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Il racconto dei paesi sullo stradone
2 Maggio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

30 aprile 2017

Concesio, Gardone Val Trompia, Sarezzo, Villa Carcina

 

Sarà perché li taglia in due, ma quando si transita sulla strada Triumplina, la 345, è difficile immaginarli come veri e propri “paesi”, i paesi che scorrono ai lati della strada. Sembrano, piuttosto, un contorno del tutto privo di importanza: sembrano dei non-posti da lasciarsi alle spalle rapidamente. Appaiono privi di storia, e dall’identità incerta, persino “superflui”, perché sembrano solo cocci disposti casualmente ai lati di quella pista d’asfalto che il Boom economico degli anni Sessanta ha calato sulle campagne della Valle Trompia per riservare maggior spazio ai motori e, dopo aver frantumato la co
munità degli uomini, imporre un regime che avrebbe obbligato tutti a ritmi sconosciuti e tempi sincopati. Alla velocità. Alla fretta. E che avrebbe per sempre messo in pericolo chi non vi si fosse adeguato.

Invece una storia, e che viene da lontano, questi paesi ce l’hanno. E pure una precisa identità. Infatti, se solo si abbandona la Triumplina, si può bene vedere come la dimensione sociale e comunitaria resista, ma è come se, per difendersi, si fosse nascosta, appartata in luoghi protetti come farebbero i guerriglieri nella giungla, diventando, perciò, realtà “intima”, riservata, cioè, esclusivamente a chi già la vive e “sa” o ai curiosi per natura. E preclusa a tutti gli altri. Paradossalmente penso sia proprio la Triumplina, con tutto il suo traffico, che ha salvato gli aspetti più peculiari di questi paesi – che, se non si fa caso ai cartelli con i nomi, non si riesce a capire bene dove inizi uno e finisca l’altro – isolandoli dal traffico di passaggio mediante una barriera fatta da qualche azienda e dall’infilata dei consueti esercizi commerciali: i necessari benzinai e i bar da caffè rapido e da panino in piedi. Il Mc Donald’s. I magazzini dei cinesi. Sono tutti edifici noiosi, privi di interesse, convenzionali che si troverebbero ovunque. E che nascondono quel “resto” che non si ha né il tempo, né la curiosità di immaginare. E allora si ignora tutto quanto. E così lo si lascia incontaminato.

Provenendo da Brescia, il comune di Concesio inizia poco prima del supermercato Auchan, eppure la percezione è inversa. Persino più avanti, dove si trova l
a torre del Mc Donald’s, si ha ancora la sensazione di essere nella periferia della Città. Eppure, se poco prima del supermercato si gira a destra, si potrà viaggiare parallelamente alla Triumplina, inseriti però in un contesto decisamente più a misura d’uomo. Da queste parti, a Sant’Andrea e poi a Roncaglie, per dire, c’è ancora la estesa e prestigiosa dimora di un nobilotto locale che però non gli appartiene più perché travolto dalla gestione illecita delle proprie attività imprenditoriali. Il panorama è piacevole, costituito da un insieme ordinato e ben tenuto di villette mono o plurifamiliari, realizzate con cura e gusto. Ci sono ampi spazi verdi. Il traffico è modesto e  scorrevole. Qui ci sono le scuole, la biblioteca, servizi di interesse pubblico, impianti sportivi. Il ricordo dei bar com’era una volta. E c’è una verde collina sulla destra che offre una vista davvero rilassante. Procedendo, rialzata rispetto al livello stradale, c’è la Pieve e indica la frazione che conserva il suo carattere antico oltre che per la Chiesa, che sta lì dall’anno Mille, anche grazie alle architetture civili e residenziali. Ancora più a nord, ma alla sinistra della Triumplina, c’è la frazione Costorio, che nella sostanza è un agglomerato residenziale non sprovvisto di servizi e negozi, alcuni provenienti dai tempi andati. Indirizzandosi verso la collina di Gussago, poi, si va a finire in San Vigilio che fu paese autonomo per più di seicento anni prima di essere annesso a Concesio nel 1928 ed è contrassegnato dal fascino delle piccole comunità dove ci si conosce tutti e niente di davvero brutto sembra poter mai accadere. Da lì parte una strada interna, decisamente pittoresca che, incuneandosi fra le case, arriva fino a Villa Carcina per poi innestarsi definitivamente sulla via principale.

La strada che mette in comunicazione ben tre valli bresciane, Val Trompia, Val Camonica e Valle Sabbia, per chilometri si sviluppa secondo questo criterio. Anche a Gardone Val Trompia dove, dopo la Fabbrica d’armi Beretta e superata la zona più centrale, sulla sinistra prendono avvio percorsi che portano a gradite sorprese: per esempio a Inzino, dove il torrente Re si insinua nel fiume Mella e da dove inizia un percorso che, in mezzo ai boschi, salite e discese ripide porta in poco tempo, costeggiando il corso d’acqua, fino al Monte Guglielmo. Più su c’è Magno località in cui passava le vacanze Giuseppe Zanardelli e che apre alla passeggiata in Caregno. Magno si raggiunge mediante una via fatta di tornanti e passando per una località chiamata Padile. Ci sono stato per qualche tempo, lì, in quello che allora era solo un triste quartiere-dormitorio, dove noi obbiettori di coscienza eravamo una curiosità, un elemento di svago per i ragazzi che nel tempo libero non avrebbero proprio saputo che fare. Accudivamo un signore dimesso dal manicomio, dopo un trentennio, in seguito all’entrata in vigore della legge Basaglia: vivevamo con lui e il piccolo appartamento messo a disposizione dal Comune era una specie di luogo di aggregazione aperto a tutti. Davanti c’era la cascina di un contadino che, come tutti gli adulti della zona, all’inizio ci guardava con sospetto, ma poi ci prese in simpatia. Dal sua appezzamento di terra ogni tanto partiva una fucilata, così, in mezzo alle abitazioni. Del tutto noncurante dei calendari venatori, quando vedeva una preda che potesse interessargli, semplicemente la “tirava giù”. Avemmo la fortuna di assaggiarla quella selvaggina un giorno, annaffiandola con vino nostrano e digerendola, poi, grazie ad una poderosa grappa, ovviamente di contrabbando e distillata clandestinamente nei boschi lì intorno.

Perché una volta, ancora più di oggi, bastava staccarsi di solo qualche centinaio di metri dall’arteria principale per ritrovarsi in un’altra realtà, con altre regole e usanze, una specie di zona franca, un rifugio dove il tempo s’era fermato a qualche decennio prima e dove, per questa ragione, la libertà di assumere qualche comportamento eccentrico e non proprio osservante delle leggi e regolamenti era tollerata, a patto, però, che fosse orientata ad un “buon senso” tradizionale e non travalicasse i confini di quella riserva.

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Il racconto della montagna a portata di mano
24 Aprile 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

23 aprile 2017

Edolo, Sonico

 

Una parte dell’infanzia l’ho passata fra quelle montagne così a portata di mano, bambino privilegiato con “zii costoni” da vessare senza pietà. Lo zio Mario, tornato a piedi dall’Albania dopo essere stato spedito a “spezzare le reni alla Grecia” (evento che, per fortuna, lo salvò dall’essere inviato a “spazzar via” l’URSS di Stalin), avrebbe fatto il barbiere per alcuni anni, prima di aprire un bar in piazza. lo zio Lino, invece, era un ex-maestro elementare. Ma nella piazza di Edolo ci abitava pure mia nonna, ma non c’era grande sintonia con lei.

la madre di mia madre, infatti, non mi ha mai perdonato di essere l’ultimo nato di quel trentenne bassaiolo dai modi spicci che, nel ’38, le aveva portato via la figlia più grande, di soli 19 anni. Era arrivato per costruire il Municipio e il ponte che, proprio lì davanti, scavalca il fiume Oglio del quale aveva pure pavimentato un tratto significativo. Quando mezzo secolo fa andavo a Edolo in vacanza, spesso capitava che qualche anziano mi riconoscesse, ricordasse mio padre morto da poco e raccontasse ammirato di quando il “suo” ponte aveva retto pure il peso dei carri armati e dei blindati tedeschi durante la guerra. Dicevano che l’avesse collaudato alla buona, facendoci transitare camion sovraccaricati per raggiungere il peso richiesto e guidati da muratori più fidati. Ho continuato per anni ad andarci, ma i vecchi un po’ alla volta sono morti tutti. Sono rimaste però molte cose  di allora che, tutt’ora me li ricordano. La fontana con il cervo arpionato dall’aquila, per esempio, alla quale andavo a bere un’acqua ghiacciata perfetta e indimenticabile che d’estate s’affollava di trote e altri piccoli pesci.

Spesso era lì che si fermava la gente a chiacchierare. Fra loro un vecchio partigiano che su queste montagne che hanno conosciuto bene la ferocia e l’orrore per via delle terribili nequizie subite in quantità, aveva operato.  Con lui mio zio ricordava di quella volta che alcuni partigiani scesero nel suo negozio oltre l’orario di chiusura per farsi ripulire a fondo di barba e capelli vecchi di mesi. Nel negozio c’era anche mio fratello – all’epoca un bambino – così come c’era anche qualche giorno dopo quando, per farsi sbarbare, entrarono alcuni soldati tedeschi. Ridevano, adesso, davanti alla fontana prima di andare a bere un bianco, l’anziano combattente e mio zio mentre ripensavano alla domanda che mio fratello, nato nel 1941, scandì per benino di fronte ai soldati:” zio… chi erano quei signori che sono stati qui l’altra sera tardi a farsi tagliare via tutta la barba e i capelli?”.

Mentre sorrideva, vent’anni dopo, negli occhi dello zio la paura tracciava ancora il suo solco doloroso, impossibile da eliminare, scaturita dalla consapevolezza che barba e capelli lunghi erano sinonimo di “partigiano”. Per sempre in azione quegli attimi di paura, anche se allora era riuscito a liquidare le parole del bimbo, fortunatamente nemmeno ben comprese dai tedeschi, con uno scappellotto e una risata.

Da Edolo serviva davvero un niente per portarsi, in auto, all’inizio di escursioni straordinarie. Ho potuto così imparare a conoscere ed amare queste montagne dolci, fatte anche di passeggiate poco impegnative, lungo il fiume Oglio, al bosco del Faeto o più giù, nei boschi intorno a Sonico. Oppure i saliscendi per vicoli del paese , dove spesso incrociavi, alla sera, un contadino che guidava un paio di mucche verso la stalla di casa. O il ripido sentiero per la frazione di Mù da  dove la chiesa parrocchiale, vicino al camposanto, domina tutto il paese. Da Edolo per escursioni più lunghe si possono scegliere due tragitti opposti che portano al passo dell’Aprica col quale si va in Valtellina e nella provincia di Sondrio oppure al Passo del Tonale, che porta in Trentino.

Abbandonata l’auto, iniziano i sentieri e mulattiere. Sono vie di partigiani e soldati, di contrabbando e contrabbandieri, ed infatti da queste parti l’amore per i finanzieri – che vengono spregiativamente chiamati “finanzini” – non ha mai raggiunto l’altezza delle vette alpine che si possono vedere intorno. Il contrabbando per secoli è stata un’attività fiorente e  i miei ricordi mi rimandano alla gran quantità di sigarette illegali che girava alla luce del sole. Si vociferava addirittura che proprio sotto l’altare della Chiesa Parrocchiale di Corteno Golgi – sulla via dell’Aprica e raggiungibile per percorsi sotterranei e misteriosi – fosse collocato il deposito di quelle merci.

Generalmente le si potevano comprare in pessimi bar e osterie. La migliore, una vecchia cascinotta incastonata fra le altre abitazioni la trovavi all’entrata del paese, dopo il passaggio a livello. Sull’angolo la scritta: ” Rondine bar e trattoria”. Lunga, stretta e malamente illuminata era avvolta da una persistente puzza di legna bruciata, stalla, pessimo cibo e alcol mal digerito. Lungo le pareti erano esposte quantità di oggetti curiosi: cimeli bellici ed etnici, orribili quadretti e calendari dall’erotismo tollerabile. Vicino al balcone un rosso pappagallo puzzolente e multicolore talvolta, ma mai a comando, gridava qualche parolaccia. Da una porta vetri in fondo al locale si poteva accedere al cortile interno che era anche un parcheggio polveroso dove i più arditi e meno schifiltosi, nella bella stagione, potevano consumare tradizionali piatti semplici. C’era un piccolo portico e una stalla buia dove era legato l’asino con “l’affare” più lungo del Mondo intristito dalla reclusione che pur gli aveva salvato la vita, ma che per sempre gli avrebbe impedito di mettere a frutto la sua singolare caratteristica.

Ma la vera star era la “scimmia dalle palle blu”, famosa nell’Alta Valle che, incatenata ad un trespolo, molestava gli avventori che le si avvicinavano con il loro ennesimo bicchiere in mano. A quel tempo erano diffuse e tollerate bestialità come tingere l’epidermide delle bestie o il piumaggio dei pulcini per sorprendere i clienti. E venivano allestiti piccoli zoo surreali: un diversivo da poco per gente alla buona. Alla Rondine ci sono ripassato da adulto per comprare una stecca di Marlboro, poco prima che chiudesse per sempre. Non ho riconosciuto nessuno e nessuno ha riconosciuto me, ma ci ho provato lo stesso. Dopo aver negato di averle il barista sornione mi ha chiesto in dialetto: ” El de la finansa, lù, sior?”. Uscendo ho sorriso sapendo che non ci sarei più tornato. Mentre risalivo in auto un tizio dall’inflessione camuna si è avvicinato e mi ha chiesto se “magari” mi interessava della “roba buona”.

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Il racconto dei “ladri” e dei “galleggianti”
18 Aprile 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

16 aprile 2017

Ospitaletto e Travagliato

 

Nel tempo in cui, in assenza di Centri Commerciali e superstrade, i Paesi dell’Hinterland erano ben distinti dalla Città e fra di loro, ancora non esisteva il concetto di “consumo del territorio”; non di meno, si “consumava” meno territorio e le soluzioni di continuità fra paesi confinanti erano costituite quasi sempre da vaste distese di granoturco, per la maggior parte dei mesi dell’ anno, e da nuvole di puzza di letame nei rimanenti. Fra Ospitaletto e Travagliato, lungo l’unica via di collegamento, passata la stazione ferroviaria, la Chiesetta di Lovernato e il mulino vi era l’estrema linea di confine costituita da una doppia curva pericolosa proprio in fondo ad un perfido ed invitante rettilineo. Su quel tratto diversi spericolati ci hanno lasciato le penne e molto numerosi sono stati gli incidenti con conseguenze meno gravi, perché, provarci il motorino nuovo o correrci con l’auto dei genitori, era una prova di coraggio, quasi un battesimo della guida, alla quale difficilmente si sottraevano i giovani di allora.

A Travagliato, dentro all’Oratorio, c’era la “piscina”, l’unica della nostra zona e che in sostanza era una vascona scoperta, nemmeno tanto grande e poco profonda, che ovviamente funzionava solo d’estate. Da ragazzini ci andavamo in bicicletta e, a forza di pedalate cercavamo anche noi di provare il brivido della velocità e l’ebbrezza della paura nel percorrere le “curve della morte”. Evitavamo, tuttavia, istruiti agli usi e costumi del nostro paese, di intrattenere rapporti di cordialità con i ragazzini dell’altro, perché, come avviene spesso anche tra vicini di casa che condividano un’area comune, la contiguità geografi ca dei due Comuni sollecitava l’antipatia e le rivalità fra i rispettivi abitanti, tanto che si erano consolidate nel tempo due definizioni egualmente offensive con cui gli uni indicavano gli altri.

Gli abitanti di Travagliato a Ospitaletto avevano fama di essere malfattori e perciò “ladri”, mentre quelli di Ospitaletto erano chiamati, dai vicini, proprio in virtù del proprio essere a Nord cioè “ più su”, “galleggianti” richiamandosi allusivamente alla proverbiale caratteristica dello stronzo. In compenso, nel paese più a nord era stata messa in circolazione la battuta-sketch:”Sei di Travagliato? Giù le mani dal banco”.”Ma io sono il figlio del sindaco”. “Allora esci subito dal negozio…”. Bisogna dire che quelle persone di Ospitaletto che godevano di cattiva fama, e che ci tenessero a mantenerla, vantavano spesso misteriosi collegamenti con “gente di Travagliato”: era lì – senza bisogno di recarsi “fino in Città”, cioè al Carmine – che secondo le voci, si potevano addirittura acquistare alcol e sigarette di contrabbando, mentre, c’era chi sosteneva che (come a Forcella a Napoli e più facilmente che al Carmine) vi si potessero trovare le cose rubate e perfino armi. Se ti spariva la bicicletta o il motorino, la domanda di rito degli amici era “Hai guardato a Travagliato?”. Leggende, ovviamente, ma d’altro canto bisognava pur prendersela con qualcuno e far passare il tempo.

Con queste premesse, ogni volta che al Torneo “notturno” si disputava una partita fra le due squadre di Amatori, sui bordi del campetto dell’Oratorio venivano sempre chiamati a vigilare due o tre Carabinieri che poi “si perdevano via”a guardare la partita e, se del caso, venivano richiamati, alla prima scintilla di tafferuglio, da qualche ragazzino volenteroso e legalitario che li raggiungeva trafelato. L’oltraggio più grave che l’ adolescente di uno dei due Paesi potesse riservare a quelli dell’altro, però, era sicuramente quello di corteggiarne una ragazza. Allora si scatenavano ire che a volte potevano portare a vere e proprie risse seguite da spedizioni punitive. L’ultima che io ricordi avvenne ch’eravamo già verso la fine degli Anni Settanta. Una domenica d’estate, in un pomeriggio “troppo azzurro e lungo”, in cui “non c’era neanche un prete per chiacchierar” un paio di ragazzi di Travagliato in trasferta sentimentale vennero provocati, insultati e aggrediti da alcuni giovani residenti – niente a che vedere con le coltellate facili e la cattiveria attuale – e presero alcuni ceffoni prima di scappare. Tornarono poco dopo, insieme ad un paio di amici, in cerca di vendetta, ma, ancora una volta, dovettero andarsene condannati dall’inferiorità numerica e dalla disorganizzazione. Il lunedì e il martedì erano giorni in cui non usciva di casa quasi nessuno, ma già dal mercoledì cominciarono gli avvistamenti sospetti. Puntualmente il venerdì sera arrivò in Piazza San Rocco a Ospitaletto una colonna di tre – quattro vetture dalle quali scesero una dozzina di ragazzotti dalle evidenti cattive intenzioni.

Ma erano attesi. Sotto i portici del bar che s’affaccia tutt’ora sul parcheggio stazionavano numerosi giovani che, immediatamente, fecero i debiti collegamenti ed essendo nell’età delle decisioni rapide, soprattutto se sbagliate, si avvicinarono di corsa al gruppetto che intanto “prendeva le misure”. Uno dei nostri, che anni dopo sarebbe “morto sparato” per oscure ragioni, si fermò alla propria auto, aprì il baule e dopo averne estratto una mazza da baseball, si gettò nella mischia. Un altro, prima di raggiungere la zona degli scontri, agguantò una bicicletta e la scagliò verso le auto degli odiati travagliatesi. Le bici erano ancora di metallo piuttosto pesante, ma quella attraversò i circa quindici metri della piazza come fosse stata di carta. L’unico omosessuale ufficiale del tempo, che del tutto casualmente si trovava nel parcheggio in attesa dell’amico con cui doveva andare al Gattopardo di Cologne, prima discoteca gay bresciana, sconvolto si precipitò al telefono vicino al cesso del bar per chiamare i carabinieri.

La telefonata fu isterica e concitata e si concluse, per accelerare l’intervento delle riluttanti forze dell’ordine, con una minaccia di svenimento che sembrava tratta da “Il vizietto”, film appena uscito. Quando l’ebbe terminata, “svenne”, ma dovette rinvenire da solo perché tutti i pochi che erano rimasti nel bar erano più interessati alle mazzate e alle urla che si sentivano fin lì. Alla fine la nuovissima Fiat Ritmo con a bordo due giovani Carabinieri e il Maresciallo arrivò, ma quando tutto era ormai finito. Fecero qualche domanda qua e là ottenendo ben poche informazioni: nessuno sapeva niente. Tutti eravamo appena arrivati. Bevvero un caffè e se ne andarono. E quella contesa, alla maniera di certi falò, si esaurì quella sera, improvvisamente così com’era cominciata, senza ulteriori scontri o spedizioni.

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Il racconto della corsa più bella del mondo
9 Aprile 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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9 aprile 2017

Brescia

 

Potrebbe sembrare frutto di un accordo fra Comitato Organizzatore e Padreterno la regolarità con la quale ,il giorno della partenza, spesso piove, quasi a voler rendere più eroico per i piloti e più divertente per il pubblico l’inizio dell’impresa. I detrattori della manifestazione, invece, soprattutto i pendolari automuniti che risentono delle inevitabili conseguenze che l’invasione delle storiche auto della Mille Miglia produce sul traffico in ogni parte della Città, sono portati a credere che la pioggia sia giusta conseguenza delle loro maledizioni. In ogni caso – e pioggia o no – quando nel tardo pomeriggio del venerdì la corsa inderogabilmente parte dai Giardini Rebuff one di Viale Venezia gran parte della Città si mobilita per assistervi. La Mille Miglia ha il fascino indiscutibile delle belle signore che sono state femme fatale. Di quelle donne che in anni ormai lontani avrebbero potuto far cadere uomini, tremare fortune economiche, causare ribaltamenti politici.

Alcune fra di loro, quelle che non hanno accettato che il Tempo le mettesse da parte, sono diventare rancorose, come drammaticamente fu per, esempio, Virginia Oldoini, Contessa di Castiglione – e cugina di Cavour- le cui notti d’amore con Napoleone III modificarono il corso della Guerra di Crimea. Le altre, le mature cocotte che hanno saputo adeguarsi al trascorrere degli anni imparando ad indossarne le offese con lo stesso stile con cui in precedenza hanno portato per il Mondo la bellezza e la seduzione, bé, sono le privilegiate che mantengono del tutto inalterata la loro aura e possono perciò continuare a provocare emozioni della stessa intensità di una volta, anche se di diversa natura, in vecchi e nuovi ammiratori.

Così è per “La Corsa più bella del Mondo”, che in realtà è diventata una gara di regolarità e una rievocazione storica e si sviluppa, perciò, con criteri piuttosto lontani da quelli dei suoi inizi. Quando Aymo Maggi, Renzo Castagneto,Giovanni Canestrini e il clarense Franco Mazzotti esattamente novant’anni fa, si inventarono la Mille Miglia, non erano certo ignari dei proclami rivoluzionari che solo pochi anni prima erano stati proposti dal Manifesto Futurista di Marinetti: “Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità”, oppure: “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.”, o ancora: “Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.” (si noti che automobile era sostantivo maschile e la pratica di guidare indiscutibilmente virile) In un articolo de La Stampa del 27 marzo 1927 troviamo definito con precisione l’evento e lo spirito che animava i suoi pionieri: “…Mille Miglia: suggestiva frase che indica oggi il progresso dei mezzi e l’audacia degli uomini.

Corsa pazza, estenuante, senza soste, per campagne e città, sui monti e in riva al mar
e, di giorno e di notte. Nastri stradali che si snodano sotto le rombanti macchine, occhi che non si chiudono nel sonno, volti che non tremano, piloti dai nervi d’acciaio.» Lo Spirito della Corsa, l’ Ardimento dei piloti e l’Ammirazione del Pubblico ci vengono raccontati nell’ Amarcord, di Fellini. A me informazioni analoghe pervengono dai ricordi d’infanzia di Luigi,un amico oggi anziano, che all’epoca abitava a Pontevico. Provenienti da Cremona i bolidi era proprio attraversando gli ampi campi di quel Comune che entravano in territorio bresciano. Luigi mi dice dell’emozione dei bambini di allora – privi dei divertimenti e delle molteplici novità che perseguitano l’infanzia di oggi – che si rincorrevano dietro alle balle di fieno disposte lungo i tratti più pericolosi, in trepidante attesa che passassero quei mostri splendenti e manovrati da eroi in larga parte dai nomi sconosciuti. C’erano gli adulti a sorvegliarli svogliatamente e più per passare il tempo che altro si impegnavano nella ricerca di notizie frammentarie: erano approssimativi gli orari del passaggio, del tutto sconosciute le classifiche provvisorie, i tempi.

Le caratteristiche tecniche dei mezzi potevano talvolta anche essere enunciate da qualche sapientone, ma difficilmente venivano comprese appieno dagli astanti. Ma la confusione sollecitava risate, qualche eccesso alcolico, talvolta isolate licenze favorite dall’oscurità. Spesso spuntava una fisarmonica e partivano le cantate. I nomi dei piloti, salvo alcuni che erano già divenuti leggendari, non erano noti agli adulti, se non a quelli che proprio erano specialisti sfegatati. Ce n’era uno però che era famoso da quelle parti, perché il suo cognome era la parola più usata intorno all’ora di pranzo in tutte le osterie della zona, una delle quali era proprio del papà del mio amico. Si chiamava Campari, ed era della dinastia dei produttori del noto e intramontabile aperitivo tuttora regnante, quel pilota. Il mio amico sostiene – mentendo come un guascone – che proprio nell’osteria del padre, venne inventato il “Campari in due col bianco”. Guidava, il Campari, un’Alfa Romeo e per via della frequentazione quotidiana così insolita con tutti i bevitori locali, godeva del tifo della maggior parte dei pontevichesi a prescindere, anche se non credo che questo abbia mai interferito con le sue prestazioni.

Ad alimentare la partigianeria dei bambini c’era anche la fantasia di Luigi che assicurava che una volta “el sior Campari l’è pasat ‘na sera, en incognita, a saludà el me gubà” per ringraziarlo dell’invenzione. Ogni volta che vado a fare un giro, alla punzonatura dei veicoli – che sono ormai veri e propri patrimoni su ruote – dalle parti di Piazza Vittoria, mi accorgo che è sempre più complicato muoversi persino a piedi, come, nemmeno alla fiera d San Faustino. Sono numerose le zone off limits per coloro che non abbiano, appeso al collo, il pass che è anche un po’ uno status symbol. Eppure, è un’intera umanità fatta di belle ragazze vestite bene e signori dal casual azzimato, spesso col cappellino con il logo della corsa in bella vista, famiglie con bimbi al seguito, curiosi , pensionati, gente comune, insomma, quella che si muove agilmente nel baillame costituito ormai anche da sponsor sempre più essenziali per tener su tutto quello spettacolo che nessuno vuole mancare. La passerella di vecchie signore orgogliose e seducenti è ancora in grado di suscitare passioni e di accendere fantasie. Di illuminare nostalgie.

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Il racconto dei villaggi di montagna
2 Aprile 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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2 aprile 2017

Cimbergo, Cerveno, Ceto

 

E’ un po’ come si fa con certi quadri. Per vederli meglio vanno guardati da lontano. E’ la loro vista di insieme che dà l’emozione, e cattura; si pensi alle Ninfee, all’Orangerie. E’ solo da una certa distanza, lo si capisce, che si può collegare il loro miracolo che prende forma sulla tela, dove si vede il tempo che passa, inafferrabile eppure consistente, e la luce sotto forma di bagliori, ombre leggermente colorate, le nuvole, i riflessi. E infine, le ninfee stesse che davvero sembrano essere agitate da movimenti impercettibili sul pelo dell’acqua.

La loro immobilità incontrovertibile confligge vistosamente con la nostra percezione, perché si muovono, e lo vediamo perdio! Allo stesso modo, mentre in una sera di quegli inverni rigidi che in pianura nemmeno si conoscono più – e il cielo è terso e stellato – si percorre la strada che lungo la Valcamonica interseca qua e là con l’Oglio, affascina ed emoziona la vista di gruppi di luci incastonate nella montagna, quasi fossero presepi appiccicati sui costoni da una mano in vena di stupire.

Quasi fossero stelle cadute che si sono inchiodate nel posto sbagliato. Sono le luci dei villaggi della nostra montagna. Agglomerati di poche case,  e pochi ad abitarci. E’ una visione, questa, fatta di macchie e pennellate che sembrano confuse, che sono i ricordi e immagini immaginate e che si racconta immediatamente la vita di coloro che in queste isole ci vivono.  Sono “impressioni” che ci suggeriscono le condizioni di chi ci viveva decine di anni fa quando i mezzi di trasporto erano  più rari, le strade più sconnesse, le esigenze più limitate, la vita più dura.

Un pezzo personale di quell’ordito è racchiuso nei racconti di mia zia che ci ha fatto la maestra elementare in questi posti e me ne raccontava per dirci quanto eravamo fortunati noi, col cesso e il riscaldamento in casa e la mamma per tutto. Negli anni Sessanta, gli anni che per il resto del paese sono  stati quelli del boom economico industriale,  i bambini qui d’inverno arrivavano a scuola coi “tròcoi”, gli zoccoli di legno malamente intagliati. Affrontavano il freddo resi intrepidi da colazioni ritenute corroboranti, perché costruite da tazze di caffè d’orzo corretto con abbondanti dosi di vino rosso nostrano, zuccherato in notevole quantità e un grosso tassello di burro fatto in casa.

Il pane vecchio, o la polenta avanzata, ci veniva sbattuto dentro e ne usciva una zuppa inebriante e fortemente calorica. Quando c’erano, i cappotti erano del famigliare verde militare, rivoltati più volte, spesso avevano servito pure la generazione precedente. Calzoni corti in ogni stagione per quei bambini che a turno portavano a scuola un grosso ciocco di legno che serviva per alimentare la stufa in classe. Non c’era un’amministrazione pubblica che sollevasse da tutti i problemi, bisognava fare da soli, e anche questo serviva a chiudere ulteriormente in sé quella comunità, obbligata dalla distanza dalle città ad essere autosufficiente in tutto.

Attraverso Viottoli stretti fra case che repentinamente sfociavano nei prati e nei boschi i bambini trascorrevano il tempo dell’infanzia, che era sempre piuttosto contratto, e apprendevano soltanto quei pochi elementi indispensabili per leggere e fare  di conto. Tanto il loro destino era già ampiamente scritto prima che nascessero. Terra di agricoltura e pastorizia, questa. Di stalla e puzza di letame. Di isolamento. Di galline che ti entravano in cucina. Di topi che ti giravano di notte. Nessun bambino all’epoca era esentato dall’impegno quotidiano. Nessuno era troppo giovane per non doversi rendere utile. La condizione di Giotto che disegnava mentre accudisce e controlla le pecore, e che noi di città conoscevamo per via del fatto che era immagine stampata sulle scatole dei pastelli omonimi, quei ragazzini, che quei pastelli di marca nemmeno li avranno mai visti, la vivevano quotidianamente.

Nella bella stagione raggiungevano il pascolo, nella brutta lavoravano nelle stalle. Le mucche non conoscono né Natale, né Pasqua, né domenica e vanno munte ogni giorno: mungere è facile e s’impara subito. Non erano esentate nemmeno le mamme dal lavoro negli appezzamenti pianeggianti e così le vedevi col forcone in mano a rivoltare il fieno che essiccava, mentre il neonato dormiva un sonno irrequieto, fra le mosche e il suono dei campanacci di poche mucche, depositato in una cesta appesa al ramo di un albero. Un’altra macchia del mio quadro impressionista e costituito da una Natura che gli forniva tutto l’indispensabile e siccome esclusivamente alla Natura ci si poteva affidare erano solo le cose davvero necessarie a costituire oggetto di desiderio.

Questa abitudine diventava un’attitudine che poi avrebbe istruito ad un realismo che avrebbe aiutato, nell’età matura, ad affrontare e vincere le avversità di cui questa terra è prodiga. E a risparmiare usando il minimo di tutto, anche delle parole. Quando ci andavo, talvolta, con gli zii, soprattutto nella bella stagione mi colpiva la qualità dei doni con cui la Natura premiava quegli uomini che la servivano rispettosamente, i frutti del bosco: more, lamponi e mirtilli in grande quantità. I funghi. Le castagne. In cambio chiedeva dedizione assoluta: così come non c’era infanzia del tutto scanzonata, non c’era età da pensione, qui.

E gli anziani erano orgogliosi di continuare a fare qualcosa fino alla fine. Ce li ho pennellati negli occhi, e mi rendo conto che sembrano immagini scontate, i vecchi con la loro cicca all’angolo della bocca che trascinano gerle enormi, che li nascondono quasi del tutto, che capisci che da qualche parte c’è un uomo solo perché sai le gerle piene di fieno non vanno in giro da sole. Oppure intabarrati, col freddo. Era gente silenziosa, che la bocca l’apriva solo per lasciar sfuggire lo stretto indispensabile. In quegli anni qui nemmeno sapevano cos’era la tv che fra l’altro, per l’assenza di ripetitori, sarebbe stata impossibile da ricevere.

C’erano le “storie” , allora, alla sera, raccontate dai vecchi ai bambini nella stalla riscaldata del fiato delle mucche. C’erano le preghiere e rosari interminabili dall’improbabile latino per le vecchie. E, sorprendentemente per quella gente incolta, c’era qualche libro: Sue con i suoi misteri parigini, Manzoni, Hugo. Le storie d’appendice del Brigante Spiridione. Ora non sono poche le parti di questi luoghi che giacciono nell’abbandono. Andandoci a camminare talvolta si sente il rumore dei motori di strumenti meccanici, di motocross. Di fuori strada. Puoi trovarci i vuoti in plastica degli arditi della mountain. E allora, come si fa con le ninfee, meglio non avvicinarsi troppo. Meglio guardare da lontano. Da lontano anche nel tempo.

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Il racconto delle X Giornate e quello delle altre dieci
27 Marzo 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

26 marzo 2017

Brescia, le piazze

 

E’ il mese di marzo 1849. I patrioti bresciani stanchi di subire iniziano proprio dalla salita che costeggia “Il frate” l’attacco alla guarnigione austriaca arroccata in Castello. Sono guidati da uomini che finiranno sui libri di storia: Tito Speri, ma anche Sangervasio, Fiorentini, Gualla e molti altri. Nel corso dei dieci giorni di combattimenti saranno numerose le vittime che nei libri non ci finiranno mai, ma avranno fornito quella prova di eroismo che varrà per Brescia la denominazione di Leonessa d’Italia.

E’ il mese di settembre del 1978. Alcuni giovani trasportano e maneggiano attrezzature per concerti e spettacoli. Sono in piazza Duomo, ora, e stanno montando un palco mentre pensano che dopo domani sarà la volta di Piazza Vittoria. Non sono la maggioranza dei giovani bresciani. Ma agiscono come se lo fossero. Vogliono portare un po’ di novità in una città piuttosto spenta come Brescia, la città “bianca” per antonomasia. Sono stanchi e soddisfatti perché nonostante le critiche degli ambienti più reazionari della città gli eventi fin qui proposti hanno avuto un buon successo di pubblico. E’ la prima manifestazione del genere che si svolge a Brescia e l’ha organizzata il Partito Radicale insieme a varie associazioni, in primis quella degli omosessuali. La kermesse durerà dieci giorni e, in memoria di quelle eroiche di un secolo prima, si chiama proprio “Le Dieci Giornate di Brescia”.

***

Coloro che sono nati in ritardo per viverci penseranno siano difettose di lenti con cui osservo quel periodo. Del resto è una caratteristica diffusa quella di cedere alla nostalgia, ed è tollerabile in coloro che sanno di avere davanti meno anni di quelli che ormai si sono lasciati alle spalle. Succede, così, che il ricordo della propria giovinezza prenda alla gola e la consapevolezza di ciò che un po’ alla volta si è diventati trasformi quel passato in paradiso perduto. Quando ci si mette, la nostalgia travolge tutto e con l’abilità di un baro professionista riesce a cambiare le carte in tavola e a convincere gli incauti giocatori destinati a perdere sempre, che il passato sia stato esente da dolori, traumi, difficoltà.

Li spolpa prima di abbandonarli ad un presente che fa paura, non è dato di comprendere a fondo e si rivela sempre piuttosto deludente. Invece, quando penso agli anni Settanta, non ignoro i virus che li hanno contaminati e anzi, li osservo con attenzione per cercare di capire se non siano stati proprio quelli ad uccidere la possibilità di allora, a spianare la strada dapprima ad una normalizzazione e poi alla riprogettazione delle persone, modellandole in funzione del nuovo mondo che si annunciava. Penso agli errori tragici di quegli anni, alle vite umane buttate via per inseguire chimere originate dal colpevole sonno della ragione che affligge talvolta taluni Uomini. O alle vite sprecate nella ricerca di inesistenti dimensioni alternative. A quelle irrimediabilmente compromesse. Da quegli anni sono molti a non esserne usciti vivi. E molti vi hanno smarrito l’umanità. Ma è proprio questa consapevolezza che mi rassicura perché vi ritrovo la conferma che non è la nostalgia acritica ad avermi catturato,  ma piuttosto è la memoria che sta facendo il suo dovere, selezionando il passato e distinguendone i vari aspetti.

La memoria mi dice che gli anni Settanta sono stati meravigliosi e indimenticabili non perché avevo vent’anni, ma perché molti giovani di allora rivendicarono per sé un ruolo attivo nel cambiamento di ciò che avevano trovato. Sicuramente abbiamo sbagliato in molte occasioni. Dalla nostra parte, almeno la buona fede. Le ottime intenzioni. Che non bastano, è vero. Ma spiegano quel mondo. Gli strumenti per questa stagione di idee in movimento si chiamavano impegno politico, ma anche fantasia, creatività, musica. “Partecipazione” era la parola chiave: partecipare, esserci, sentirsi parte di una fra le tante comunità.

***

Nel corso delle “seconde” “dieci giornate radicali” arrivarono a Brescia, fra gli altri, Livia Cerini con il suo cabaret, Gianco e Manfredi, cantautori e, il secondo, successivamente, scrittore. Gianna Nannini. I film di Nanni Moretti. Nel corso di una improbabile sfilata di moda in piazza Duomo, uno del Kollettivo Trousses Merletti Cappuccini e Cappelliere sfilò nudo destando polemiche sull'”altro quotidiano della città”. E poi, lo spettacolo di Alfredo Cohen, cantante, attore e attivista del “Fuori”.

Ricordo in piazza Vittoria una sera fredda e un indimenticabile concerto degli Area, il pubblico seduto sulle scale della Posta e Demetrio Stratos con il maglione bianco ed il “riporto” che aleggiava nel buio a causa del vento. Con la sua voce scolpiva emozioni indimenticate. In quegli anni in cui nessuna Giunta comunale si sarebbe mai sognata di regalare “eventi” ai cittadini, i Radicali l’evento se lo inventarono da loro e per dieci giorni occuparono le piazze centrali della Città con spettacoli, dibattiti, mostre, happening.

La società era molto diversa: gli omosessuali erano “malati” “invertiti”, buoni da sbeffeggiare, per i “maschi veri”, da insultare e picchiare, e solo nel 1990 l’OMS cancellò l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Il diritto al divorzio era stato conquistato da pochi anni. L’aborto legale era ancora lontano da venire. In compenso esistevano ancora il “delitto d’onore” e il “matrimonio riparatore”. Erano anni così, in cui perciò il divario ideale era ben disegnato e solcava la società. Ci  si dava da fare tutti, ognuno per la propria causa. Se i conservatori organizzavano comitati e Madonne pellegrine che avevano il compito di mostrare alla società la sofferenza dei cieli per i peccaminosi percorsi degli uomini – il clero, che pesava più di oggi, era schierato in maniera militante a difesa dello status quo – c’era tutto un mondo laico che non s’arrendeva. Avevamo i nostri social anche noi. Il più frequentato era Piazza Duomo. Per “postare” un’opinione dovevamo incontrare personalmente i destinatari. Per manifestare un’adesione non bastava digitare un “mi piace” sul pc, ma bisognava muoversi.

Da quell’humus sono arrivati i cambiamenti della Società. E mentre osservo la gente d’oggi che mi sembra animata da un “nuovismo” vecchio e pericoloso come l’autoritarismo e inutile come il “disimpegno degli indignati” ripenso a quelle persone dei Settanta che, come i loro avi di centotrent’anni prima, almeno ci provarono ad assaltare non una torre, ma il cielo intero. Nel tentativo audace di portare l’immaginazione al potere.

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IL racconto del pittore e del superenalotto
19 Marzo 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi

 


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

Flero e Poncarale

 

Ci andavamo spesso in quel bar tabacchi che stava sulla strada che dal Villaggio Sereno va verso la Bassa. Lo si trovava sulla strada, a destra, poco prima di Borgo Poncarale, ed era così isolato e invitante che era quasi d’obbligo entrarci a bere l’aperitivo.  Ci andavamo spesso io e Franco F., un anziano pittore che abitava lì vicino, abbastanza noto senza però aver mai sfondato. Nel suo studio che si affacciava sul cortile di un vecchio cascinale di quelli tipici padani, guardavamo qualche opera nuova e chiacchieravamo un po’ e poi, prima di accomiatarci, andavamo al bar. Dentro c’era una ricevitoria del Superenalotto e quel gioco era una gran novità, perché faceva (e tuttora fa) sognare milioni d’italiani.

Oltre alle lotterie – la più importante era quella dell’Epifania – c’erano stati solo Totocalcio e Lotto. Entrambi, però, ben difficilmente avrebbero potuto cambiare radicalmente l’esistenza del fortunato scommettitore che avesse azzeccato il pronostico. Il Superenalotto invece prevedeva che i premi non vinti si accumulassero e venissero rimessi in palio nell’estrazione successiva sommandosi fra di loro al nuovo montepremi. Bastavano quindi poche estrazioni andate a vuoto per creare fortune davvero cospicue che crescevano quanto la voglia di ricchezza delle persone comuni. Circolavano già le teorie statistiche secondo le quali la probabilità di vincere il bottino è di una su 622.614.630 ed è interessante per gli appassionati di numerologia osservare che sono tre 6 a indicare i milioni, le centinaia di migliaia e le migliaia: i tre 6 avvicinati determinano un 666, notoriamente il numero con cui viene indicata “la Bestia”, cioè il demonio del quale il denaro, secondo S. Agostino, sarebbe lo sterco.

Il dato probabilistico così sconfortante e incontrovertibile poco importava: in fondo nessuno poteva impedire ad ogni singolo scommettitore che forse proprio a lui sarebbe toccato di prendere l’unico coriandolo rosso rovesciato da una immensa cornucopia contenente anche gli altri 622.614.629 coriandoli bianchi e dal peso complessivo di circa due tonnellate. Allo Stato, peraltro,
conveniva assai che la gente sperasse in un’eventualità così remota e la riprova è che, nel tempo, le estrazioni settimanali sono passate da una a tre. Per provare a convincere anche i più diffidenti,  si sprecavano persino i telegiornali per aggiornare l’entità di quel tesoro che, ad ogni estrazione, si metteva lì in attesa solo di qualcuno che se lo prendesse. Il costo di quel sogno di vincita, in fondo, era modesto e se non pensavi che avevi ben 622.614.629 su 622.614.630 di buttarle via, le mille lire per giocare due colonne potevano anche essere considerate un investimento sensato. Franco F., il pittore, ci sapeva fare con i sogni. Era il suo lavoro inchiodarli sulla tela, i sogni. Ed era il suo sogno quello di venderle tutte le sue tele, magari non a poco prezzo. Era in guerra costante con il portafoglio, perché constatava l’impossibilità di vivere d’arte in una città smorta come Brescia; per uno come lui che non faceva né paesaggi, né nudi, né, tantomeno, copie o falsi la vita era piuttosto dura, ma Franco F. tutta quella “paccottiglia per mobilifici”, come amava definire il figurativo, non piaceva per niente.

E poi lui non era un semplice pittore, ma un artista
che non intendeva piegarsi e ci teneva a manifestarlo: gli piaceva parlare e sentirsi parlare e sentirsi osservato. Il suo abbigliamento eccentrico, nonostante fosse malandato e consumato dal
l’uso e ignorasse l’esistenza del ferro da stiro, era un’etichetta o addirittura un costume. I suoi vestiti erano sempre macchiati di colore. come se avesse appena lasciato il cavalletto. Al collo portava spesso un foulard variopinto, probabilmente pensava così di attribuirsi un’aura da Via Margutta. I capelli candidi costituivano una specie di vaporosa nuvola su quella testa che non smetteva mai di arrovellarsi intorno a nuovi progetti creativi, fagocitati dalle necessità materiali. E quando iniziava a  descrivere la ragione dei suoi universi fatti di segni tribali sembrava che le nuvole fossero dilagate anche all’interno della sua testa e lo avessero fuorviato dalle strade che percorrono gli uomini qualunque. Era sempre in cerca di un’occasione che lo promuovesse, perché sapeva che sarebbero stati proprio gli uomini qualunque ad acquistare, forse, una sua opera.

Probabilmente fu per questo che quando si seppe, già la sera di sabato 17 gennaio 1998, che la prima grossa vincita del Superenalotto era stata realizzata proprio in quel bar in cui andavamo anche noi decise di agire e la mattina dopo , vi arrivò di buon’ora, non si schiodò più fin quando, nella tarda mattinata, avvenne ciò che aveva previsto: arrivò una troupe della Rai per fare un servizio sull’evento. Franco era lì, con la sua mise delle grandi occasioni: camicia bianca, foulard e giacca scura, che si aggirava sullo sfondo e quando il giornalista, dopo aver registrato le dichiarazioni del barista che giurava di non avere idea di chi potesse aver giocato la schedina vincente decise di rivolgere la stessa domanda ad un cliente qualsiasi il primo che gli capitò a tiro fu proprio Franco F., che affermò come altamente probabile che il sistema vincente fosse stato elaborato proprio dal barista.

Quello, sornione, negava dichiarando che, nel caso, certamente non l’avrebbero trovato lì a versare aperitivi e servire caffè. Ma Franco F. manifestava una certa misteriosa ed inspiegabile sicurezza. Lo vidi anch’io al tg, e devo dire che faceva una bella figura: forse non avrebbe nemmeno avuto la necessità, come invece fece, di dichiarare d’essere un artista alla cui speciale condizione si rifaceva per spiegare anche la sua intuizione. Rubò così un momento di celebrità televisiva, convinto che qualche vantaggio l’avrebbe prodotto, ma si sbagliava, perché ormai era stato escluso da quei traguardi economici che forse avrebbe davvero meritato e non riuscì più a rimettersi sulla carreggiata di una vita serena.

Franco F. l’ha fatta finita nel 2002. Però non si era sbagliato sull’identità del vincitore che era proprio il barista e nel 2009, intervistato in una trasmissione televisiva ammise che sì, quel premio insieme ad alcuni amici fidati l’aveva vinto proprio lui con un sistema. Ci penso ogni tanto e penso che per un momento, nella stessa stanza, vennero a trovarsi tutti i 622.614,630 coriandoli. Erano quasi tutti di Franco F. anzi, praticamente tutti. Come per tutta la sua vita gli mancava solo quello rosso che gliela avrebbe cambiata.

 

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Il racconto degli uomini anneriti
13 Marzo 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com                                                                                                                     13 Marzo 2017

Odolo, Agnosine, Valle Sabbia

 

La montagna è isolata, lontana anche nel tempo da Brescia e isola in un altro secolo quelli che qui ci campano. Rapidamente questa distanza verrà sanata, ben prima della globalizzazione che le annullerà tutte. Ma siamo negli anni Sessanta, adesso e qui si vive ancora di Ferro e Fuoco e Natura. C’è il Chiese, e i suoi affluenti, che scorre e regala acqua benedetta per l’agricoltura, per le bestie e per le fucine dove  è da secoli che si lavora il ferro. Dove lavorano i maschi che non si occupano di agricoltura.

Bepe è uno di loro. E’ seduto all’osteria del paese che è di uno squallore esemplare. Ma qui va bene così, perché sembra fatta apposta per dimenticarsi la vita agra fuori dalla porta, come si fa con i cani, con la differenza che quando esci te lo rimette lei il guinzaglio al collo e ti riporta a casa e non ti molla più, neanche a pranzo, neanche mentre dormi, e che magari è capace di inquinarti pure i sogni se non hai bevuto qualche calice, prima di andare a dormire. Il neon, che fa risparmiare, dipinge animati cadaveri sporchi. L’arrendamento è essenziale e vissuto. Per lo meno è resistente. I tavoli sono anonimi – ripiani in formica, che con una passata di straccio sono pronti e gambe esili di ferro; sempre il ferro,  per Dio, che dà da mangiare a tutta la zona – così come lo è la clientela, sempre quella, solo quella, fatta di maschi stanchi che tentano di rigenerarsi a forza di alcool. Le sedie di legno sembra non ce la faranno a reggere quei culi stanchi, e invece no, resistono. L’unica donna, qui dentro, è quella che sta dietro al bancone, ma ha poco di femminile e non solo perché è su d’età.

Sgobbona, fa anche la parte del marito che è sempre impegnato a giocare a “cicera” con altri avventori, che per lui più che altro sono amici. Pelandroni, dice lei. Ma lo dice per scherzare, perché questa è tutta gente che lavora sodo e lì ci viene a stordirsi, a sfuggire un po’ dalle incombenze. A rabboccare l’ottimismo e la tenacia. E lei è bonaria con tutti loro. E’ il suo ruolo. Mentre suo marito, che l’osteria l’ha rilevata con la liquidazione, gioca e tiene aperto la sera. Bepe è stanco morto. Osserva la donna che va avanti e indietro dal bancone a versare calici. Pensa che non è giustificato lo sforzo: cinquanta lire a colpo. Lire, perché non è ancora arrivato l’euro, agli inizi degli anni Sessanta. Mentre aspetta che suo figlio abbia terminato il  suo primo giorno al forno, guarda fuori. Forse, anche se non lo ammetterebbe, lo cerca con lo sguardo. I vicoli che sbircia dalla vetrina e che vanno su e giù nella parte storica del paese ( ma siamo negli anni sessanta, e nel paese ancora non c’è una zona “nuova”) potrebbero, con un po’ di fantasia, richiamare piccoli scorci di Montmartre. Però il vino sarebbe il suo terzo occhio da poeta se Bepe fosse nella Parigi di metà dell’Ottocento.

Invece sta a Odolo, all’inizio degli anni Sessanta, e per lui è la benda da mettere su quello buono dei due per cercare di modificare la realtà, toglierle  un po’ di profondità e renderla almeno accettabile. Forse Bepe, a Parigi, sarebbe stato uno degli scultori che deformano la realtà dentro la materia, perché col Ferro ci è cresciuto. Invece è uno che con estrema perizia dal Ferro, grazie al Fuoco, alla sua forza magica e alla propria forza così ben celata dal fisico asciutto, tira fuori utensili funzionali e belli. Perché lui sa individuare anche quella bellezza così ordinaria e che si esprime appieno quando li soppesa, e se li vede già all’opera, una volta raffreddati, nella mano soddisfatta.

Già, le mani. Ordina un altro rosso. Se le guarda quelle mani da orco. Forti. Con
le dita così nodose da sembrare rami d’ulivo sfuggiti disordinatamente dal palmo. Piene di cicatrici e graffi, nelle pieghe contengono polvere nera a volontà. Ci si potrebbe fare qualcosa con tutta la polvere che ha addosso, e forse anche dentro quei polmoni che il dottore gli dice sta massacrando con le Alfa. Sì, se solo si riuscisse a rimuoverla. E’ da un po’ che hanno cominciato a dolorare, le sue mani sfruttate per una vita e che non crede piacciano più tanto a sua moglie. Per questo è diventato molto svelto, quando succede, con lei. Per questo e per la stanchezza che ha addosso e che si è fatta inamovibile. Come la polvere che ha anche nelle pieghe del corpo. Che gli macchia le camicie. Che gli rovina l’umore.

Angilì tarda ad arrivare. Avrà trovato qualcuno per strada. Deve imparare a non perdere tempo in giro. Glielo dirà. Deve capirlo che a dodici anni è grande e deve fare la sua parte anche lui. Perché tutto costa e la vita è dura. Bepe lo sa meglio di tutti quanto sia dura la vita in fucina, ma sa anche che è l’unica strada per affrontare quella non meno dura che sta fuori. Ciò che non sa è che nel volgere di pochi anni le fucine chiuderanno e il ragazzo ormai adulto se ne andrà da un’altra parte. Ma adesso sono gli anni Sessanta ed è contento che sia arrivato il momento anche per suo figlio che continuerà ad andare a scuola, perché il padrone gli farà fare solo i pomeriggi. Sarà “el putì de la stanga”, si comincia  tutti così perché è facile controllare il flusso dell’acqua che casca sulle pale del maglio e si comincia ad ambientarsi con la fucina, un antro nero ricoperto di fuliggine che sembra un Inferno popolato di figure grigie dalla punta dei capelli a quelle degli zoccoli. Che dà da magiare.

Il caldo dentro è insopportabile, quasi come il freddo che d’inverno c’è a casa dove il camino non basta certo ad assicurare il tepore necessario. Ma magari imparerà per bene, suo figlio, e diventerà un “maestro” come il nonno. Bepe non c’è riuscito a fare come suo padre. Ma se tutto va bene ci riuscirà lo stesso a farsela una casetta piccola e sua. Un tetto sulla testa che non gli possa portar via nessuno. Magari che si possa vedere il Vrenda che entra nel Chiese. Basta che la montagna continui a sputare ferro. Che la legna non finisca mai e continui a diventare carbone. Che l’acqua continui a scorrere con la sua forza impetuosa. Poi vede Angilì. E’ allora che, mentre si alza per andargli incontro, gli sfugge un “magàre” che non sa neanche lui il perché.

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Il racconto del lago con la camicia nera
6 Marzo 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

05 Marzo 2017

La sponda occidentale del Garda

Acquista davvero una sua emblematica vocazione didascalica la consuetudine del flaneur, il botanico da marciapiede secondo la celebrazione di Baudelaire, se l’osservarli, mentre scorrono ai lati del nostro campo visivo, quegli edifici costruiti ben prima dell’abuso fascista –  e che per un paio d’anni ne hanno tuttavia rappresentato qualche aspetto per poi tornare, liberati, ad una funzione – impone riflessioni sulla irrimediabile provvisorietà delle cose  degli uomini. E’ una consapevolezza che può catturarci più spesso di quanto ci si possa immaginare, ed anche a latitudini diverse dalle nostre, ma che in questo caso aggredisce con una forza esagerata perché si osservano le testimonianze di quel regime fascista che solo pochi decenni fa – e per uno storicamente breve periodo davvero insopportabilmente lungo – ha infestato il nostro Paese e, nel suo tragico colpo di coda repubblichino, la nostra provincia provocando lutti, dolore e morte.

Quegli anni terribili ci sono ancora troppo vicini, perché si possa ” pensarli” senza un coinvolgimento emotivo che può esulare dalla dimensione strettamente culturale e storica. Com’è noto, dopo essere stato liberato il 12 settembre del 1945 dalla prigionia sul Gran Sasso, Mussolini approdò a Monaco per incontrarvi Hitler e prendere ordini e istruzioni. Fu da là che proclamò via radio, la nascita della Repubblica Sociale Italiana. In un Italia divisa in due, la RSI non poteva che avere la propria sede nella parte settentrionale ancora in mano ai tedeschi e che aveva altre caratteristiche specifiche che la rendevano particolarmente apprezzabile.

L’area bresciana, infatti, era vicina al confine tedesco e vicina alle fabbriche d’armi ed alle grandi industrie siderurgiche che potevano quindi continuare la produzione di merci da vendere alla Germania. A Milano c’era quindi il quartier generale del Duce, a Bergamo il Ministero dell’ Economia, a Brescia quelli delle Finanze e della Giustizia;  inoltre c’erano Cremona, Verona, Padova, Venezia (dove venne tentata persino la realizzazione di una specie di nuova Cinecittà in sedicesimo, chiamata Cinevillaggio e affidata alle cure, fra gli altri, di Osvaldo Valenti tragica figura di “star del cinema” dell’epoca che per le proprie responsabilità sarebbe finito, insieme all’amata Luisa Ferida, fucilato dai partigiani) e altre città del Nord Est.

La zona del Garda era ritenuta tranquilla. Inoltre ospitava sul proprio territorio eleganti costruzioni, comodi e raffinati alberghi, ville private prestigiose che costituivano la sistemazione ideale per ufficiali italiani e tedeschi e per attività di rappresentanza. L’attività delle bande partigiane in quei luoghi era quasi inesistente, mentre la distanza con i nuovi confini tedeschi che, dopo l’annessione del Trentino, si trovavano a Limone era di solo di una ventina di chilometri, per esempio, di Gargnano dove, oltre alla residenza ufficiale del Duce presso villa Feltrinelli (e della quale già abbiamo scritto in un’edizione precedente) c’erano le sedi della guardia personale del Duce, del Comando tedesco e del Consiglio dei ministri. Fra gli uffici istituzionali e le rappresentanze qui se ne possono ricordare solo alcune.

A Salò, Il Ministero degli esteri e quello della Cultura Popolare, la Legione Ettore Muti e la X Flottiglia MAS (l’esercito “privato” di Julio Valerio Borghese), l’Agenzia Stampa “Stefani” e il Comando della Guardia Nazionale Repubblicana, il Comando della Polizia Repubblicana e la Casa del Fascio. A Toscolano Maderno, il Ministero dell’Interno e l’Ambasciata tedesca. Anche a Polpenazze, San Felice del Benaco e Gardone Riviera ospitavano sedi istituzionali di quello “Stato” fantoccio. Per orientarsi più dettagliatamente in questo percorso si può ricorrere all’aiuto di uno scorrevole opuscolo che il consorzio Alberghi della Riviera del Garda di Gardone Riviera – Salò (C.A.R.G.) realizzò una ventina di anni fa e che si può facilmente trovare anche in internet.

Si accede così ad un percorso inconsueto e dettagliato che mostra un reticolo di memorie, la fotografia di come si dispiegò il potere fascista sul Garda. A Toscolano Maderno, vicino al Municipio, le scuole elementari erano sede del Ministero degli Interni dove, al pianterreno, fra gli altri alloggiava  Herbert Kappler, il macellaio delle Fosse Ardeatine. Sul lungolago, dove ora c’è la Pro Loco, vi era la residenza privata del gerarca Alessandro Pavolini, capo del Partito Nazionale Fascista. E la sede del PNF (nonché del comando delle Brigate Nere) si trovava nell’attuale Hotel Golfo. E ancora: Villa Gemma, Villa Mimosa, Villa Bassetti.

A Fasano era molto rilevante la presenza tedesca: Villa Ideale, Villa Elvira (oggi Hotel il Riccio), l’Hotel Bellariva (oggi Villa Mater Ecclesiae), per dirne alcune, erano strutture requisite e utilizzate dai nazisti. A Gardone Riviera, presso Villa Fiordaliso (oggi rinomato ristorante), prima di essere trasferita a Villa Mirabella, all’interno del Vittoriale, viveva la sorveglianza costante di un tenente SS, l’amante del Duce, quella Claretta Petacci che insieme a lui avrebbe finito i suoi giorni abbattuta dalle raffiche di mitra dei partigiani a Giulina di Mezzegra, sul lago di Como.  Villa Alba era adibita a luogo di cure a base di fanghi per i gerarchi. Villa Roma era sede della Wermacht, mentre Villa Besana ospitava il comandante generale delle SS. Il Grand Hotel Gardone, il Grand Hotel Fasano, il Savoy Palace, l’Hotel Bellevue erano ospedali controllati dai tedeschi…

Sono davvero troppi da elencare i luoghi gardesani del potere fascista dove ci sembra ancora di vederli, aiutati dalla “memoria” costruita dal Cinema, quegli uomini in divisa. Osservando gli edifici tornati a nuovi pacifici fasti pensiamo che anche la loro solo transitoria perturbabilità definisce il carattere illusorio di quell’avventura chiamata RSI, sanguinosa e ridicola. Tragica e triste. Feroce.

 

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Carnevale 2017
28 Febbraio 2017 In Eventi 1 Comment

Vivo in un paesino della Franciacorta, quel paesino che tutti gli anni, da tanti anni, festeggia il carnevale con la sfilata dei carri. Si chiama Erbusco.

Da anni la mattina vengo svegliata dalla musica carnevalesca e da maschere che saltellano divertite, si parcheggiano proprio sotto casa mia, in attesa della sfilata. E’ sempre stato un bel risveglio. Stamattina no, la pioggia ha imposto il cellophane per riparare casse e statue in cartapesta.

Io ed il mio piccolo abbiamo fatto una veloce danza della pioggia, perché non siamo scaramantici e sappiamo che il mondo va tutto al rovescio…e per ora ha smesso 🙂

Ma rimpiango il mio sacchettino spolverino vietnamita anti-monsone…oggi ci vorrebbe proprio

 

E che il carnevale abbia inizio!

Assaggi degli anni passati…

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