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IL racconto di Veronica, donna abile e determinata
27 Febbraio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com                                                                                                                      26 Febbraio 2017

Pralboino, Gambara

 

Non è che la terra bresciana, nei secoli, abbia espresso molte persone che per la loro vita o per la loro Opera siano diventate protagoniste. Non sono molte, infatti, quelle figure che poi abbiano lasciato una traccia sul palcoscenico della Storia non solo locale, una traccia resistente a quel tempo che abitualmente viene scandito nei secoli. Fra queste, inoltre, sono state davvero pochissime le donne. Mentre ci si aggira, magari in bicicletta, per le campagne della Bassa si sentono odori e si incontrano luoghi che evocano il ricordo frammentario (e insufficiente, a causa di una conoscenza non approfondita come dovrebbe) di una protagonista indiscussa della poesia italiana del Rinascimento.

Ci sono vie in molti comuni, intestate a lei, e nella nostra città c’è un istituto superiore che ora è un Liceo, ma che fino a non molti anni fa era la Scuola Magistrale che sfornava ogni anno centinaia di maestri elementari.
Veronica Gambara è nata da queste parti, nell’allora Prato Alboino che ora si chiama Pralboino ed è un piccolo Comune di circa tremila anime. In queste ampie pianure a sud di Brescia costituite da campi che iniziano a diventare Cremona e da territori che guardano umilmente e da lontano Mantova, a tratti si trova ancora quel silenzio che induce alla riflessione. E si può persino prendersi il lusso di fantasticare. E ricordare che in questi stessi luoghi, dove si può ritrovare l’eco della sua esistenza, in questa Bassa Bresciana tanto nebbiosa d’Inverno quanto rigogliosa in Primavera, così insopportabile d’Estate eppure tanto amabile in Autunno, ha mosso i suoi passi Veronica Gambara che ha lasciato traccia di sé così profonda da essere indelebile e ancora vistosa dopo tutto il tempo trascorso.

Lascia sgomenti fantasticare sulle sue passeggiate lungo questi stessi percorsi in carrozze trainate da cavalli, e anche se non ci si può affidare alla memoria per sostituire ciò che si può vedere ora con ciò che c’era in quei tempi è arbitrario e piacevole lavorare di immaginazione consapevoli che la storia di questa poetessa (e moglie, e madre, e politica e brillante intellettuale) vale la pena di essere succintamente raccontata.

Nemmeno il castello dove nacque, a Pralboino, esiste più. Venne fatto abbattere nel Settecento da una discendente della famiglia che ne fece erigere un altro al suo posto e che ora fa mostra imponente di sé. Eppure, anche se non è più lo stesso, il “nuovo” edificio riesce ugualmente ad evocare le suggestioni legate a tempi così remoti da essersi smarriti e quando lo vedi da lontano, comunque, il pensiero rimanda a Veronica, quella donna abile e determinata di cui forse, come spesso si fa con le consuetudini che ci hanno accolto, non tutti nemmeno a Brescia conoscono con precisione la vicenda.

Nella sua famiglia, sia dalla parte paterna che da quella materna, vi era già una significativa tradizione umanistica che aveva espresso figure importanti fra cui quell’Emilia Pio che per Baldassarre Castiglione, era da considerarsi insieme a Isabella d’Este e Elisabetta Gonzaga, il simbolo della donna di cultura del Rinascimento. Non deve quindi sorprendere se a Veronica fu permesso di ricevere un’ottima educazione umanistica che assunse vivendo fra Pralboino e Brescia che, all’epoca, era città ricca di fermenti culturali e in piena espansione.

Era un contesto dove per le famiglie nobili  era abbastanza diffuso il costume di cimentarsi con la conversazione letteraria,  con la poesia, con la filosofia, la cultura e il mondo delle idee e dei valori umanistici. Così  fu anche per Veronica che già nell’adolescenza cominciò a produrre versi che, pur risentendo della “maniera petrarchesca” – che era modello dominante all’epoca e al quale spesso c’era un’adesione superficiale e ripetitiva – non nascondevano un accento personale a sua volta rivelatore di notevole talento.

Quando anche per Veronica giunse il momento i genitori si misero alla ricerca di un marito adeguato e la scelta cadde sul Signore di Correggio, Gilberto, rimasto vedovo della nipote di Giovanni Pico della Mirandola. Un matrimonio combinato, dunque – come si usava e talvolta si usa ancora – ma non per questo meno felice, perché Veronica poi si innamorò davvero del suo sposo e per lui scrisse una delle sue composizioni più celebri e sentite il seguente madrigale:

 

Occhi lucenti e belli,

com’esser può che in un medesimo istante

nascan da voi nove sì forme e tante?

Lieti, mesti, superbi, umili, alteri

vi mostrate in un punto, onde di speme

e di timor m’empiete,

e tanti effetti dolci, acerbi e fieri

nel core arso per voi vengono insieme

ad ognor che volete.

Or, poi che voi mia vita e morte sète,

occhi felici, occhi beati e cari,

siate sempre sereni allegri e chiari.

All’età di ventiquattro anni si stabilì a Correggio, dunque – un piccolo feudo di cui sarebbe diventata negli anni successivi anche reggente – ed intraprese una nuova vita nella quale si sarebbero dispiegate tutte le sue virtù civili e domestiche di moglie affettuosa, madre amorevole e nel senso strettamente ” politico”, di saggia ed equilibrata Signora. Rimasta vedova non si sarebbe mai più ripresa da quella tragica condizione (un’altra prova dell’autenticità dell’amore che la legò ad un marito che pure le era stato “scovato” dai genitori), non avrebbe mai nemmeno preso in considerazione l’eventualità di risposarsi e anzi, si precipitò in un dolore che la portò a scegliere irreversibilmente il nero del lutto non solo per le proprie vesti e per quelle dei suoi cortigiani, ma anche per addobbare i propri appartamenti – sulla porta dei quali fece incidere i versi dell’Eneide in cui Didone afferma eterna fedeltà al compianto marito “Colui che primo mi legò possiede il mio amore, per sempre lo mantenga nella tomba” – e addirittura per  bardare i cavalli che “teneva nerissimi vieppiù che notte, perché conformi proprio a’ suoi travagli”.

Nondimeno non si sottrasse al carico dei nuovi impegni politici coniugandoli felicemente con l’attività letteraria e riuscendo ad essere nello stesso tempo sovrana amata dai suoi sudditi per un trentennio e interlocutrice stimata di letterati e uomini illustri della sua epoca: fra gli altri, il Bembo, l’Ariosto, l’Aretino, l’Imperatore Carlo V (che ebbe persino come ospite a corte).

Morì nel 1550, Veronica Gambara e veenne sepolta nella Chiesa di San Donato in Correggio, distrutta dalle milizie spagnole nel 1556.

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I Mille Volti della Donna
25 Febbraio 2017 In Eventi No Comment

Slide Mostra fotografica “Attraverso l’osservazione dei mille volti, mille sentimenti, mille emozioni delle donne che catturo con la macchina fotografica mi vedo, mi immedesimo e immagino. Mi piace raccontarle “queste donne”, a volte felici, altre tristi, pensierose, riflessive, arrabbiate, forti, fragili e tanto altro.

“Attraverso l’osservazione dei mille volti, mille sentimenti,

mille emozioni delle donne che catturo con la macchina fotografica,

mi vedo, mi immedesimo e immagino.

 

Mi piace raccontarle “queste donne”, a volte felici, altre tristi,

pensierose, riflessive, arrabbiate, forti, fragili e tanto altro.”

 

 

Dove

Sala Civica del Comune di Cortefranca (Bs)

 

Quando

Inaugurazione mercoledi 8 marzo ore 18

 

Orari apertura

tutti i giorni dalle 10-12  17 – 20

Sabato e domenica orario continuato fino ore 22 (chiusura pausa pranzo e cena)

Dall’8 Marzo al 15 Marzo 2017

 

 

Con il patrocinio del Comune di Cortefranca (BS)

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IL racconto del presepio per la strada
19 Febbraio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com                                                                                                                      19 Febbraio 2017

Alta Valle Camonica, Saviore dell’Adamello, Berzo Demo

 

Il ramo materno della mia famiglia è della valle Camonica. Posso dire di conoscerla abbastanza bene quella terra, visto che ci andavamo almeno quattro volte all’anno a trovare i parenti. All’epoca il viaggio era una impresa e si snodava per quell’unica strada, buona per auto, trattori e camion, e, a tratti, mandrie e greggi in transumanza; la strada passava attraverso il centro abitato di tutti i paesi che sembravano non finire mai. Ci si metteva almeno tre ore  e mezza a fare Brescia-Edolo.  D’estate, al ritorno in fondo al pomeriggio della domenica sempre c’era un traffico disumano. La coda, infinita, partiva da Pisogne in giù, un po’ più avanti rispetto al cavallo di troia di carta pesta che, dopo essere stato definitivamente sbrindellato da intemperie e vandali,  in anni più recenti è stato ricostruito in cemento bianco e per sempre farà bella mostra di se ricordando a tutti l’ingenuità di quei tempi.

L’ingorgo, che sfiancava le auto e gli automobilisti, si inchiodava lungo tutto il lago di Iseo. Negli spiazzi a lato della strada venivano perciò improvvisati accampamenti di gente che – “aspettare per aspettare tanto vale farlo comodamente e con l’auto spenta a raffreddarsi” – si fermava in attesa di un deflusso risolutivo. In canottiera e calzoncini corti, appollaiati su improbabili sgabelli pieghevoli che per magia spuntavano dal baule dell’auto come conigli dal cilindro, o accoccolati per terra, tutti i i componenti di intere famiglie in gita, sotto l’ultimo sole si mangiavano cartocci di pesce fritto, acquistato dagli ambulanti del lago, mescolandolo alla polvere, alle chiacchiere e al vino in fiaschi che previdenti si erano portati da casa, ai gas di scarico alle voci delle radioline e transistor e alle discussioni sul calcio…Poi, faticosamente e a pezzi è arrivata una superstrada veloce che unisce la città con l’Alta Valle.

Ci si mette poco più di un’ora a coprire l’intero tragitto. Ma la Valle, così, non la si vede quasi più, non la si “vive”, e la strada, per quanto ne puoi capire percorrendola, potrebbe collegare due punti qualsiasi dell’Universo che sarebbe la stessa cosa: le montagne da lontano ci sono sempre, certo, ma sembrano delle quinte e non le stai effettivamente “attraversando”.

Se è vero che indubbiamente gli scambi economici ci abbiano guadagnato, con la superstrada è innegabile che ne abbia risentito, perdendosi, la magia dell’addentrarsi in un luogo altro, l’insieme delle emozioni che regalava l’arrampicarsi verso “l’insù” la poesia del viaggio.

A cavallo dell’Otto dicembre, tuttavia, quella magia la si può riscoprire tutta e di colpo. Basta, fra Cedegolo e Malonno, prendere a destra per Berzo e prima di Cevo, girare verso la frazione Monte.

Siamo dalle parti della Val Saviore. Siamo dalle parti del Cristo di Job tanto audace da guardare la valle sfidando la legge di gravità, quanto feroce d’aver travolto e ucciso un povero giovane. Siamo dalle parti della  montagna non ancora compromessa da flussi turistici irrispettosi. Da queste parti bisogna venirci apposta, mollando la superstrada. Ma ne vale la pena. Ci si troverà all’interno di una “fiera” anomala che si snoda per i viottoli di quella piccola frazione e che, per l’occasione, è stata interamente decorata dai suoi abitanti con rami d’albero, composizioni di fiori secchi, ornamenti e tante luci. “Le ere de Nedal del Mut” Come ogni fiera ha un aspetto convenzionale, scontato; se vogliamo, commerciale.  Vi  è infatti una notevole quantità di bancarelle anche se la maggior parte propone prodotti artigianali: abbigliamento, gastronomia con particolare attenzione ai formaggi ed ai salumi locali, dolci, oggetti soprattutto in legno e ceramica. Anche stalle e fienili, riordinati e ripuliti per l’occasione, divengono provvisoriamente piccoli “negozi”, dove le merci spesso illuminate di una luce fioca sembrano dotate di una misteriosa energia.  Oltre al “mercatino”  vi è però un insieme di occasioni che permettono di conoscere usi, storia, tradizioni della zona; come si viveva (e come forse, più o meno ancora non pochi ci vivono) da queste parti.

E’ un esperienza che fa capire il legame con la terra, la fatica. La tenacia. Perché se c’è una cosa che si capisce al volo è che non doveva essere per niente facile stare qui. Strappare la terra alla montagna per le case e le stalle e l’erba per le bestie alle rocce. E come sempre succede vale più di mille spiegazioni “raccontate”. E’ un contesto estremamente pittoresco questo, dove si possono osservare antichi metodi di lavorazione del latte, del suino, del pane e delle castagne. Metodi oggi anacronistici, ma così umani, rispettosi della materia prima e di chi le consumerà una volta trasformata.

Fra un bicchiere di vin brulé e un cartoccio di caldarroste si può osservare la lavorazione del ferro battuto in cui fatica e fuoco si sposano in un matrimonio dove il sensale è la sapienza e che originano oggettini da poco ( foglie, monili elementari) eppure così “da tanto” – mica facile “far giù” una foglia di pochi centimetri a forza di mazzate – che vengono poi regalate al pubblico. Non mancano informazioni, fornite magari in maniera disordinata, che divulgano momenti piccoli e grandi di storia locale: collezioni di vecchi attrezzi, indizi di storia sociale; oppure, testimonianze relative alla Grande Guerra, all’epopea degli alpini, reperti di storia ufficiale, insomma…

Ci sono stato qualche volta negli ultimi anni. Fortuna ha voluto che spesso avesse nevicato da poco. Freddo fuori, calore dentro. Calore che arrivava soprattutto dagli altri intorno a me. Sarà stata pure una suggestione determinata dal calendario, ma la sensazione che mentre camminavo avevo addosso come un tatuaggio era quella di trovarmi in un grande presepio vivente e autentico. Fuori dal tempo, come lo sono i grandi presepi di una volta dove si vedevano artigiani intenti a lavorare e pastori con greggi che si affollavano intorno alla capanna. Presepi semplici e complessi allo stesso tempo, come semplice e complesso è il carattere di questi ” montagnini”,  sospettosi all’inizio, silenziosi e ruvidi con gli estranei che qui vengono definiti “stranieri”, ma che quando “sentono” giunta l’ora possono aprirsi in una accoglienza disarmata e in gesti di sincera disponibilità. Viene buio presto qui. Quando si va via e ci si lasciano alle spalle i rumori e le luci, sembra proprio di aver dimenticato un bel sogno nella notte. Quando si va via ci accompagna un po’ di dolce tristezza: l’alba del nostro mondo quotidiano ci attende, inesorabile.

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Il racconto del conte che amava la velocità e l’ardimento
14 Febbraio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com                                                                                                                       12 Febbraio 2017

Chiari, Coccaglio, Cologne

Mi faceva sempre effetto vederla dai finestrini sporchi della corriera. Forse, perché quando  ci passavo davanti  e la cercavo come si fa con le consuetudini che rassicurano, sapevo che dopo solo pochi minuti avrei incontrato Maria, una clarense bellissima, che pareva irraggiungibile e per nulla propensa a cedere alla mia corte. O forse, nella attuale desolazione di Villa Mazzotti, individuavo qualcosa di simile al futuro che il destino, dal punto di vista sentimentale, mi pareva avesse previsto per me: essere abbandonato e dimenticato. Quando poi al ritorno me la ritrovavo a sinistra, la casa mi sembrava ancora più triste degli scarni saluti con cui Maria aveva arginato le mie emozioni al momento del commiato; la vista di quella dimora amplificava la durezza dei primi e mortificava il ricordo delle seconde.

Il giorno in cui alla fermata della corriera non trovai nessuno ad accogliermi capii ciò che non avevo voluto capire nelle settimane precedenti e, semplicemente, mi incamminai verso Villa Mazzotti, disposto persino a scavalcarne la recinzione così da entrare nel suo parco a soffrire in santa pace. Trovai i l cancello spalancato. All’interno, in prossimità della villa vidi alcune auto ed un furgone. Nei pressi dell’ingresso c’era Sergio, uno di Quinta che nel tempo libero si occupava di ricerche di storia locale. Mi guidò all’interno della casa e mi condusse nel sorprendente seminterrato che aveva ospitato, si capiva, la sala per proiezioni cinematografiche. Adiacente c’era un altro locale dove, in un angolo, giacevano antiche masserizie. Ad un esame più attento si rivelarono avanzi di trucchi, i resti di una “giraffa” di legno, qualche pezzo di pellicola, qualche vecchia foto in bianco e nero: cose da cinema non solo visto, insomma.

Con fare da iniziato borbottò: ” Si sa, il Conte amava anche il cinema…” Quindici anni dopo ci portai anche Lina Wertmuller ed Enrico Job a visitare Villa Mazzotti e davanti all’immutato mucchietto di resti, con lo stesso tono misterioso che destò la curiosità della regista e del non meno noto scenografo, anch’io scandii quelle parole. Loro mi sollecitarono a raccontare del singolare aristocratico clarense dalla vita avventurosa che il quella Villa ci aveva passato i suoi giovani anni. I miei ospiti furono colpiti dal pensiero che, nonostante la sua vita intensa e singolare, fosse sconosciuto ai più. Il mio ritratto raccontava di un uomo la cui esistenza fu improntata sui miti fondanti del Manifesto Futurista che Filippo Tommaso Marinetti aveva pubblicato a Parigi nel 1909: non so se Mazzotti ne fosse consapevole o interpretasse semplicemente lo Spirito del tempo. E nemmeno mi interessa.

Franco Mazzotti era nato nel 1904. A soli ventiquattro anni, nel 1928, fece parte della delegazione commerciale italiana, guidata da Italo Balbo, Ministro dell’aeronautica, in visita negli Stati Uniti. E a soli 22, nel 1926 era stato promotore del comitato che inventò le “Mille Miglia”: vi aveva avuto un ruolo non indifferente a meno che non si voglia ritenere che il percorso Brescia-Roma-Brescia fosse del tutto casuale. Persino la denominazione della gara (“insensata e pericolosa” fu definita su un giornale dell’epoca dal senatore Crespi) si dovrebbe proprio a lui che avrebbe indicato in mille miglia  i circa 1.600 chilometri di percorso sui quali si sarebbe snodata: un nome, “Mille Miglia”, che fu approvato alla faccia dell’esterofilia fascista che da tempo isolava il nostro Paese. I motori erano la passione del nobile Mazzotti a cui piaceva correre: correva in auto: ottenne il secondo posto assoluto alle Mille Miglia del 1928 su una brescianissima OM2000. Correva sull’acqua, con bolidi da 250 cavalli, vincendo due edizioni del “raid Pavia – Venezia”, dal Po’ fino all’Adriatico. Correva per il cielo: nell’era delle trasvolate oceaniche emulava il suo idolo – che poi sarebbe diventato grande amico – Italo Balbo e sorvolò l’Africa a bordo di aerei fragili fatti di legno e tessuto. Volò in formazione, dall’Italia al Brasile. E, ancora, volò lungo la rotta che unisce l’Italia all’Argentina.

Nel 1938 il  destino lo avvisò di ciò che aveva in serbo per lui e, durante una gara, precipitò nel deserto africano. Venne dato per disperso per cinque lunghi giorni fino a quando un disperato Italo Balbo, governatore della Libia, lo ritrovo sano e salvo dopo estenuanti ricerche. Per nulla impaurito, Franco Mazzotti ricominciò nelle sue spericolate attività.

Nel 1940 il destino ancora una volta gli mostrò quali esiti tragici potesse avere una vita ardimentosa: il suo amico Italo Balbo venne infatti mitragliato dal fuoco degli stessi soldati italiani. L’Eroe del cielo morì in seguito ad un “tragico errore” che fu anche provvidenziale per Mussolini, perché eliminava colui che poteva essere il suo più forte ed autorevole concorrente.

Nel 1942 il Conte Franco Mazzotti è in servizio, con il grado di tenente come pilota di aerei da trasporto militare. La sua squadriglia, con base a Bengasi, ha in dotazione Aerei Savoia Marchetti. E proprio nemmeno due mesi prima del suo trentottesimo compleanno che sopra i cieli di Tunisi, poco dopo il decollo, il suo Savoia Marchetti 75 viene abbattuto dai caccia inglesi della RAF. La data della sua morte, 14 novembre 1942 è indicata nella Cappella Privata del Cimitero di Chiari, ma il suo corpo non è mai stato ritrovato.

Per quelle strane concomitanze della Storia, ebbe lo stesso destino di un altro ardimentoso nobile dell’epoca, il letterato visconte Antoine de Saint-Exupéry, abbattuto nel 1944 dai caccia della Luftwaffe, al largo delle coste marsigliesi. In una frase presa dal “Piccolo Principe” trovo un indizio per capire meglio le ragioni di questi due uomini sprezzanti del pericolo e amanti delle imprese estreme: <Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi>.

Ah, dimenticavo! Maria poi per un breve, ma sufficiente periodo diventò la mia ragazza.  Avvenne poco dopo che avevo deciso non meritasse la mia disperazione e che, di conseguenza, avevo cominciato a uscire con una di Prima, di Chiari pure lei. A volte i miracoli avvengono. Per questo può succedere che dimore abbandonate riacquistino vita e funzione, come Villa Mazzotti che alla fine è stata recuperata dal Comune di Chiari e ora ospita manifestazioni ed eventi fra cui la prestigiosa Fiera della Microeditoria. A volte può avvenire che uomini straordinari che sembravano dimenticati nel tempo vengano ricordati e, così, non siano morti del tutto.

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Vietnam ( seconda parte)
9 Febbraio 2017 In Viaggi No Comment

26 ottobre

Abituata alle fabbriche, al grigio, alle nebbie, al ronzio metallico di sottofondo, qui ogni senso ha bisogno di riaggiornarsi e tutto si accende fino alla punta dell’alluce

Ed anche le persone sembrano provenire da altri tempi

27 ottobre

Ore 21 Siem Reap – Saigon, circa 500 km, tempo previsto 12 ore

Il bus notturno su cui stiamo viaggiando è proprio da zaino in spalla e 4 soldi in tasca… pieno di giovani giramondo, riesco a stendermi nei “letti” ma ho buchi d’aria sotto la schiena e bocchettoni spara aria sopra il naso impossibili da chiudere, per fortuna  avevo il nastro isolante con me.. Chissà poi perché l’ho messo in valigia???

Ma, perché c’è sempre un ma… se chiudo il bocchettone muoio di caldo in questi loculi…

E se ti capitano i posti downstairs… so cazzi.

Sento l’inglese giovanile e tanti odori a partire da quello del motore, la copertina in dotazione potrebbe essere quella che uso per il mio cane ma almeno ci copro il buco sotto la schiena.

C’è solo una uscita, se ribaltassimo ( pensando a come guidano) diventerebbe un “carnaio”.

Potresti trovare come compagno di letto un qualunque sconosciuto appiccicato a te, beh io ho l’austroungarico che mi ricorda: l’aereo non era meglio? Forse sì ma ormai.

Fra dieci ore saremo arrivati, mi faccio gli auguri e spero di dormire.

Ore 11: siamo sopravvissuti ma non lo rifarei più, finalmente respiro aria dei tubi di scappamento dei motorini di Saigon, giuro è un piacere.

14 ore per 450 km, le strade sono quelle che sono, i monsoni anche.

27 ottobre

Ogni stato ha la sua bella Napoli…

Ti auguro ogni bene SAIGON!

Hoi An (centro Vietnam)

Voli interni comodissimi e costano tanto quanto il bus.

28 ottobre

Hoi an, il paesino delle lanterne, sorge sul fiume thu bon ad un passo dall’oceano pacifico (mare cinese)

Se fossero gli ultimi giorni spenderei tutti i soldi qui; artigiani, sarti che ti confezionano su misura quello che vuoi.

E’ paragonata a Venezia, anche per il suo romanticismo, beh in effetti qui il tasso di donne gravide è elevato!

Alla ricerca delle donne nelle risaie, attenderò il tramonto.

…ho trovato tutt’altro

28 ottobre

Il barbiere e non solo

29 ottobre

Alberghi da 20 euro a notte in due, puliti, ed alcune stanze sono più grandi di un monolocale in centro a Milano. Colazione compresa. Grande anche quella. Questo è lo standard.

Mobili di legno massiccio, pesanti come il legno massiccio. Senza le tarme che sono innamorate di questo legno. Ti forniscono di tutto, dalle ciabattine allo spazzolino da denti, con il dentifricio.

Hall immense e ti sembra di entrare in un salone di convegni farmaceutici o raduni di joghisti.

In ogni angolo del Vietnam ti puoi collegare ad una rete wi fi, la password è sempre la stessa: 12345678 o il nome del posto in cui sei.

Ti aiutano ad organizzarti il tempo e ti danno consigli di ogni genere e noi, infatti, anche se qui in Vietnam spostarsi con gli aerei è più economico dell’unico treno che, con calma lo attraversa,

abbiamo deciso per il treno.

14 ore per arrivare ad Hanoi ma ci dormiamo e ci godiamo il paesaggio.

Stavolta però in prima classe.

29 ottobre

Qui il riso abbonda!

Io: pessimo scatto cell

29 ottobre

Ho visto situazioni che non sono riuscita a fermare con la macchina fotografica.

La donna anziana seduta a terra davanti a casa che si pettina i lunghi capelli grigi, una casa famiglia brulicante di bimbi di tutto il quartiere, una bellissima donna preparare la malta in un cantiere, lo stradino sotto il sole cocente con la divisa vietcong ed il viso segnato dagli anni e dal sole e tanto altro..

Restino nella memoria e se me ne  scorderò per qualche patologia, scritti da qualche parte.

Chiudo gli occhi e mi torna in mente lo  sguardo con tanta storia scritta di quel signore che la guerra in vietnam l’ha sicuramente vista, da qualunque parte fosse seduto

29 ottobre

DA Nang, altra “cittadona” del Vietnam, sembra una megatropoli futuristica illuminatissima, è tutto gigantesco: grattacieli, ponti, strade, dragoni, hotel.

Mancano le macchine volanti e Luke di star wars, ci starebbero a pennello.

Poi, arriviamo alla stazione e mi sembra quella di Iseo, paesino della Franciacorta.

Sullo sfondo Da Nang

e la sua stazione…

29 ottobre

Nel vedere le cuccette di “prima classe” mi è venuta una crisi di riso da lacrimare, la copertina del bus in Cambogia si è teletrasportata sul treno locale… ormai però io e l’austroungarico ci stiamo facendo il callo e come in un sogno ci lasceremo travolgere da fantasie  sull’orientexpress, in un libro di Aghata Christie rivisitato.

Rido ancora “fes” e sto bene ed anche lui ride.

Qui ore 23,47

Buonanotte

767 km su di un treno locale, primo vagone ( confuso per prima classe), vista oceano… vieni alba…

Hanoi – capitale del Vietnam

La stazione

30 ottobre

Hanoi ore 18

Austroungarico: te! lonely planet! Io mi fermo qui a bere un birra, tu gironzola e cerca un albergo… sotto la pioggia, che a me scappa da ridere!

Io: Eh sì, that’s amore!

L’austroungarico e la birra Ha Noi: scatto cell

31 ottobre

A me pare che qui, ora Hanoi, ognuno faccia un po’ quel che vuole , i negozi non hanno orari, gli ambulanti che sembrano vucumprà, girano dove vogliono e nessuno li disturba o li maltratta, accattonaggio inesistente, situazioni di pericolo nessuna ed i motorini sono uno spaccato della non regola ( su di loro potrei fare un reportage approfondito) però il casco lo portano tutti.. o quasi, tranne i bambini.

Forze dell’ordine pochissime

Insomma come sistema comunista mi sembra apparentemente molto libero.

E stasera che è Halloween la città è delirante in ogni angolo

Ha voglia di festa

31 ottobre

  • Where are you from?’
  • Italy
  • Oh beautiful italy fashion, look good dress (parlano inglese come me)
  • Mi guarda da capo a piedi e…
  •  but you don’t italy  (Era una pura affermazione, nessuna offesa nascosta)
  • Io: You lovely!!!!
  • Rido e ride ma chissà se avrà capito!

Comunque con le mie calzine, la gonnella e la maglina ero figa e comodissima, i vietnamiti non capiscono una “cippa” di look nostrano!

Qui ore18: old quartier ci aspetta, la street food anche, fame!

31 Ottobre

Devo scegliere… Sapa o Halong Bay… io tiro la monetina

1 novembre

A che pro

Io mi sto convincendo sempre più che nessuna guerra serva mai a qualcosa, neanche quella per l’autodeterminazione dei popoli, neanche quella del Che Guevara.

Anche se la vinci le situazioni non cambiano se guardi  a lungo termine. Muore solo tantissima gente e ti strozzeranno comunque in altro modo.

E’ stato commovente entrare nel museo delle donne vietnamite, angosciante il museo delle carceri, nobili gli ideali.

Ma le costruzioni selvagge di qualche lobby imperialista, spuntano in ogni angolo, gli scempi di posti incontaminati per resort turistici, idem, le favelas tipo america latina ci sono, le cure sanitarie sono in parte a pagamento e da quel che ho capito costose per gli abitanti, l’inquinamento è altissimo e magari sei la discarica di qualche stato vicino più ricco.

Insomma la soluzione per un mondo migliore non ha per strada maestra la difesa del diritto attraverso le armi, non c’è guerra che sia giusta, ti ci obbligano e la fai.

Ci vuole coscienza collettiva e regole universali a cui i governi devono sottostare.. insomma una grande costituzione mondiale assolutamente da rispettare.

Conclusione: pura utopia

Ci saranno sempre gli sfruttati e gli sfruttatori

Avrò scritto cazzate, pazienza effetto Vietnam

Concedetemelo

I vietnamiti ci hanno creduto ed ora vanno avanti comunque per la loro strada, difficile; determinati ed instancabili, non mi sembra proprio invidino il modello occidentale, noi semplicemente portiamo soldi come turisti. Finisce qui  e fanno benissimo.

Halong Bay

1 novembre

Kayak nella baia di Halong al tramonto… pace assoluta…

2 novembre

Con una gonna, tre canottiere, un k-way, quattro mutande ed un paio di sandali sono andata avanti quasi tre settimane.

Il lavandino c’è per lavarsi le cose, anche la lavanderia!

Bagaglio leggero e si viaggia benone, pesa di più la macchina fotografica.

Dedicata alle mie figlie che quando vanno in ferie si portano via tutto l’armadio!

Monkey Island (baia di halong)

2 novembre

Stesi sul letto di un bellissimo bungalow fronte mare nella foresta, sotto lenzuola pulitissime, con solo il naso fuori…

  • Austroungarico ma cosa ci sta camminando sulla testa? Senti che rumori.. sembrano le zampe di qualche topastro, lo strisciare dei serpenti, qualche scimmia che saltella, magari dei ragnoni che corrono… con tutte queste fessure entreranno e domattina saremo circondati!
  •  Rami, sono rami mossi dal vento…spegni il cervello!

3 novembre

Non voglio partire, non sono pronta, ho bisogno di più tempo. Se prendo l’aereo qui non ci tornerò più, non ci saranno altre occasioni, vorrei che fossero i miei figli a prenderlo e poi si vedrà.

Incontrare un italiano che vive in Thailandia, qui in Vietnam, ha mosso tutto il mio sistema emotivo. Mi scendono lacrime sotto gli occhiali da sole, mentre mi allontano dalle case galleggianti dei pescatori, viaggiando su questa corriera che mi riporterà ad Hanoi per l’ultimo giorno.

PS. Le farfalle sono spettacolari, le ho rincorse per una buona mezz’ora ma non sono riuscita a fare uno scatto degno di chiamarsi scatto.

3 novembre

C’è sempre un sud in ogni stato, infatti Hanoi ( nord vietnam) è più cara e più ricca

Io però preferisco Saigon.

Vi presento il binario, l’unico, che collega il sud con il nord Vietnam.
Calmo lo attraversa tutto e potrebbe raccontarvi mille storie di vita quotidiana

4 novembre

Qui in Vietnam  anche gli uomini stavolta si sono fatti onore, ma porca trota quello che vedo fare dalle donne…. Instancabili lavoratrici!

4 novembre

Cerchi scarpe? La prima via a dx e troverai solo negozi di scarpe; cinture? La seconda subito a sinistra; orologi? Sempre dritto; viti? Prima a dx poi a sx: spolette per cucire? Hang bac è la via; tessuti? Vai per hang anh… ecc.. ecc…

Trovi tutto ma solo in quella via

Se ti serve un paio di calzini e magari la via è a 3 km… si cammina!!!!!

Questi comunisti!

4 novembre

In Vietnam, la vita è la strada, succede tutto per strada.

Si mangia, ci si lava, si dorme sulle amache, si commercia, si chiacchiera, ci si innamora e si fa all’amore… no dai, per strada no.

Se Saigon è viva ad ogni ora del giorno e della notte, cambia solo volto, di giorno si lavora di notte ci si diverte, Hanoi, la capitale, ad una certa ora della notte chiude e tutti si ritirano. Passa un camioncino della polizia con un megafono e anche se non conosco il vietnamita, capisco che invita i commercianti a chiudere che è tardi e la gente tranquilla chiude, dorme ed il giorno dopo si riparte, alle prime luci dell’alba.

5 novembre

Più che religiosi, mi sembrano superstiziosi

Mi è venuto un colpo la prima volta che li ho visti bruciare soldi… poi ho scoperto che sono finti!

5 novembre

Ha voluto a tutti i costi pulirmi le scarpe per un euro, rifiutavo perché mi sembrava poco dignitoso anche se ne avevano bisogno, ma la dignità c’era nei suoi occhi mentre faceva il suo lavoro

Girano magliette con scritto: Vietnam telecom

Appropriato no?

5 novembre

Good morning vietnam!

E mai dire Addio!

Scegliere le foto per questo reportage, inizialmente mi è sembrato difficilissimo, poi ho semplicemente deciso di seguire il diario che avevo scritto durante il viaggio, quindi tanti scatti spontanei non sono presenti, li potrete trovare nella galleria fotografica del sito.

Se siete arrivati fin qui…… e fatevelo un bel viaggio in questo bellissimo stato!!!!

Grazie e ciao!!!

Ilaria

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Vietnam (prima parte)
7 Febbraio 2017 In Viaggi No Comment

Tre settimane, io e mio marito, soprannominato “austroungarico”,  a disposizione  per attraversare da sud a nord il Vietnam, con una deviazione di qualche giorno in Cambogia nei templi di Angkor e un tuffo nel mare thailandese all’isola vietnamita di Phu quoc, alla fine della stagione delle piogge, con temperature vicine ai 30° ed una umidità alle stelle.

2000 km circa da percorrere liberamente con lonely planet in tasca, una piccola valigia e tutta l’attrezzatura fotografica in spalle.

L’emozione di questo bellissimo viaggio è ancora tanta, nonostante io sia a casa a scrivere questa specie di blog.

DIARIO DI VIAGGIO

Saigon

17 0tt0bre

Eh! Ci vuole coraggio… ad attraversare!!!!

Mi nascondo dietro all’austroungarico, chiudo gli occhi, incrocio le dita e… via!

Comunque, dopo qualche giorno, si impara il trucco: decisi e mai fermarsi, loro ti evitano!

17 ottobre

Saigon brulica di vita, strombazzano, corrono, trasportano tutto e tutti, siedono, ridono; gli acquazzoni sono una rinfrescata e non fermano nessuno; basta smetta ed il bagnato che hai addosso è il sudore per il caldo.

Vedere la bandiera rossa con la falce e il martello esposta in tante case e palazzi mi ha lasciata di stucco.. non so cosa pensare. Credevo fosse solo nei film.

Saigon, nonostante ribattezzata Ho Chi Minh alla fine della guerra e con la cacciata degli americani, per i vietnamiti resta sempre Saigon e così continuano a chiamarla;  e per me è un nome bellissimo, musicale, sensuale.

Vado in giro con migliaia di Dong, mi sembra di maneggiare carta grossa ma poi sono solo pochi euro. Parlo io stavolta inglese, ci capiamo bene fra scarsi intenditori, sembriamo tutti usciti dallo “Speak english now!” studiato in internet… l’austroungarico è di livello alto e non lo capisce nessuno.

Mi ero ripromessa che qui avrei smesso di fumare ma niente di più bello che farsi una sigarettina seduta in questi ristorantini, lontani dai nostri modelli ma molto accoglienti… smetterò!

Respiro aria diversa e sorrido, ma per ora la mascherina non la metto anche se qui la indossano quasi tutti e non solo per non respirare gas di scarico ma anche per non riempirsi di polvere e terra sollevata dalle migliaia di motorini che invadono le strade della città.

 18 ottobre

Se il lavoro nobilita l’uomo, il Vietnam ne è uno spaccato; qui tutti fanno qualcosa.


19 0tt0bre

Ho capito che il modo migliore per affrontare i viaggi sul bus è:

  • Mettersi all’ultimo posto e non guardare mai avanti se non si vuole insultare l’autista che guida come se non ci fosse un domani
  • Darsi al buddismo e pregare
  • Stare seduti sulle poltrone come se si andasse al trotto o al galoppo

E dopo ore e ore, se sei ancora vivo, scendi sereno… solo lo stomaco,un po’ in disordine

19 ottobre

Non avrebbero mai potuto perdere la guerra, resistere per anni in quei tunnel, lunghissimi tunnel alti 1,20 mt e larghi 80 cm, tre piani di tunnel fino ad una profondità di 10 mt. Sono nati bambini in quei tunnel; resistenza in nome della libertà; no, non avrebbero mai potuto perdere la guerra.

Non ho foto decenti, non ho resistito più di qualche minuto, lì sotto

20 ottobre

I tunnel dei vietcong hanno condizionato il futuro edile per me.

Questa costruzione è un palazzo a più piani.

Ogni piano una casa
La larghezza sarà 2,5 metri
La maggior parte della gente di Saigon però, vive in garage stretti e lunghi; e l’inizio è dedicato alla loro piccola attività artigianale… aprendo le saracinesche, alle prime luci dell’alba

Saigon, oh Saigon
Bisognerebbe fermarsi 3 mesi solo da lei ma i 1700 km da percorrere prima del rientro, fan sì che per adesso le dica Ciao

Mekong

21 ottobre

L’immenso Mekong, un fiume enorme lungo circa 4000 km, uno dei maggiori in Asia. Ci vivono sul Mekong e le sue rive sono piene di baracche abitate.

E noi ci andiamo in un giorno di pioggia… siamo o non siamo nel periodo monsonico? 🙂

Can Tho e il mercato galleggiante

Veri e propri negozietti su ogni battello, le piccole barche si avvicinano per vendere i propri prodotti

Negozio di abbigliamento

22 ottobre

Le donne vietnamite?

Hanno il senso della compostezza, riservatezza, discrezione, gentilezza che manca all’80 per cento delle occidentali… me compresa.

Gli uomini? Fatico ancora a farmi un’idea.. ma del resto, ho sempre faticato.

Qui ore dieci monsone in azione!

e poi ci sono anche le alternative

Isola di Phu Quoc

22 ottobre

Io sono acqua.

22 ottobre

Ganh Dau, un paesino di pescatori, mi ha lasciata con l’amaro in bocca. Paesaggio da fiabe dei pirati, quelli buoni, con colori pastello che sembrano scelti e studiati su di una tavolozza.

Una semplice via in riva al mare piena di baracche di latta aperte  con il nulla dentro, anzi l’acqua della pioggia ed un’amaca.

Gli abitanti vendono pesce che neanche nei migliori ristoranti.

La macchina fotografica non “interessa” a nessuno, pericolo non ne sento, ma è da quando sono qui in vietnam che non ne sento, in qualunque ora del giorno e della notte; qualcuno con timidezza chiede uno scatto per non vederlo mai più, altri con gentilezza dicono di non farne, nessun tentativo di venderti oggetti, un signore offre del the che a malincuore siamo costretti a rifiutare per questione  igienica.

Povertà in un paradiso, dove a pochi chilometri incontri resort faraonici e discariche a cielo aperto.

E io ho l’amaro in bocca.


22 ottobre

Stati d’animo post paesino di pescatori

Austroungarico: “giornata intensa oggi, anche il tuo urlo finale, quasi liberatorio..”

In moto:

Io- rallenta che scatto una foto

Non rallenta

Io – Gentile grazie

Lui – Ma insomma cosa pretendi ecc.. ecc…

Io – Va bene basta finiscila

Lui – Se mi urli ancora una volta nelle orecchie ti pianto la moto e te ne torni da sola

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH

mio boato in mezzo al nulla

Lui sbalordito, anche io pensandoci: scusatela non è a posto ( rivolto a nessuno)

Qualche km in là, scoppio a ridere, lui anche

23 ottobre

Chi volesse una bandiera si prenoti qui sotto!

Ps: sapete che fine hanno fatto le divise vietcong? Le indossano i lavoratori: stradini, carpentieri, muratori ecc.. pure il caschetto

Qui ore 9am, si torna a  Saigon!

23 ottobre

Contrattazione lunga al mercato di  Ben Tanh –  Saigon.

La tecnica adottata è

Stabilisco quanto sono disposta a  spendere per l’oggetto e non lo dichiaro, poi comincia  la contrattazione che dovrebbe accontentare un po’ tutti e due, ed inizia il cinema, l’animo furbo e brillante delle donne vietnamite si mostra, ed a rendere la cosa comica è il nostro inglese elementare ma molto chiaro.

L’austroungarico fa la parte dell’insofferente ed al mio segnale segreto dice stop finito, oltre non si va.

O la va o la spacca

Tre ore per 4 cosine, sudando…

E’ stato divertente!

Cambogia

Stato molto povero, con una storia terribile alle spalle , verdissimo

24 ottobre

La Cambogia mi pare un contrasto continuo, passi da situazioni simili a Rimini ( centro Siem Reap) ai tempi passati, dove si vive su palafitte di paglia e si alleva o si coltiva.

PS: pensavo di finire nel centro della spiritualità, invece mi ritrovo in un pub a mangiare hamburger con bassi della musica house che pompano nelle mie orecchie

Strano il mondo!

Donne al lavoro

Templi di Angkor – Cambogia

25 ottobre

Pensavo di arrivare ad Angkor e ricvevere una folgorazione spiritual-buddista ed invece niente, mi tocca rimanere atea. Businessman in ogni angolo

Non sono riuscita neanche a sentirmi ispirata fotograficamente.. per quanto maestose, la butto sempre sul lato umano e non geometrico edilizio e quindi penso: ma chissà quanta gente è morta per costruire questa immensità…

Conclusione: me la rovino..la gita

E’ da quando sono arrivata che non vedo che turisti occidentali, sono tutti qui

Insomma vorrei scappare..

Ho chiesto al touk touk autista se fosse possibile visitare un villaggio cambogiano, mi ha proposto il giro turistico usi e costumi khmer, un po’ come andare a minitalia.

…qui si paga solo in dollari e pensano che siamo tutti americani, solo io e lui potevamo cambiare in real ed è un “casino” tutte le volte, anche solo per una bottiglietta d’acqua

No, non è così che voglio continuare questo viaggio… e l’austroungarico è d’accordo

Come in google maps: ricalcolo del percorso

Aldilà di ciò che penso io, questo è un posto unico al mondo

Villa di testa con giardino affittasi… 🙂

25 ottobre

Un cult

Piatto tipico Khmer

(scatto cell)

Li assaggereste? Qualche zampetta si incastra fra i denti

26 ottobre

I monsoni ormai ci fanno un  “baffo” (non li temiamo), come si dice dalle mie parti! E arrivano sempre al tramonto…

26 ottobre

Qualcuno mi chiedeva bellezze al maschile…

E ci sono, non tantissime…! Il problema sta nell’altezza

26 ottobre

A caccia di rane e non solo…

E invece delle rane trova….

to be continued…

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Il racconto dei ghetti urbani
6 Febbraio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com                                                                                                                       5 Febbraio 2017

San Polo Nuovo Brescia

Ci sarà pure chi lo troverà esagerato, il termine “ghetto”, per indicare quell’ampia zona collocata a Sud-Est di Brescia e dalla quale la si può vedere soltanto da un lontano più lontano del reale, la Città.

Brescia, da qui, appare distesa in tutta la florida tranquillità e sembra proprio un miraggio. Vista da qui, sembra ci si possa accedere solo provvisoriamente per rimanerci solo lo stretto necessario prima che arrivi la mezzanotte a mortificare ogni Cenerentola squattrinata. Vista da qui, Brescia, sembra roba d’altri: un negozio con grandi vetrine, ma privo di una porta d’entrata.

Eppure io stesso, mentre cammino lungo il triste stradone che si chiama via Caravaggio e che separa i complessi residenziali collocati a destra dagli squallidi e bassi prefabbricati nei quali si trovano svariate attività imprenditoriali, sono perplesso nel ritrovarmi in testa la parola ” ghetto”.  Mi chiedo se non sia io quello che, per ignoranza, non riesce a capire l’intuizione urbanistica che all’epoca venne definita rivoluzionaria. Mi dico che, come tutti i i visionari, chi la pensò come un teorema globale forse non ne aveva previsto il possibile corollario fatto di disperazione e solitudine, costituito dalla noncuranza di chi avrebbe dovuto vigilare e gestirlo. Però l’assenza delle persone mi parla al loro posto e mi grida tutto il disagio e la bruttezza dell'”esistere” quando non sia pienamente ” vivere”. Forse mi racconta della paura che segna le esistenze immerse nel buio dove la speranza è assente. E forse è per questo motivo che mi sembra di essere l’unica figura dentro un gigantesco quadro di Hopper. Mi sembra di camminare per le strade della disperante Crisopoli di Guido Morselli, ma non crescono ranuncoli nel Mercato dei Mercati, solo erbacce e rovi. Poi, magari, ogni tanto gli operai del comune le taglieranno pure – così come abbelliranno quegli alberi quando, come le persone, drammaticamente si ripiegano su se stessi – ma solo sterpaglia, è evidente, sarà l’inutile frutto consentito da una terra arida e mortificata dalle vicine grandi fabbriche.

 

La torre Tintoretto, quella che dicono verrà abbattuta a breve e che altri sostengono si scoprirà in quella circostanza essere una bomba zeppa di amianto è buia e inquietante. E’ abbandonata da tempo come dichiarano le sue finestre sbarrate e le strutture metalliche che vorrebbero impedire l’accesso ai tanti disperati in cerca di rifugio. Ma anche l’altra, la Cimabue, non è che emani proprio una gran vita con le sue lucine fioche e lontane che arrivano a malapena a illuminare le parabole satellitari appiccicate ai balconi. Guardando le basse villette a schiera, poi, l’impressione è quella di un ordinato presepio malato, dove il silenzio è da adorare, mentre il vuoto ne è la culla che più che proteggerlo lo imprigiona. In lontananza si scorgono altri tre edifici che svettano: sono le torri Tiziano, Raffaello e Michelangelo. Sembra irrealizzata quella “nuova socialità” che alla fine si è tradotta nella rappresentazione di infinite solitudini ben ordinate, ma non per questo meno disperate. Persino il centro Commerciale ospitato poco lontano, in via Giorgione, e che fu il primo a sorgere a Brescia, ci informa dello stato della zona: la maggior parte dei negozi al suo interno è vuota. Gli altri tentano di resistere come possono. Gli esercenti non si sprecano in sorrisi. Non ne hanno motivo. E allora mi dico, proprio mentre sono davanti alle nostre di “torri gemelle”, la Tintoretto e la Cimabue che si trovano distanti persino dalle altre tre, che “ghetto” è invece l’unica parola che può ben definire questo insieme ordinato di abitazioni costruito negli anni Ottanta e fatto apposta per le famiglie meno abbienti della città. Non credo sia inutile ricordare che prima di allora le aree per l’edilizia economico-popolare erano disseminate in varie zone di Brescia: Lamarmora, Casazza, Folzano… Poi, appunto, vennero concentrate in San Polo, già frazione di Brescia. Per questa ragione questa sua parte più recente si chiama San Polo Nuovo. Nella parte più vecchia i brandelli di vita collettiva permangono nonostante tutto: negozi, bar, trattorie, spazi per stare  insieme. E anche se non è lontanissima, sembra che fra le due ci sia un tragico fossato che mantiene divisi e lontani quanto basta: un muro di separatezza fatto di tempo e destino.

Erano state ben colorate le Torri. Per l’una si scomodò addirittura la teoria dei colori di Goethe definita il fondamento ” teorico” degli orizzontali fascioni multicolori che la seguivano in tutta l’altezza, mentre per l’altra si evocarono le ricerche di artisti come Tornquist (quello del termo utilizzatore e dell’interno della Galleria Tito Speri, per dire) o Horacio Garcia Rossi. Ma l’impressione è che il risultato sia inefficace come quello del trucco pesante sulle rughe incise come solchi nel volto di un’ottantenne. La toponomastica, poi, con i nomi di grandi artisti della Storia ad indicare strade dove ci si perde, non aiuta e fornisce solo suggestioni sbagliate sulle strade che denomina. Dalla torre Tintoretto, agonica e inquietante, c’è il rischio possano staccarsi calcinacci e pezzi di finestra rotti e c’è chi sostiene che un po’ di traffico di disperati, entrati là dentro dopo aver aggirato le barriere, ci sia tuttora, di notte. La Cimabue è più alta e sembra persino affusolata: sedici piani per circa centonovanta famiglie, dovrebbe ospitare non più di cinquecento persone. Ma sono molte di più, lo sanno tutti, e in alcuni dei piccoli appartamenti vivono anche otto, dieci persone. la maggior parte dei residenti qui è straniero. Il resto, anziani. Tutti, poveri.

Così come il degrado e l’abbandono sono le cifre distintive del Tintoretto, la sensazione che sia una zona franca e  la visione di uno sporco che ammorba il dentro in maniera ostentata e  compromette il fuori circostante sono gli elementi che contraddistinguono la Cimabue. Fa davvero paura entrare nei suoi androni deserti e percorrere i lunghi corridoi ideali per lo spaccio di droga e dove l’incolumità delle donne non credo possa essere garantita. C’è chi parla di scippi ai danni degli anziani. Di violenza diffusa.

Esco rapidamente. Non è un bel posto in cui stare. Non è un buon posto per starci nemmeno questo quartiere che lascio con sollievo. Meccanicamente guardo nello specchietto retrovisore come quando nei film si teme di essere  inseguiti. Mentre mi allontano rendo grazie ai miei privilegi che scacciano  i fantasmi che mi lascio dietro.

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Il racconto del lavoro, dell’orgoglio e del sacrificio
4 Febbraio 2017 In Geografie della memoria 1 Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com                                                                                                                                                                          29 Gennaio 2017

                  Lumezzane

Quando,negli anni Novanta del secolo scorso, Internet iniziò il suo percorso trionfale anche da noi, gradualmente quanto inarrestabilmente insinuò fra le più comuni la parola “nickname”. Sono passate vagonate di anni e nel frattempo possiamo presumere che quasi tutti, ormai, abbiano un “nickname”, un attributo indispensabile per operare nel web, perché permette, al riparo di un simil/anonimato che crea un alone di indefinitezza, di farlo con la sensazione di essere più liberi. In terra bresciana il nickname c’è da sempre,  in dialetto si chiama “Hcòtòm”, e da sempre serve ad individuare con maggior precisione le caratteristiche di una persona e a distinguerla nel mare magnum delle  omonimie anagrafiche. In sintesi il nickname nasconde ciò che lo “Hcòtòm” definisce con precisione nitida.

La capitale mondiale dello “Hcòtom”  era Lumezzane. Forse ancora lo è, ma allora il dato era certificato persino dall’unico “volume” diffuso in ogni casa: l’elenco telefonico della SIP, che gestiva i telefoni in regime di monopolio. I soprannomi lumezzanesi erano talmente ufficializzati al punto di esservi stampati, proprio sotto il cognome  e con pari evidenza.

A quel tempo muovevo i primi passi in un’agenzia pubblicitaria bresciana che con le aziende di Lumezzane ci campava; quando si trattava di chiamare questo o quel cliente era lo “Hcòtòm” lo strumento indispensabile per ritrovarne il numero e non combinare guai. D’altro canto non pochi si sorprenderanno nell’apprendere che fino agli Anni Sessanta i cognomi lumezzanesi in sostanza erano sempre gli stessi, ai quali erano riconducibili non più di una trentina di famiglie.

Leggere quei soprannomi ci divertiva ed insieme ci faceva riflettere, perché pur fra mille difficoltà  talvolta riuscivamo pure a decifrarlo quel dialetto così lontano dal nostro – anche la lingua indica la diversa origine etnica dei valgobbini –  e  i significati ci sorprendevano e suggerivano sempre interpretazioni nuove. Alcuni termini erano legati  alla frazione di provenienza (sono sei: Fontana, Montagnone, Pieve, S. Sebastiano, S. Apollonio, Sonico); altri indicavano particolarità fisiche; altri ancora indicavano il lavoro svolto.

C’erano addirittura i patronimici e i soprannomi più complessi, quindi, a volte potevano risultare così: Cognome e Nome “veri”, e, a seguire, Giani Balanha de Bico de Funtana (Gianni Bilancia di Bico della frazione di Fontana).

Allora ci ridevamo sui nostri clienti e sulla loro scarsa confidenza con l’italiano. E scherzavamo sul fatto che per capire se avessero visionato una relazione o un bozzetto bastava controllare in controluce se sul foglio fossero visibili le impronte di polvere d’officina o di grasso che macchiavano ormai indelebilmente anche le loro mani nelle quali,  piuttosto frequentemente, non c’erano quasi mai tutte le dita. Attualmente erano diventati padroncini o industriali, pieni di soldi e con auto che potevi solo invidiare, ma la loro avventura ( o quella dei loro padri),  spesso era partita all’insegna della fatica, del sacrificio e, soprattutto. del lavoro personale, senza contare le ore, dietro al bancone o alla macchina e le dita mancanti, spesso, le avevano lasciate proprio lì. Non ci tenevano a dimenticarlo loro da dove erano venuti e, soprattutto, come erano arrivati – ma non potevamo ignorarlo nemmeno noi  e allora sorgeva una forma di rispetto che ci faceva ridere meno di quella gente così tenace che del sacrificio aveva fatto l’unica forma ammessa di emancipazione individuale. Del resto, in quella terra, “arrivavano” quasi tutti coloro che imbastissero l’avventura imprenditoriale; certamente non è casuale che proprio in quegli anni il rapporto fra abitanti e attività produttive a Lumezzane fosse uno dei più alti d’Europa. Ce l’avevano nel dna la capacità della visione e, allo stesso modo in cui nessuna opportunità andava tralasciata per farsi strada nel Mondo, ogni singolo garage o scantinato poteva diventare l’embrione di un’attività produttiva. Ne hanno fatta di strada con le loro posate, le loro pentole e i metalli, questi Efesto di periferia che avevano solo uno “Hcòtòm” incomprensibile ed ora, spesso, hanno nomi noti nel Mondo. Sì, gente tenace e caparbia, quella, della quale si racconta dal 1600 in poi in testimonianze che ritroviamo in numerosi documenti storici e articoli di giornale.

Negli Anni Sessanta così scriveva il celebre giornalista Giorgio Bocca: “Lumezzane, signori, per togliervi il gusto di vedere come l’industria possa crescere nei luoghi più inadatti all’industria. Dunque Lumezzane, cioè una valle alpina da capre, pendii, precipizi, un torrentaccio che schiuma al fondo di rocce nere, una strada che va su a tornanti maledetti e duecentocinquanta fabbriche messe una sopra l’altra, Dio sa come, ogni anno dieci o venti in più, arroccate sempre più in alto, fumo e bagliori rossastri nell’aria di cristallo, fumaioli che hanno per sfondo delle creste innevate”

E’ innegabile che la descrizione che Bocca fa dell’intorno visibile, in un qualche modo rappresenti anche quell’essenza più intima dei suoi abitanti: guardare ” come è fatta Lumezzane”, rivela anche come sono fatti i lumezzanesi. E’ per questo che il carattere di questa gente lo individui già mentre percorri lo stradone che porta su e che parte dal crocevia di Sarezzo. Osservi case, mescolate a capannoni, abitazioni che SONO la parte superiore di capannoni, e poi insediamenti industriali davvero enormi, mescolati a casette davvero modeste e tenute male in parte ad officine anguste. Tutto ciò, lo capisci, è stato strappato alla montagna centimetro dopo centimetro, tempo dopo tempo, e le altezze sono state sottratte al cielo che è ormai grigio e spento, tanto da sembrare malato. Se poi lasci l’auto e prosegui a piedi, qui non è che cammini, qui arranchi, perché è tutto in salita e la vita è dura, e la discesa può essere improvvisa. Certe, addirittura fatali. Ma se vuoi arrivare dove devi- non dove “vuoi” e nemmeno dove “puoi” – devi tener duro, più delle avversità, non lamentarti e risparmiare fiato. E procedere. Comunque. Consapevole che il cervello sta sopra al cuore, mentre quest’ultimo giace riparato dal portafoglio.

Le tecnologie hanno affrancato dalla fatica più dura. E’ l’istruzione che guida le nuove generazioni di imprenditori: ci sono lauree e master e conoscenza di lingue straniere dietro alle scrivanie più moderne delle aziende più consolidate. Gli “Hcòtòm” sui sempre più numerosi elenchi telefonici non vengono più stampati. Da decenni si dice che arriverà persino l’autostrada a collegare  Lumezzane al mondo. ma a noi piace pensare ancora ai pionieri, ai giorni duri e allegri in cui tutto questo ebbe inizio.

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La Villa che ne ha viste di tutti i colori
24 Gennaio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com                                                                                                                                                    22 gennaio 2017

Salò, Gargnano

La prima volta che la vidi era una brutta domenica di metà marzo. Piovosa e fredda. E umida. Ero un ragazzino nel 1972, e ci andai in una sorta di pellegrinaggio con mia sorella ed alcuni suoi compagni militanti di Potere operaio. La casa davanti a noi apparve tetra. Con quella luce gelida e così avara, e con tutte quelle finestre sbarrate, sembrava abbandonata e forse lo era davvero nei lunghi mesi di un inverno che non voleva finire.

I miei accompagnatori indossarono un’aria ancora più luttuosa quando, dopo essere scesi dall’auto, appoggiarono i piedi per terra. la maggior parte di loro, a breve, non li avrebbe mai più staccati  i piedi da terra, una volta scesi per sempre dai loro sogni. Ma in quegli anni erano ancora impegnati a rincorrere l’incredibile utopia, anche per quei tempi, di una rivoluzione nell’Italia dei consumi. Ci trovavamo nel parco della dimora estiva di un singolare miliardario che aveva scelto d’entrare in clandestinità per servire la “rivoluzione”. Si chiamava Gian Giacomo Feltrinelli, coi soldi di famiglia aveva fondato una casa editrice che si era rapidamente  affermata ed era stato trovato morto solo un paio di giorni prima a Segrate, ai piedi di un traliccio che, dicevano i giornali, si accingeva a far saltare in aria. Noi eravamo arrivati a Gargnano per rendergli un simbolico estremo saluto. Una specie di omaggio. O forse eravamo accorsi su uno dei “suoi ” luoghi, quello a noi geograficamente più vicino, per quella forma vagamente morbosa di curiosità che circonda, come un’aura, la vita dei vip di qualsiasi genere essi siano. O ancora, magari, per una variante del fascino che la “bella Morte” spesso può esercitare sulle menti più eccitabili, e non c’è come essere impegnati a sovvertire il mondo per trovarsi esposti anche a quel rischio.

Naturalmente mia sorella e i suoi compagni non credevano affatto alla versione ufficiale che veniva data della disgrazia e che le voleva conferire la parvenza di “incidente sul lavoro”. Mentre vagavamo per il giardino in preda all’emozione, io, soprattutto, ad emozioni contrastanti – alimentate dall’osservazione di quel palazzo da ricchissimi aristocratici che era vistosamente incongruo con la volontà di uno fra loro di abolire, manu militari, privilegi e ingiustizie- li sentivo definire quell’evento così oscuro e terribile come un “assassinio di stato”. Eravamo fra i tanti che erano stati indelebilmente segnati dalla bomba esplosa pochi anni prima dentro una banca a Milano, che aveva causato numerose vittime, e che gli ambienti conservatori e reazionari avevano voluto attribuire a bande anarchiche, mentre ormai si faceva strada la certezza che fosse stata una strage “di stato”. Una perizia medico-legale, ignorata all’epoca, avrebbe riaperto quarant’anni dopo pesanti dubbi anche sulla morte di Gian Giacomo Feltrinelli, dilaniato sotto un traliccio. Ma ormai quel processo era chiuso. E il dubbio che la verità giudiziaria sia in contrasto con quella che non sopporta gli aggettivi rimarrà per sempre irrisolto.

Tornando a quel “pellegrinaggio”, la casa imponente impiantata sulle rive del Garda aveva un suo fascino sinistro che mi suggeriva riflessioni eccentriche. Infatti, da quando venne costruita, sul finire del 1800, perché i Feltrinelli vi stabilissero la loro residenza estiva ritornati a Gargnano dopo esserne emigrati per creare una fra le più grandi fortune economiche dell’epoca, si può ben dire che quel palazzone ne avesse viste, se non di tutti i colori, almeno dei due colori “estremi” della storia e della politica italiane.

Pensavo all’inquilino precedente a Feltrinelli, che l’aveva requisita e abitata per breve periodo. Per via dei contorcimenti che sorprendono a cui il destino obbliga gli uomini e le cose si trattava di Benito Mussolini che, ritornato verso la fine di settembre del 1943 dalla Germania dove aveva trovato riparo in seguito alla fuga dal Gran Sasso, ne prese possesso ai primi di ottobre per farne la propria residenza nei tempi bui e drammatici della Repubblica di Salò. Nel parco , ufficialmente addette alla sua sicurezza, avrebbero stazionato una trentina di guardie scelte delle SS. Ma Mussolini in quella villa fu più un prigioniero che un ospite. Più un ostaggio che un capo. Era da quel parco, sul quale ora stavamo camminando anche noi, che ogni mattina il Duce, dopo essere uscito dal portone, ora ermeticamente sbarrato, saliva sull’auto , sempre scortato dai tedeschi, per raggiungere un altro palazzo, anch’esso di proprietà dei Feltrinelli diventato quartier generale del suo governo che proprio al servizio dei tedeschi  operava. Rimase a Villa Feltrinelli fino al 18 aprile 1945 quando si spostò a Milano per provare ad ottenere, con la mediazione del Cardinal Schuster, una resa il meno drammatica possibile. Forse fu proprio in una mattina compromessa dalla luce grigia che mortificava il lago ed animava la tristezza degli addii, la stessa luce traditrice che ora illuminava i nostri percorsi ed i nostri pensieri, che Benito Mussolini dopo essere sceso dall’ampia scalinata neoclassica, rivolse di sfuggita un ultimo sguardo al lago di Garda, a quell’acqua di piombo e alle sue sponde spente.

Non poteva certo immaginare che una decina di giorni dopo aver lasciato, in cerca di salvezza, quello che lui in una lettera aveva definito uno ” scuro e fosco posto” sarebbe stato solo un cadavere esposto al vergognoso ludibrio della folla, appeso per i piedi ad una tettoia di Piazzale Loreto.

Prima di andarcene gettammo un ultimo sguardo all’edificio. In due o tre alzarono un pugno chiuso che mi sembrò ridicolo in sé e tragicamente stupido per loro. Per quanto mi riguarda so che pensai ai giochi strani della vita, ai destini a noi sconosciuti, alle orbite ed alle parabole delle esistenze, e alle coincidenze. A come avvenga, a volte, che ci si possa trovare imprigionati in case infelici come in vite compromesse. A come le cose, talvolta, impongano la loro presenza silenziosa nelle scelte degli uomini e come, sempre in quei casi, sembra vogliano rivendicarvi un ruolo misterioso.

Di quella Villa ora ne hanno fatto un grand hotel lussuoso ed esclusivo. E su un portale fra i più noti ne viene scritto così da un ospite provvisorio ed entusiasta: ” Cosa si può dire di più, incantevole, senza paragoni. Servizio impeccabile. Ristorazione insuperabile. E non scordate il passato storico di questa Villa. Oltre a tutto questo se possedete una barca l’attracco è comodissimo e il servizio dell’eventuale rimessaggio notturno è affidato ai ” Cantieri Feltrinelli” ( cantiere TOP del Garda )”.

 

 

 

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Il racconto del vino proibito
17 Gennaio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com                                                                                                                                                                                             15 gennaio 2017

Capriano del Colle

Ad essere sinceri e dirla tutta, quello che sotto certi aspetti è il vino più vino di tutti, vino in senso stretto non lo è nemmeno. Eppure, avvinte indissolubilmente ai primi eccessi della giovinezza – proprio come se fossero delle uve rampicanti –  le bevute soddisfacenti, per certi versi inoffensive, che teniamo ben nascoste nella nostra memoria le abbiamo fatte proprio nella zona di Capriano del Colle, la terra bresciana conosciuta ovunque per la produzione del Clinto. Non che lo si trovi solo lì, probabilmente. Vai a saperlo  dove lo si possa nascondere un vino clandestino; certo è che in quella zona era tollerato, consumato (e non solo su tavole private) e magari anche ostentato.

Dalla città e dai paesi intorno partivamo per le Basse, non così “servite”, per quanto riguarda la viabilità, di come lo siano ora e percorrevamo strade di campagna meglio se sconnesse e accidentate – quasi costituissero un assaggio del mondo rurale a cui saremmo approdati – che ci portavano in quelle campagne a Sud di Brescia dove in osterie di contadini sperdute fra i campi avremmo potuto gustare, insieme al clima piacevole ed alla compagnia di gente rozza e popolana – come noi, almeno per un pomeriggio, volevamo a tutti i costi essere – quel vino particolare da essere diventato quasi mitico e che sapevamo solo lì. Ne eravamo inconsapevoli, ma ciò che andavamo a visitare non erano soltanto fattorie di campagna: cercavamo una natura non ancora del tutto assoggettata alle esigenze di produzione industriale. E volevamo provare una dimensione temporale meno sincopata. Con un po’ di fortuna saremmo incappati in una genuinità così elementare da essere rassicurante: un’umanità che solo a pochi chilometri più a nord si era ormai rarefatta, ma della quale, pure, i nostri vecchi, quando eravamo anche dei nipotini piccoli da ” tirar su” avevano amato raccontarci come di un’indimenticabile età dell’Oro.

Ma perché il Clinto non è nemmeno vino? La vite con cui lo si produce arrivò dall’America, verso fine Ottocento, come sostituto e alternativa alla nostra vite tradizionale, massacrata dalla filossera. Era una vite sicuramente più resistente, ma che produceva grappoli troppo piccoli e perciò inadatti alla vinificazione. Si provò allora con una delicata operazione di innesto di quella vite “straniera” sulla nostra, l’autoctona. Ne risultò una vite più decisa e soprattutto più resistente e che non aveva bisogno d’altro, per essere protetta dall’assalto dei parassiti, che di un blando solfato di rame. Il vino che se ne cavava, però, aveva un’insufficiente gradazione alcolica, soltanto sei – otto gradi, che ne rendeva quasi impossibile la conservazione. E poi era pericoloso per la salute sia per l’alto contenuto  di tannini che per la sua buccia ricca di sostanze potenzialmente tossiche. Per non farsi mancare niente, c’era pure il rischio che, se lavorato male, producesse un’elevata concentrazione di metanolo. Un vino messo fuorilegge quarant’anni prima che lo scoprissimo noi: un “non-vino”!

Ma per noi ragazzi era il vino più vino di tutti. quando ci accampavamo, su sedie azzoppate dall’uso e tenute insieme con corde di risulta, intorno ad un tavolo rivestito di tela cerata; quando subito dopo ci venivano portate le scodelle di ceramicaccia da quattro soldi, rigorosamente scompagnate e che erano sempre di numero inferiore al bisogno; quando poi arrivavano  i capaci bottiglioni, indelebilmente macchiati, come le scodelle, come la cerata, come il nostro animo, che non è mai stato facile essere giovani, e i nostri palati  e subito si spandeva nell’aria quel sentore di frutta, un odore forte, avvolgente e caratteristico… ecco, in quegli attesi preliminari che ogni volta ci piaceva far finta ci sorprendessero come fosse la prima, c’era tutta l’essenza del bere in compagnia cioè del bere che non è disperazione e solitudine, ma festa ed allegria.

La liturgia era sempre la stessa: il recipiente andava manovrato con entrambe le mani per evitare di sporcare in giro, evento facilitato dalla mescita non già in stretti bicchieri, ma in larghe scodelle che avrebbero potuto imprimere orbite assolutamente incontrollabili a quel sangue di campo. Aspettavano con discreta trepidazione dipinta sul viso che l’operazione fosse conclusa e solo allora le scodelle potevano attaccare a girare per la tavolata, di mano in mano, di bocca in bocca: una sorta di calumet della pace come lo conoscevamo dai film di indiani della nostra infanzia, un rito collettivo che ci riappacificava con le nostre esistenze sregolate. Calmata la prima sete con generose sorsate, si proseguiva con calma mentre le chiacchiere si accavallavano. Forse, ben prima che importanti enologi lo codificassero e che ne apprendessimo l’esistenza dai giornali e dalle mode, eccolo lì, davanti a noi, il “vino da meditazione” quello che apriva i cuori alle parole e le bocche ai sentimenti. (altro…)

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