Dal Bresciaoggi
Di Roberto Bianchi
fotografia di www.ilariapoli.com 26 Febbraio 2017
Pralboino, Gambara
Non è che la terra bresciana, nei secoli, abbia espresso molte persone che per la loro vita o per la loro Opera siano diventate protagoniste. Non sono molte, infatti, quelle figure che poi abbiano lasciato una traccia sul palcoscenico della Storia non solo locale, una traccia resistente a quel tempo che abitualmente viene scandito nei secoli. Fra queste, inoltre, sono state davvero pochissime le donne. Mentre ci si aggira, magari in bicicletta, per le campagne della Bassa si sentono odori e si incontrano luoghi che evocano il ricordo frammentario (e insufficiente, a causa di una conoscenza non approfondita come dovrebbe) di una protagonista indiscussa della poesia italiana del Rinascimento.
Ci sono vie in molti comuni, intestate a lei, e nella nostra città c’è un istituto superiore che ora è un Liceo, ma che fino a non molti anni fa era la Scuola Magistrale che sfornava ogni anno centinaia di maestri elementari.
Veronica Gambara è nata da queste parti, nell’allora Prato Alboino che ora si chiama Pralboino ed è un piccolo Comune di circa tremila anime. In queste ampie pianure a sud di Brescia costituite da campi che iniziano a diventare Cremona e da territori che guardano umilmente e da lontano Mantova, a tratti si trova ancora quel silenzio che induce alla riflessione. E si può persino prendersi il lusso di fantasticare. E ricordare che in questi stessi luoghi, dove si può ritrovare l’eco della sua esistenza, in questa Bassa Bresciana tanto nebbiosa d’Inverno quanto rigogliosa in Primavera, così insopportabile d’Estate eppure tanto amabile in Autunno, ha mosso i suoi passi Veronica Gambara che ha lasciato traccia di sé così profonda da essere indelebile e ancora vistosa dopo tutto il tempo trascorso.
Lascia sgomenti fantasticare sulle sue passeggiate lungo questi stessi percorsi in carrozze trainate da cavalli, e anche se non ci si può affidare alla memoria per sostituire ciò che si può vedere ora con ciò che c’era in quei tempi è arbitrario e piacevole lavorare di immaginazione consapevoli che la storia di questa poetessa (e moglie, e madre, e politica e brillante intellettuale) vale la pena di essere succintamente raccontata.
Nemmeno il castello dove nacque, a Pralboino, esiste più. Venne fatto abbattere nel Settecento da una discendente della famiglia che ne fece erigere un altro al suo posto e che ora fa mostra imponente di sé. Eppure, anche se non è più lo stesso, il “nuovo” edificio riesce ugualmente ad evocare le suggestioni legate a tempi così remoti da essersi smarriti e quando lo vedi da lontano, comunque, il pensiero rimanda a Veronica, quella donna abile e determinata di cui forse, come spesso si fa con le consuetudini che ci hanno accolto, non tutti nemmeno a Brescia conoscono con precisione la vicenda.
Nella sua famiglia, sia dalla parte paterna che da quella materna, vi era già una significativa tradizione umanistica che aveva espresso figure importanti fra cui quell’Emilia Pio che per Baldassarre Castiglione, era da considerarsi insieme a Isabella d’Este e Elisabetta Gonzaga, il simbolo della donna di cultura del Rinascimento. Non deve quindi sorprendere se a Veronica fu permesso di ricevere un’ottima educazione umanistica che assunse vivendo fra Pralboino e Brescia che, all’epoca, era città ricca di fermenti culturali e in piena espansione.
Era un contesto dove per le famiglie nobili era abbastanza diffuso il costume di cimentarsi con la conversazione letteraria, con la poesia, con la filosofia, la cultura e il mondo delle idee e dei valori umanistici. Così fu anche per Veronica che già nell’adolescenza cominciò a produrre versi che, pur risentendo della “maniera petrarchesca” – che era modello dominante all’epoca e al quale spesso c’era un’adesione superficiale e ripetitiva – non nascondevano un accento personale a sua volta rivelatore di notevole talento.
Quando anche per Veronica giunse il momento i genitori si misero alla ricerca di un marito adeguato e la scelta cadde sul Signore di Correggio, Gilberto, rimasto vedovo della nipote di Giovanni Pico della Mirandola. Un matrimonio combinato, dunque – come si usava e talvolta si usa ancora – ma non per questo meno felice, perché Veronica poi si innamorò davvero del suo sposo e per lui scrisse una delle sue composizioni più celebri e sentite il seguente madrigale:
Occhi lucenti e belli,
com’esser può che in un medesimo istante
nascan da voi nove sì forme e tante?
Lieti, mesti, superbi, umili, alteri
vi mostrate in un punto, onde di speme
e di timor m’empiete,
e tanti effetti dolci, acerbi e fieri
nel core arso per voi vengono insieme
ad ognor che volete.
Or, poi che voi mia vita e morte sète,
occhi felici, occhi beati e cari,
siate sempre sereni allegri e chiari.
All’età di ventiquattro anni si stabilì a Correggio, dunque – un piccolo feudo di cui sarebbe diventata negli anni successivi anche reggente – ed intraprese una nuova vita nella quale si sarebbero dispiegate tutte le sue virtù civili e domestiche di moglie affettuosa, madre amorevole e nel senso strettamente ” politico”, di saggia ed equilibrata Signora. Rimasta vedova non si sarebbe mai più ripresa da quella tragica condizione (un’altra prova dell’autenticità dell’amore che la legò ad un marito che pure le era stato “scovato” dai genitori), non avrebbe mai nemmeno preso in considerazione l’eventualità di risposarsi e anzi, si precipitò in un dolore che la portò a scegliere irreversibilmente il nero del lutto non solo per le proprie vesti e per quelle dei suoi cortigiani, ma anche per addobbare i propri appartamenti – sulla porta dei quali fece incidere i versi dell’Eneide in cui Didone afferma eterna fedeltà al compianto marito “Colui che primo mi legò possiede il mio amore, per sempre lo mantenga nella tomba” – e addirittura per bardare i cavalli che “teneva nerissimi vieppiù che notte, perché conformi proprio a’ suoi travagli”.
Nondimeno non si sottrasse al carico dei nuovi impegni politici coniugandoli felicemente con l’attività letteraria e riuscendo ad essere nello stesso tempo sovrana amata dai suoi sudditi per un trentennio e interlocutrice stimata di letterati e uomini illustri della sua epoca: fra gli altri, il Bembo, l’Ariosto, l’Aretino, l’Imperatore Carlo V (che ebbe persino come ospite a corte).
Morì nel 1550, Veronica Gambara e veenne sepolta nella Chiesa di San Donato in Correggio, distrutta dalle milizie spagnole nel 1556.

Per nulla impaurito, Franco Mazzotti ricominciò nelle sue spericolate attività.



























































































































































avamo sul fatto che per capire se avessero visionato una relazione o un bozzetto bastava controllare in controluce se sul foglio fossero visibili le impronte di polvere d’officina o di grasso che macchiavano ormai indelebilmente anche le loro mani nelle quali, piuttosto frequentemente, non c’erano quasi mai tutte le dita. Attualmente erano diventati padroncini o industriali, pieni di soldi e con auto che potevi solo invidiare, ma la loro avventura ( o quella dei loro padri), spesso era partita all’insegna della fatica, del sacrificio e, soprattutto. del lavoro personale, senza contare le ore, dietro al bancone o alla macchina e le dita mancanti, spesso, le avevano lasciate proprio lì. Non ci tenevano a dimenticarlo loro da dove erano venuti e, soprattutto, come erano arrivati – ma non potevamo ignorarlo nemmeno noi e allora sorgeva una forma di rispetto che ci faceva ridere meno di quella gente così tenace che del sacrificio aveva fatto l’unica forma ammessa di emancipazione individuale. Del resto, in quella terra, “arrivavano” quasi tutti coloro che imbastissero l’avventura imprenditoriale; certamente non è casuale che proprio in quegli anni il rapporto fra abitanti e attività produttive a Lumezzane fosse uno dei più alti d’Europa. Ce l’avevano nel dna la capacità della visione e, allo stesso modo in cui nessuna opportunità andava tralasciata per farsi strada nel Mondo, ogni singolo garage o scantinato poteva diventare l’embrione di un’attività produttiva. Ne hanno fatta di strada con le loro posate, le loro pentole e i metalli, questi Efesto di periferia che avevano solo uno “Hcòtòm” incomprensibile ed ora, spesso, hanno nomi noti nel Mondo. Sì, gente tenace e caparbia, quella, della quale si racconta dal 1600 in poi in testimonianze che ritroviamo in numerosi documenti storici e articoli di giornale.