un treno compromesso dagli effetti positivi della modernità: trovarlo magari “comodo”, magari “pulito”, magari pure con il riscaldamento o l’aria condizionata. La littorina me la voglio ricordare così com’era, come la gente che trasportava: affaticata eppure inarrestabile. Ferita, forse, ma immortale.

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Il racconto del mangiare e bere bene
22 Maggio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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21  maggio 2017

Polpenazze, Puegnago, Lago di Garda

 

Ricorrono come un mantra che mi fa compagnia le parole di Faber che, se avessero anche il ritmo adeguato, scandirebbero i miei passi e invece, siccome sono una melodia che scorre come un sogno bello, semplicemente, avviluppano i miei pensieri e li rallentano, quei passi, e mi suggeriscono di fare una sosta, e poi un’altra e un’altra ancora. Del resto ci siamo venuti apposta qui, per indugiare ad “ogni calice sospinto”: grande e gradito è il disordine di questo Sabba, atteso come si fa con le consuetudini più piacevoli. Sento che potrei andare più giù, nel gorgo dove davvero “m’è dolce naufragar”, mentre le spire del serpentone alcolico stringono, eccome se stringono!, e io da perfetto epicureo me ne compiaccio e approvo la mossa. L’importante è fermarsi per tempo per non mandare all’aria in un solo minuto il piacere delle ore trascorse alla festa del Vino di Polpenazze.

E le parole dall’album su Spoon River dilagano, allora, e mi giustificano soprattutto ai miei occhi: “tu che lo vendi, cosa ci compri di migliore?”… “tu che lo vendi, cosa ci compri di migliore?”. Confido nell’alibi musical-letterario mentre cammino, armato del sacchetto e dell’imprescindibile bicchiere fornito per una modica cifra dall’organizzazione all’inizio del percorso. Sono ben deciso a darci dentro insieme ad amici fidati, meno complicati di me e, per questo, complici senza bisogno di alcuna scusa in questa avventura che avrà l’aspetto di un peccato passionale. Del resto, dicevano gli antichi, “semel in anno” e ognuno si sceglie il Carnevale che vuole. Ovviamente ci siamo portati anche l’unico astemio col quale siamo in tale confidenza da indurci a frequentarlo non solo nelle occasioni, come questa, in cui si renda davvero necessario.

Senza bisogno di confessarlo apertamente e pur in maniera affettuosa un po’ lo compatiamo, come si farebbe con un eunuco di guardia ad un harem, ma ci torna utile e gliene siamo grati perché avrà il compito di riportarci a casa indenni, esenti da contravvenzioni e con la nostra patente ancora dentro al portafoglio. Come sempre si è impegnato a non riferire alle moglifidanzate-compagne di ciascuno l’entità dei nostri misfatti. In fondo è sempre e soltanto questione di misura -siamo gente che regge e che sa come non dare nell’occhio – e la misura, per noi, non è mai del tutto colma. Se n’è può sempre aggiungere un goccio. Ci deve davvero volere bene rispettoso com’è delle nostre attitudini e pienamente consapevole di quante e scalcagnate saranno le parole che dovrà sorbirsi nel viaggio di ritorno del quale la pazienza sarà la sesta marcia. Per il momento si fa distrarre dalle bancarelle di merce varia, dalle esposizioni estemporanee di artisti locali, da prodotti artigianali alquanto sospetti. E’ come se volesse esiliarsi da sogni che non gli appartengono.

E’ nelle piazze di un centro storico Medioevale che viene servito, signore e signori, un Rinascimento davvero speciale: del palato prima, e, subito dopo, dell’animo. E degli occhi, perché da qui si vede forse il più suggestivo fra i panorami del Garda. E anche del cuore, in fondo, se solo si indugia a pensare alla meraviglia di una sagra di paese che, nata fra le macerie anche spirituali – le più difficili da sanare, forse – prodotte dalla Seconda guerra mondiale , crescendo è diventata un appuntamento immancabile ed ora, con i suoi quasi settant’anni d’età, è un monumento ai prodotti di quella terra del Garda così ricca, fortunata e prodiga di doni. “Dopo” sono venute le fi ere in grande stile e organizzate in maniera impeccabile, i food più o meno slow, le mode e le convenzioni, i km0, e tutto il marketing . “Dopo”è stato pianificato professionalmente ciò che qui c’è sempre stato: la fiducia nelle buone ragioni del mangiare e bere bene. Che qui c’era da “prima”. Non solo il vino, anche se soprattutto il Vino, nel cuore della Valtenesi in questa festa che fa un ambo vincente con quella che intorno ad agosto si fa a Puegnago, ma pure l’ Olio (che, se non fosse che magari porti male, anche un senzadio come il sottoscritto potrebbe, a buona ragione, definire “santo”) e il Formaggio, i Salami fatti da norcini sapienti, i prodotti da agricoltura amorevole e rispettosa e, insomma, un Bosch intitolato “Repertorio delle Tentazioni” talmente convincente da arruolare, nella truppa di Dionisio, anche il più recalcitrante degli Stoici.

In mezzo a questi stand, infatti,avviene la transustanziazione delle parole di Oscar Wilde “Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni” che, così, da astratto aforisma letterario si trasforma in materia concreta fatta di persone con il bicchiere in mano che allegramente parlano fra loro, donne che sorridono, festa di gente comune che vuol solo divertirsi. Per chi, come noi, con il vino ha un rapporto piuttosto entusiastico si attanagliano alla perfezione anche, quelle, meno abusate, che Sant’Agostino in gioventù spese a proposito del propria esagerata sensualità. Al sorgere del primo intontimento, infatti, le paràfraso pensando: “Signore, rendimi morigerato e sobrio, ma non subito”. Acquista densità questa sera di maggio, mese della rinascita e della speranza, che ci off re pure uno spiedo coi controfiocchi e del quale ci abbuffi amo, fedeli al principio per cui “per bere bisogna mangiare” in proporzione, perché così “assorbe e non fa male” senza soffermarci sulla conseguenza che in questo modo con l’alcol ingeriremo pure colesterolo in abbondanza. Persino il nostro “autista” è tentato: “Certo che un po’ di Groppello con i mombolini…”. “Lascia stare” ribattiamo da perfetti egoisti quali siamo “la tua è solo curiosità, ma nemmeno capiresti del tutto, non potresti apprezzare e quindi non ne vale la pena”, mentre per quanto mi riguarda sto già pensando con trasporto ad un paio di Chiaretti che mi hanno segnato in precedenza e dai quali tornerò prima di andarcene.

Mentre guardiamo i Fuochi d’artificio che assaltano il cielo stupìto come un bambino e stùpido come un adulto sbronzo mi trovo a pensare che sembra vogliano spodestare le stelle, e lo dico. Il nostro amico sobrio, allora, mi fa notare che sono costosi e fatui allo stesso modo in cui lo è la nostra voglia di vivere che vorremmo tanto assassinasse i nostri cattivi pensieri, risolvesse le nostre vite trafficate, riportasse indietro le nostre età e restituisse i passati che non torneranno. Quando il tradizionale botto finale chiude la festa ,mi accorgo, come sempre, di come sia stata breve in fondo, di come il tempo sia volato via.

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Il racconto del lago triste e del pittore che galleggiava sulla realtà
17 Maggio 2017 In Geografie della memoria No Comment

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Di Roberto Bianchi

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14   maggio 2017

Lago d’Idro, Lavenone

Quelle poche volte che ci sono andato – indubbiamente meno comodo di quello d’Iseo e , certamente, meno festaiolo e trendy di quello di Garda –mi ha sempre suscitato un senso di tristezza dalla declinazione crepuscolare. A pensarci bene, in effetti, se c’è un lago che induce alla riflessione intimista e vagamente nostalgica, bè, quello è proprio il lago d’Idro, con i suoi piccoli centri sparsi sulle sponde, decisamente appartato , incastonato fra le montagne e pure esposto alle correnti d’aria provenienti dalla Mitteleuropa. È impossibile percorrerne per intero il perimetro perché la strada a Vesta si interrompe e resta solo un sentiero sconnesso che, se non lo si intraprende, sedimenterà di sicuro nuova curiosità. Non di meno anche il lago d’Idro alimenta un significativo flusso turistico che non cede mai a quella sguaiatezza esagerata che deturperebbe le suggestioni che la zona è in grado di suscitare.

Personalmente, una fra le più forti, è la percezione di non essere nemmeno più in terra bresciana. Ci sono delle curiosità anche da queste parti da segnalare, per esempio a Lavenone dove, ormai diversi anni fa, l’amministrazione comunale si prese cura, facendola restaurare, di una delle scritte mussoliniane sopravvissute “Noi sognamo (sic!) l’Italia Romana” trasformandola in una testimonianza storica ed in un monito speciale. Per i bresciani afflitti dalle annose polemiche sul Bigio in piazza Vittoria a Brescia quella scelta così estrema può essere in grado di sorprendere e suggerire più coraggio e meno retorica. È naturale che nella zona del lago ci siano diverse strutture turistiche per l’ospitalità: camping, seconde case ed alle aree attrezzate per caravan e roulotte, alcuni alberghi.

Fra questi, proprio alla Pieve di Idro, il Milano ( il sito recita: Ristorante Hotel Milano, ma preferisco chiamarlo “albergo”, una parola “italianissima” e “autarchica”come si usava allora) che si porta ancora dietro, e mostra a noi, i segni di una storia singolare. Venne costruito negli anni Trenta del secolo scorso dai fratelli Vaglia e già l’intuizione, in quel periodo, di poter investire in questa zona e sfruttarla per un’attività turistica ha per me qualcosa di speciale. Che al “Milano” (attenzione: non, che so, Miralago” o “Splendor” o “Miramonti”, ma, chissà perché, “Milano”!) forse non andasse tutto bene come previsto è confermato dal fatto che la vita del minore dei fratelli, Federico, persistesse sul terreno accidentato di una situazione finanziaria non favorevole. Del resto era la stessa che l’aveva costretto ad interrompere gli studi a soli 11 anni (e sì che era talmente bravo a scuola che il Comune di Idro aveva persino inviato una petizione al Re, perché elargisse un sussidio che purtroppo o forse per fortuna non sarebbe mai arrivato) nonostante fosse approdato a Brescia – che doveva essere considerata dall’altra parte della luna, all’epoca, per i residenti di qui- a fare il “piccolo” di bottega per poter andare alle scuole serali.

Nel Trenta, invece, la consueta mancanza di agiatezza lo costringeva a fare l’imbianchino e, quando richiesto, il decoratore murale. Ma l’anima era quella dell’artista e l’uomo, come si vedrà, non poteva certo essere esente dagli influssi del Liberty, del Futurismo, dell’Aeropittura, insomma, dalle tensioni artistiche che contrassegnarono quell’Epoca e che mise a frutto quando decise di intervenire di pennello e colori sugli interni del suo Albergo, il “Milano”! Perché fra un lavoro e l’altro fu questo che fece. Decise di decorare tutte le pareti interne dell’albergo e delle sue stanze e ci riuscì tanto che, nel 1936 quando la struttura venne inaugurata, anche il lavoro pittorico era terminato. Ogni stanza era dipinta con soggetti e colori diversi e ciascuna veniva definita dal colore dominante: c’era quindi la camera verde, quella rossa, quella gialla e così via.

Un tripudio di colori in cui pannelli decorativi vennero sapientemente coniugati oppure alternati con figure, vedute e scorci del lago. Ora, a me piace immaginarlo quest’uomo dalla personalità originale che decise di imbarcarsi in un’avventura titanica e solitaria come quella che, in quanto a superfici da ricoprire, in qualche modo evocava l’immagine di Michelangelo accovacciato sotto il volto della Cappella Sistina. Pochi anni dopo, però, il Secondo Conflitto mondiale travolse la vita di ciascuno non risparmiando nemmeno quella terra in cerca di serenità. Successivamente, ai tempi della Repubblica di Salò, l’albergo Milano venne persino requisito dai tedeschi per ospitarvi il comando delle SS e della Guardia Nazionale Repubblicana. Un aspetto curioso della vicenda è che quelle belve feroci che non risparmiavano nessuno, rispettarono il lavoro del pittore e lo lasciarono intatto. Alla fine quella distesa di pittura venne comunque compromessa, ma da nuovi proprietari che avrebbero rilevato l’albergo successivamente e deciso di ritinteggiarne alcune delle pareti.

L’albergo Milano esiste ancora e ancora vi si possono ammirare, soprattutto negli spazi comuni – bar, ingresso, sala da pranzo – gli esempi di quell’avventura della creatività che occupò il periodo più esteso della vita di Federico Vaglia. Di lui si sa che era un uomo originale e positivo, afflitto dai molteplici tic nervosi determinati dal contrasto correttivo che all’epoca veniva riservato ai mancini, ritenuti colpevoli di utilizzare la “mano del Diavolo” e che, nel suo caso, per sovrappiù, avevano provocato anche la spiccata balbuzie che lo aveva accompagnato per diversi anni dell’infanzia. Dopo la guerra, comunque, il Nostro continuò nella sua carriera di albergatore e decoratore acquisendo anche commesse pubbliche. Negli anni Settanta e per tutto il decennio che precedette la sua scomparsa, Vaglia poté essere solo e semplicemente un “pittore”. In quei dieci anni fu in grado di realizzare più di cinquecento opere mediante le quali ottenne anche un qual certo successo.

Uomo tranquillo e anziano passava il suo tempo così, davanti al cavalletto dal quale non era impresa facilissima riuscire a staccarlo, avvolto dal fumo delle sigarette e dalle coperte indispensabili per combattere il freddo dello studio non riscaldato. Mi piace pensarlo come una specie di pendolare fra un Mondo tutto suo e quello da condividere con gli altri e, ancor di più, immaginare che proprio dal primo si portasse la materia per animare e rendere più vivace il secondo sia per sé che per gli altri. Per renderlo, quanto meno, più accettabile. Un sognatore forse, ma se lo è davvero stato, uno dei pochi in grado di renderli veri e concreti, quei sogni. Un pittore nato imbianchino e morto artista, che seppe nuotare nel lago della realtà senza annegarvi la fantasia.

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IL racconto dei giorni duri e delle notti in bianco
7 Maggio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

7 maggio 2017

Passirano, Berlingo, Cazzago Paderno

 

Le “nostre” di notti, quelle dei ragazzi di paese di più di quarant’anni, fa erano molto diverse dalle attuali,forse perché allora erano diversi anche i nostri giorni. Per noi non ne erano un semplice prolungamento, ma costituivano un altro territorio, un mondo più piacevole, liberato dall’ingombro delle rigidità famigliari che dopo averci ossessionato di giorno, di notte, con i nostri “controllori” a dormire, svaporavano almeno per qualche ora. I nostri genitori era proprio per principio che non ci volevano capire essendo a loro del tutto sconosciuta l’indulgenza. Sarà stato per via di un indistinto rancore nascosto che suggeriva una maggiore fiducia nell’efficacia sbrigativa di uno schiaffone dato bene, rispetto allo sforzo di un dialogo che spesso risultava essere fra sordi e quindi vagamente surreale, oltre che inutile. Oppure sarà stato a causa delle loro esistenze generalmente faticose e che si trascinavano in giornate all’insegna del lavoro, molto spesso duro, dei sacrifici e del risparmio. Sarà che erano piuttosto numerosi, fra i nostri genitori, quelli che avevano conosciuto l’ansia provocata dai bombardieri che – in notti in cui si dovevano persino oscurare i vetri alle finestre per tentare di trasformare il buio assoluto in un nascondiglio sicuro – avevano sorvolato i nostri paesi durante la Seconda guerra. Sarà per … Resta il fatto che era difficile, per loro, associare il buio al divertimento e, anche se ci fossero mai riusciti, l’avrebbero per sempre ritenuto pericoloso, favorevole a comportamenti indistintamente illeciti o anche semplicemente riprovevoli. Infatti guardavano con diffidenza anche a quei pochi adulti, che per questo motivo erano circondati da una fama misteriosa, dei quali si sapeva – perché nei paesi “si sapeva” sempre!, tutto!, di tutti! – che avessero energie e soldi da poter spendere nelle ore che, per le “persone perbene”, erano destinate al riposo. Per la mentalità di allora era quasi più accettabile un “perdigiorno” rispetto ad un incallito nottambulo: in fondo per il primo c’era una forma di diffuso controllo sociale che cessava col buio quando i bravi cittadini si mettevano sotto le coltri. Per le nostre uscite serali, quando erano consentite, ci venivano quindi fissati orari di rientro rigidi e non contrattabili. Del resto, anche se protestavamo contro quei presunti arbitrii che limitavano la nostra autonomia, sapevamo anche da noi, “tirati su” con quell’imprinting – che pure alla fine saremmo riusciti a rimuovere diventando dei pessimi padri incapaci di un’autorevolezza qualsiasi a difesa di figli in balìa di devastanti tsunami esistenziali- che era meglio andare a dormire ben prima di mezzanotte. C’era lavoro in quantità per tutti, e anche i più esuberanti, dopo otto/dieci ore di fabbrica, officina o cantiere – o una impegnativa giornata di studio – rincasavano non oltre le ventitre. La scarsa domanda generava un’offerta ridotta del resto, perciò anche a stare in giro non ci sarebbe stato nemmeno molto da fare visto che, nelle serate infrasettimanali, era raro trovare un bar dove non iniziasse la smobilitazione intorno a quell’ora. Qualcosa di aperto fi n verso l’una lo si trovava soltanto il sabato e, in alcuni casi, anche il
venerdì. Generalmente potevamo cominciare a uscire dopo cena non prima dei sedici anni, ma per poter approfittare completamente delle notti del fine settimana bisognava aspettarne ancora almeno un paio. Così avveniva che si ciondolasse davanti ad una birra in serate brevi e interminabili, improntate al risparmio, tentando di elaborare i piani che rendessero divertente il venerdì .e il sabato nel corso dei quali sì, avremmo potuto dar fondo anche ai nostri pochi soldi. Generalmente si tentava di organizzare la ricerca spasmodica dell’elemento che più ci mancava e per questo più agognavamo: le ragazze. E ci si risolveva a divertirsi al suono delle nostre fantasticherie dal finale quasi sempre sconcio. Le ragazze durante la settimana uscivano pochissimo, con orari di rientro peggio dei nostri e che solo l’estate provvedeva a rendere più elastici. La maggior parte di loro girava col fidanzato , le altre prevalentemente in combriccole composite nelle quali era difficile farsi largo in maniera significativa. Anche quando qualche contatto aveva sviluppi raramente si andava al di là di una superficialità densa di promesse che non sarebbero state mantenute, di aspettative in attesa di essere mortificate. Era così, e allora si finiva sempre col girare come nomadi senza una meta precisa, tanto per dare un senso all’utilizzo dell’auto di papà (o della propria per chi già lavorava): maschilisti obbligati più per scelta che per vocazione. In provincia ancora non esistevano quei posti ibridi che oggi vengono chiamati “Locali” con musica dal vivo o riprodotta. Al massimo c’erano i bar col juke box (50 lire una canzone, 100 lire tre) che però alle 22,30 venivano messi a tacere “per non disturbare”. Nel fine settimana le discoteche che non erano poi molte. Per dire, di quell’epoca, c’erano paesi (come Ospitaletto dove io abitavo) dove i sindaci democristiani avevano espressamente dichiarato che finché fossero stati al potere loro “posti così non ne avrebbero mai autorizzati”: naturalmente la loro posizione era determinata dal contributo di voti che preti e monache avrebbero assicurato alle elezioni. E allora si andava nei paesi vicini: Paderno, oppure allo Snuppy (sì, scritto proprio così, sbagliato) 3 di Castegnato o alla Taverna Indiana a Bornato. Scoprimmo così, in questi nostri pellegrinaggi notturni anche l’esistenza di posti infami ed appartati nelle campagne della Franciacorta che, proprio per questo erano noti, praticamente, solo agli avventori e godevano di una specie di extraterritorialità per il rispetto degli orari. Sovente vi si incontravano anche tipi strani, non necessariamente malavitosi nella pratica anche se amavano atteggiarsi a soggetti pericolosi. Erano i migliori. Alcuni erano di un’ingenuità impressionante, dei Rodomonte di paese svelti a impressionare ragazzini imberbi ai quali, pur che stessero a sentirli, erano pure disposti a offrire qualche giro di calici. Giravano pure pastasciutte notturne e salami nostrani da aggredire nonostante i bar non potessero ancora servire cibo. E così ci cibavamo anche di libertà ed eccessi fuori orario che, con la maturità, avremmo sacrificato alla vita quotidiana.

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