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Il racconto del sogno ovale
18 Ottobre 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

       fotografia di www.ilariapoli.com

15 ottobre  2017

Calvisano

 

 

 

 

L’Italia uscita dalla guerra era un Paese talmente povero che, per dire, il suo presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, in partenza per la conferenza di Parigi, dovette farsi prestare il soprabito dal (ricco in proprio) ministro Piccioni. Altri tempi. E altri Primi Ministri. Anche quella povertà così completa può aiutare a capire come l’inarrestabile marcia di trionfo che impose il nuovo gioco a premi, la Sisal (poi Totocalcio) abbia modificato la classifica dello sport più amato dagli italiani. Fino a prima che un giornalista ebreo che ce l’aveva fatta a portare a casa la pelle, tale Della Pergola, inventasse quel foglietto che poteva sconvolgere la vita anonima di qualsiasi poveraccio che riuscisse a centrare i risultati domenicali delle partite di calcio, arricchendola improvvisamente, lo Sport che riuniva i maschi italiani per consentir loro di dividersi in fazioni, infatti, era il ciclismo.

Si dice addirittura che sia stato (anche) il duello fra Coppi e Bartali ad evitare un’insurrezione armata dei comunisti dopo l’attentato a Palmiro Togliatti nel 1948. Fu proprio in quell’anno, con un decreto presidenziale, che il concorso a premi Sisal (nato nel 1946) venne nazionalizzato – senza che il suo inventore si beccasse una lira di indennizzo- e diventò Totocalcio. Da allora: il calcio, il calcio e il calcio hanno occupato le fantasie sportive degli italiani. Infatti, anche se secondo ricerche recenti la nascita del rugby in Italia va collocata tra il 1890 ed il 1895, a Genova, per merito della comunità inglese, oppure, per esempio, si può ricordare che anche il regime fascista intuì il valore di propaganda della disciplina e ne cavalcò il crescente interesse al punto che il segretario del PNF, il bresciano Augusto Turati, promosse la nascita di una formazione associata alla Milizia di Brescia, il XV Legione Leonessa d’Italia, nei miei ricordi di ragazzino non è che questo sport – del quale non sapevo nulla pur consapevole di non essere attendibile in quanto non sapevo nulla nemmeno degli altri – avesse grande diffusione e seguito. Tuttavia, quando assistevo agli immancabili litigi che spesso ponevano fine alle partite di calcio che i miei compagni inventavano in luoghi di fortuna quali cortili, strade poco trafficate, aiuole poco controllate, avveniva spesso che il proprietario del pallone, ad un certo punto, ma sempre, lo raccogliesse da terra per andarsene via offeso e sconsolato facendo pesare l’unica autorità rimastagli, la proprietà della palla.

 

Qualche dissidente lo rincorreva e lo strattonava per riprendersi l’oggetto…. In quelle circostanze elaboravo la mia teoria sulla nascita del rugby. Probabilmente nacque così: con un proprietario di palla che cercava di andarsene via e tutti gli altri che cercano di fermarlo. Quando conobbi, in età ormai adulta, due dirigenti del Rugby Calvisano, una squadra allora ancora ai blocchi di partenza per quanto riguardava la dimensione nazionale, mi incuriosì immaginarmi cosa avesse mosso alcuni Amatori di quella comunità agricola a cavallo fra Mantova e Brescia e quindi “lontana” da entrambe -un comune di nemmeno diecimila anime dove, in un podere in direzione Castenedolo, secondo alcuni studiosi, sarebbe nato il poeta Virgilio – ad andare incontro, all’inizio degli anni Settanta, alla serie di vicende che nel bene e nel male connotano la vita di una società sportiva. E capii cosa sia la passione sportiva, dalla quale sono tutt’ora esente, ma che da allora, quando rilevo che si traduce in azioni e sacrifici e risultati d’eccellenza e non in tifo ingiustificato urlato da una poltrona davanti alla tv o in delinquenza pura come l’aggressione di un tifoso avversario, ho imparato a rispettare ed apprezzare. Lo sport come l’hanno fatto i tifosi, gli atleti e tutto il resto intorno a quei due miei conoscenti che negli anni Settanta -con l’entusiasmo dei ragazzi avventurosi, forse un po’ svitati, sicuramente idealisti e incoscienti – la società del rugby a Calvisano l’avevano fondata, è una cosa che fa bene alla Società nel suo complesso, a quella che chiamiamo “Comunità”, perché la fa crescere meglio modellandola su valori immortali.

Pensare ai primi anni Settanta come alla fase iniziale della diffusione del rugby in Italia mi fa supporre che anche quello sport sia arrivato sul cargo della British invasion che in quegli anni contribuì a rinnovare la società italiana e a sprovincializzarla. Dalla musica all’arte, dalla moda alla letteratura ai comportamenti, soprattutto dei più giovani, nuovi stili e nuove abitudini arrivarono viaggiando sui manici delle chitarre dei Beatles, come streghe buone fanno con i manici di scopa. E’con essi che immagino sia arrivato anche il rugby, che faceva sentire definitivamente “maschi” coloro che lo praticavano , noncuranti della fanghiglia in cui spesso si trovavano a dover rotolare e proiettati verso il contatto fisico diretto, immediato, senza “gentilezze” talvolta piuttosto violento, ma che proprio per questo, paradossalmente, più schietto e che sembra non lasciare spazio a”furbizie” , a simulazioni, a scorrettezze, magari anche “leziose”, ma che pur sempre scorrettezze rimangono. E il rugby, per me che non ne capisco nulla, rimane quella pratica in cui chi ha la palla corre in avanti stando bene attento, però, a guardare sempre indietro, e così sembra confermare in ambito sportivo quella gran bella idea da applicare anche agli altri ambiti come la Scuola, il Lavoro, la Società nel suo insieme, per cui non si va avanti soltanto da soli e talvolta bisogna anche aspettarlo il partner necessario per l’azione, perché conviene.

Insomma: la meta è sempre importante, tant’è che in questo sport, appunto, si chiama Meta il punto realizzato, ma si concorre tutti insieme per realizzarla. Com’è come non è, quei due ragazzi degli anni Settanta, insieme ad altri sodali, alla fi ne qualcosa sono riusciti a costruirla per davvero, qualcosa di importante. La società del Rugby di Calvisano nel tempo ha vinto numerosi scudetti, compreso quello dell’ultimo campionato, ha ospitato manifestazioni importanti a livello internazionale ( per esempio il Campionato mondiale under 20, qualche anno fa), ha fatto giocare numerosi campioni noti a livello mondiale, ma, soprattutto, campioni “locali” li ha creati e costruiti nel tempo . E , cosa più bella di tutte, ha creato un rapporto solido con la realtà locale in cui opera. E’ così che la squadra di rugby che ne porta il nome ha proiettato questo paese di nemmeno diecimila anime in tutto il Mondo. Direi un risultato non da poco. Questo avviene quando il sogno muore come fanno i bruchi e acquista la dimensione colorata di realtà. Dimenticavo: quei due ragazzi si chiamano Alfredo Gavazzi e Gianluigi Vaccari. Si chiamano, perché sono ancora in giro. Il primo è il Presidente della Federazione Italiana del Rugby. Il secondo è stato a lungo presidente del Rugby Calvisano. Non male, eh?

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Il racconto di due colli gentili e di un monte impervio
9 Ottobre 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

       fotografia di www.ilariapoli.com

8 ottobre  2017

Brescia

 

 

Il Cidneo vien su dal Centro storico come un fungo. Di fatto, ne è parte integrante. Ci si può arrivare in auto da San Faustino o da Piazzale Arnaldo . E a piedi, da piazzetta Tito Speri, lungo una salita non sempre dolce, oppure, appena un po’ prima del Frate, mediante una scalinata misteriosa e suggestiva. O, ancora, da un’altra scalinata vicina al semaforo fra Via Musei e via Mazzini, prima della Galleria “Tito Speri” che proprio sotto al Colle ci passa. Questi percorsi poi si intersecano fra di loro man mano si sale verso la sommità. Ci sono molti alberi, siepi, aiuole curate e vegetazione che hanno costituito (e, forse, ancora lo sono), ripari ideali per pratiche sessuali estemporanee e notturne, improntate alla rapidità. Da sempre, passata la stagione più fredda, è la meta degli studenti che marinano la scuola. In cima al Cidneo c’è il monumentale Castello.

Testimonianza storica importante. Bellezza architettonica. Sede di un Museo delle Armi di rilevante importanza (e non potrebbe essere altrimenti in una provincia che alla produzione delle armi, da secoli, deve fama e ricchezza). Sede della guarnigione austriaca attaccata dai bresciani nel corso di quelle X giornate che hanno procurato alla nostra città il titolo di “Leonessa d’Italia”. Delle colonie elioterapiche in epoca fascista. Del plastico ferroviario che stupiva noi bambini di mezzo secolo fa. Meta di passeggiate non molto impegnative, visto che ci si può arrivare anche in auto. Tanti anni fa, nell’altro secolo, c’era pure uno zoo piuttosto casereccio, messo insieme alla bell’e meglio. Mi ricordo un orso bruno che tristemente dondolava la testa per tutto il giorno, in una gabbia angusta, disperato. La giraffa che sporgeva il collo dalla recinzione per catturare il cibo che portavamo. Le foche. Una zebra che Quilleri, il Re dei Cinema di Brescia, da sfegatato tifoso juventino, per sfottere il sindaco Boni, sfegatato tifoso del Brescia, regalò alla Città. E ancora oggi risento l’urlo terrificante dei grossi felini. Lo zoo era una Mauthausen per animali ed è stato un bene l’abbiano chiuso. Adesso di leoni ci sono rimasti soltanto quelli in pietra di Domenico Ghidoni, uno scultore originario di Ospitaletto. Fanno bella mostra di sé, appena svoltato a destra dopo il vòlto dell’entrata e impressionano, tumefatti dal tempo e dalle intemperie.

Il Monte Maddalena è la montagna dei bresciani. E’ servito pure dagli autobus e ci sono state costruite molte case dei ricchi. Ad un certo punto c’è persino una monumentale “Tomba del cane”, una tomba senza salme dentro che la leggenda vuole ospiti soltanto le spoglie di un cane, appunto. Una volta la Maddalena era collegato con la Città anche da una funivia che arrivava in Viale Bornata. Ora la sommità è infestata(o impestata?) da ripetitori di radio e televisioni. Una volta c’erano diverse trattorie molto popolari: tutti quelli che hanno più di quarant’anni si ricorderanno di “Citrìa”, o del “Marinaio” (piuttosto incongruo, come nome, per un posto in cima alla collina di una città che dal mare più vicino dista almeno duecento chilometri) dove la pulizia non era che un optional, le tovaglie erano brutalmente strappate al momento, da un rotolo di carta e le sedie zoppe. In compenso il formaggio fuso procurava un orgasmo del palato e il vino bianco era sempre fresco al punto giusto. Oppure di “Briscola”, che esiste tuttora ed è un fior di ristorante anche se il fascino di quei tempi purtroppo è andato perduto. In prossimità di quei locali ci si poteva arrivare in auto, ma l’ultimo pezzo di strada lo si doveva fare a piedi.

Nella bella stagione, alla sera, era bello andarci e ancora di più venirne via saturi di cibo e vino, rallegrati: in quei posti ci andava prevalentemente in compagnie abbastanza numerose… Lungo i tornanti, o negli spazi contigui allo stradone che sale fin sulla sommità, le coppie automunite potevano trovare un po’ di intimità. I guardoni più pazienti ne ricavavano grandi soddisfazioni. In Maddalena ci si arriva partendo da Piazzale Arnaldo. Si può scenderne anche da Nave. Il Cidneo e la Maddalena sono i due colli caratterizzano Brescia. Nella nostra città, come in tutte le altre della penisola, del resto, c’è però anche un monte più impervio. Il nostro è in pieno centro, sotto il portico che da Piazza Loggia conduce in Piazza Vittoria. E’ il Monte di Pietà . Accedervi è semplice. Venirne via può essere piuttosto complicato. In ogni caso è umiliante. E’ un’istituzione tardo medioevale (seconda metà del XV secolo) sorta su iniziativa di alcuni frati che, senza scopo di lucro, erogavano prestiti a persone in difficoltà in cambio di un pegno. Se il prestito non veniva restituito nei tempi previsti il pegno andava all’asta. Più o meno funziona ancora così, solo che, ora, un lucro per la banca che lo gestisce è assicurato. Il prestito è rinnovabile ogni sei mesi.

Il Monte è costituito da una stanza di medie dimensioni con due sportelli: quello dei rinnovi, appunto, e quello dei riscatti. Vi sono alcune sedie addossate alle pareti, ma sono molti coloro che, dopo aver strappato il proprio numeretto dell’erogatore, indispensabile per regolamentare la fila, se ne stanno in piedi nervosamente, in attesa del proprio turno. C’è gente che aspetta fuori ,fumando e sbirciando di tanto in tanto all’interno, per non perdere il proprio turno. I due impiegati da dietro il loro vetro non sempre si ricordano di aggiornare la numerazione sui rispettivi display appesi al soffitto e a volte nascono discussioni; altre, conversazioni. Capita ci sia chi sostiene di portare i propri beni al Monte per difendersi dai topi di appartamento senza dover ricorrere ad una costosa cassetta di sicurezza in banca. Ogni volta, chi se lo sente dire, finge di crederci e approva la furbizia. Ci sono molti stranieri. Molte le persone anziane. Giovani madri ci arrivano insieme ai figli dentro al passeggino. La sensazione, guardando questa gente, è che sia oppressa dall’ imbarazzo di chi è aggredito da avversità “ improvvise” che tuttavia si presentano con sorprendente puntualità. La vergogna segna i volti, e il timore d’essere visti corrompe di sofferenza gli sguardi abbassati di taluni.

 

Del resto qui bisogna venirci con qualcosa di valore da lasciare in pegno: generalmente sono i gioielli di famiglia, cose che qualcuno ha lasciato in eredità a quelle persone che ora, sconfitte dalla vita, li affideranno ad altri per ricavarne in cambio denaro spendibile immediatamente. Con il rischio, se inadempienti, di vederselo sfilare via. Il Mont è riservato a chi non può chiedere un prestito in banca. Il gradino successivo sono gli usurai. Oppure i “Comprooro”. Se ne viene via pervasi da una malinconia che ha a che fare con la crudeltà di certi destini.

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Il racconto di certe notti lungo la statale 11
3 Ottobre 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

       fotografia di www.ilariapoli.com

1 ottobre  2017

Ospitaletto, Castegnato, Mandolossa

 

 

Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c’è.

Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te.

C’è la notte che ti tiene tra le sue tette un po’ mamma un po’ porca com’è.

Quelle notti da farci l’amore fin quando fa male fin quando ce n’è.

(Ligabue)

 

Nel 1995 Luciano Ligabue le mise in musica quelle “certe notti” che noi ragazzi di Paese con gli ormoni esuberanti conoscevamo fin troppo bene già da vent’anni o giù di lì anche se declinate a modo nostro. Giovani in un Paese dove non c’era proprio niente che non fosse noioso, che eri proprio costretto ad evaderne appena possibile se volevi sentirti vivo. Le differenze fra i paesi di provincia e Brescia, allora, erano ancora davvero marcate: niente “locali”, nei paesi, ma solo osterie che al massimo potevano soltanto assomigliare vagamente a dei bar cittadini. Musica zero (eccettuato qualche juke box scalcinato e con 45 giri risalenti al tempo di “Carlo ù”).

Niente tirare troppo tardi, ché ti guardavano subito male, e se facevi baccano arrivavano i carabinieri Niente “vita”, né luci. Dove ci si conosce tutti è difficile sentirsi completamente liberi e allora, il venerdì sera, si prendeva e si partiva per Brescia eccitati dalla forza dirompente dell’ illusione: si andava “a vivere”esageratamente. La “Strada Statale 11 Padana Superiore” che percorre da Ovest ad Est la Pianura Padana, a Nord del fiume Po, attraversa Piemonte, Lombardia e Veneto. E’ una strada molto lunga quindi, della quale, per inciso, un breve tratto costituiva l’unico collegamento fra la zona della Franciacorta e Brescia. Eppure capitava spesso, all’inizio degli anni Ottanta, che noi ragazzi di paese in cerca di avventure non riuscissimo a percorrerne, senza rallentamenti o soste, nemmeno la decina di chilometri finale, il pezzo da Ospitaletto a Brescia. L’intenzione dichiarata era sempre la stessa: andare in Città, bere qualcosa – preferibilmente molto,approfittando del sostanziale deserto sulla guida da bevuti e dell’assenza di etilometri- e poi tornarsene a casa a dormire.

E smaltire. Se non proprio encomiabile, come programma, ci sembrava almeno accettabile. Poi, però, c’era tutto un “non detto”che per pudore non confessavamo nemmeno a noi stessi e, men che meno, ci saremmo confidati vicendevolmente. Appena si usciva dal centro abitato del paese gli sguardi cominciavano a frugare incessantemente nel buio, alla ricerca delle presenze che sapevamo e che rappresentavano l’insieme più complesso e composito delle trasgressioni secondo noi più estreme. C’è un famoso detto (di Karl Marx, peraltro) che recita “la strada dell’Inferno è lastricata di buone intenzioni”: più prosaicamente la strada per Brescia era in tutta evidenza lastricata d’asfalto, ma ai lati, in quella striscia di terra che non è già più strada senza essere ancora proprietà di qualcuno, bè, di vettori per l’Inferno se ne trovavano a iosa, traghettatori sulla cui barca, in fondo, non ci sarebbe dispiaciuto salire per inabissarci nell’oscurità dei vizi inconfessabili..

La banchina stradale, infatti, era affollata di esseri umani in vendita, uomini e donne di tutti i sessi che si promuovevano in modo vistoso e sguaiato dall’immediato dopo cena fin quasi all’alba e, in numero decisamente più ridotto, persino di giorno, alla luce del sole. Ce n’era per tutti i gusti di ogni genere divisi per zone. Già poco prima di Castegnato, nella zona della Baitella, e fino all’accesso alla tangenziale, numerosi transessuali sudamericani se ne stavano in attesa di occasioni. Appariscenti come dive, dotati di una femminilità esagerata nel trucco, nell’abbigliamento e nelle movenze potevano ingannare anche occhi ben allenati. L’altezza era spesso un elemento che insospettiva anche da lontano: alcuni erano dei veri e propri marcantoni e se ti capitava di parlarci (la maggior parte di loro non era del tutto ostile al fare semplicemente quattro chiacchiere, sperando che da cosa, talvolta, potesse nascere cosa) l’identificazione di queste “femme particulier“ era inequivocabile.

Un po’ più avanti, più o meno all’imbocco della tangenziale per il Lago di Garda, nello slargo che conduce ad alcuni insediamenti produttivi, c’erano altri drappelli femminili estremamente chiassosi. C’erano anche dei campi di granoturco, l’ideale per acquattarsi a consumare rapporti animaleschi così come per sfuggire ai controlli e alle retate dei carabinieri. Avanti nemmeno un chilometro, nella zona della Mandolossa, c’erano le prostitute di colore, che al buio nemmeno le avresti viste bene se non avessero indossato abiti riflettenti che sembravano, fin quando non eri abbastanza vicino,colorati ectoplasmi fluttuanti nel nero della notte. Le loro acconciature erano davvero esagerate, così come le forme (non c’erano molte “pantere” alla Naomi, semmai molte erano le “Mami” di “Via col vento”) e le zeppe ai piedi, che non sempre sapevano portare con disinvoltura, in particolare quando si trattava di scappare e allora sì che c’era da ridere a vederle.

Le amministrazioni comunali e le forze dell’ordine si erano trovate impreparate di fronte a quell’invasione: a nessuno era ancora venuto in mente di emettere ordinanze che colpissero anche i clienti e, in fondo, le poche pattuglie di carabinieri sparse sul territorio avevano anche molto altro da fare. Nel buio, qua e là, stazionava qualche auto isolata con motore spento e con dei maschi a bordo che fumavano mentre scrutavano la strada e impassibili controllavano la situazione pronti ad intervenire in caso di necessità. Questo induceva a contenere i nostri comportamenti: poteva finire a coltellate più che a rimbrotti. Lo spettacolo nello spettacolo era costituito dagli ingorghi di tipo ferragostano: veri e propri intasamenti di gente che contrattava, altri che valutavano la merce in esposizione, altri che, come noi, facevano i voyeur dei peccati altrui. Per comodità e sveltire le operazioni, a volte i rapporti si svolgevano poco distante dalla zona espositiva, praticamente sul ciglio della strada. Poco prima di Ponte Mella, nello slargo di via Valle Camonica, c’era l’ultima grande colonia. Qui stavano le ragazze più giovani e carine.

La geografia della prostituzione, insomma, sembrava confermare la nostra sensazione: a mano a mano ci si allontanava dalla Città, anche quella merce, come le nostre esperienze, si faceva più scadente. Con l’arrivo, agli inizi dei Novanta, di intere flotte di disperati e affamati la situazione si fece davvero insostenibile soprattutto per i poveri residenti di quelle zone che spesso subivano i pericoli connessi a quei traffici e quasi mai riuscivano a dormire per una notte intera. Le zone intanto erano state divise anche per etnie e non più solo per “generi” o colore della pelle. Motivi di tensioni e risse, quindi, non erano più solo la gestione di questo o quel pezzo di territorio. Subentrarono anche antichi retaggi, rivalità storiche. La legge si fece sentire in maniera significativa e il fenomeno, gradualmente, ritornò a dimensioni più tollerabili.

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Il racconto dei soldati, dei ribelli e dei turisti
27 Settembre 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

24 settembre  2017

Incudine, Monno, Vezza d’Oglio, Alta Valle Camonica

 

Le opere per le quali “il gran lombardo” è diventato universalmente e per sempre noto come “il signore della prosa” sarebbero state scritte e pubblicate solo alcuni decenni dopo: “ Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, per esempio, nel 1957, mentre nel 1963 sarebbe uscito “La cognizione del dolore”, oppure “Eros e Priapo” nel 1967 e le molte altre ormai definitivamente collocate fra i classici della Letteratura italiana del Novecento. Le prime prove letterarie dell’ingegner Carlo Emilio Gadda, tuttavia, sono state elaborate proprio qui, fra queste terre dell’alta Valle Camonica dove, da convinto interventista arruolatosi volontario nella Grande Guerra, venne dislocato fra le truppe territoriali. Suscita una certa curiosità ritrovarsi a scrivere intorno alle stesse terre pur nella consapevolezza che il tempo ( e la Storia) ha mutato i motivi di interesse che esse suscitano in noi.

Ma è bene ricordare che quelli che ora sono luoghi di pascoli e divertimento, di sci e tempo libero sole ed escursioni nel corso della Grande Guerra furono luoghi di morte e sofferenza, di sangue e tragedie: ora ci sono il Parco dell’Adamello e quello dello Stelvio, ristoranti, bed and breakfast ,alberghi e resort, ma qui una volta era il posto della Guerra Bianca. Edolo, Corteno Golgi, Incudine, Monno, Ponte di Legno, Sonico, Temù Vezza d’Oglio e Vione costituiscono la vasta area dove si svolsero gli avvenimenti descritti nel “Giornale di guerra e prigionia”,che Gadda elaborò nel periodo che va dal 24 agosto 1915 al 15 febbraio 1916, e si trovò interessata dalla prima linea del fronte e pertanto condivise, anche se a volte solo marginalmente, tutte le battaglie che si susseguirono nel settore principale del fronte dell’Adamello. Da ragazzo qualche escursione estiva in queste zone l’ho fatta e mai sono tornato a casa a mani vuote: da qualche scheggia di granata, fi no al bottino più consistente, un elmetto bucato e arrugginito semisepolto fra le rocce, di reperti della Grande Guerra se ne ritrovavano in grande quantità.

Recenti tragedie, quali lo scoppio di ordigni inesplosi maneggiati incautamente da turisti curiosi e sfortunati, ci dicono che ancora per molto tempo i segni della più grande tragedia bellica della Storia saranno lì ancora a lungo ad aspettare e ad informarci della bestialità delle guerre L’alta Valle fu teatro di cruente azioni militari anche nel corso della Seconda Guerra, più precisamente nell’ambito della guerra partigiana di liberazione dai nazifascisti. Nella zona fra Corteno, Edolo e Ponte di Legno gli insediamenti dei partigiani, in particolare delle Fiamme Verdi di Schivardi e Tognoli,erano piuttosto numerosi e significativi dal punto di vista militare tanto da spingere il comando delle SS di Verona, per riprenderne il controllo, a inviarvi, nel mese di febbraio del 1945, la Legione d’Assalto “Tagliamento” che il mese precedente si era ferocemente distinta nell’opera di repressione antipartigiana sul Monte Grappa.

Le battaglie che si svolsero in Mortirolo, una zona strategica che, mediante l’omonimo passo, metteva in comunicazione la Valle Camonica con la Valtellina furono ben due ed entrambe ebbero esito positivo per i ribelli antifascisti. La prima iniziò intorno al 22 febbraio 1945 – anche se era stata preparata a partire dall’ottobre precedente con un concentramento graduale di militari occupanti – e si concluse dopo solo pochi giorni di combattimenti. Un secondo tentativo venne avviato un paio di mesi dopo, agli inizi di aprile, con un ancora maggiore spiegamento di uomini e mezzi. Le formazioni partigiane che erano state abbondantemente rifornite,nel frattempo, dai generi di sostentamento e armi con lanci dagli aerei americani tennero testa anche a quel secondo e violentissimo attacco, uscendone vittoriosi.

A nulla valse lo spiegamento di forze dei nazifascisti e la notevole quantità di artiglieria che trasportarono su quei monti: le linee difensive dei partigiani non furono debellate anche perché questi potevano godere dell’utilizzo del sistema di trincee e fortificazioni che risaliva ancora alla Grande Guerra precedente e che permetteva loro di bersagliare facilmente le truppe avversarie. E il 2 maggio, che unanimemente è ritenuto l’ultimo giorno di guerra, furono sparati anche gli ultimi colpi dai legionari della Tagliamento verso la stazione partigiana. I fascisti ci lasciarono morti, feriti e munizioni su quei territori accidentati prima di andare a consegnarsi al CLN: la guerra era finita davvero. Da ragazzo ho avuto la fortuna di incontrare qualche ribelle sopravvissuto che mi ha raccontato di quei giorni e di quelle notti e dei sacrifici e del freddo. Anche oggi, pur in assenza di testimoni diretti, è impossibile dimenticare quelle tragedie: qui si sono premurati, i superstiti di allora e le attuali istituzioni che da quegli eroismi sono nate, di lasciare lapidi, di dare un nome alle croci.

Se ci si lascia catturare dalla bellezza del presente il luogo è uno di quelli che ti predispone ad apprezzare la vita e sorridere. Ed è un bene farlo, senza mai dimenticare del tutto però che lo dobbiamo a tutti quelli che qui sopra (ed altrove) ci hanno lasciato la pelle. Quello che spicca immediatamente agli occhi dell’osservatore che passi per questi luoghi è la cura che, nel corso degli anni, le varie amministrazioni che si sono succedute hanno impiegato per ammodernare, ristrutturare e garantire un decoro di alto standard dal punto di vista abitativo ed urbanistico. Nei miei ricordi di gioventù numerosi erano i ruderi semi diroccati che sembravano abbandonati a se stessi e ad un destino infausto. Ora, invece, ristrutturazioni ben ordinate hanno recuperato quasi tutto il recuperabile e per ritrovare qualche rudere dei miei ricordi ci si deve proprio impegnare. All’epoca, per esempio, solo Ponte di Legno era la “protagonista” indiscussa dell’Alta Valle, mentre Vezza d’Oglio o Temù, per dire, sembravano esserne i parenti poveri di cui vergognarsi e da tenere nascosti.

Ad andare a vederli adesso si vedono gli enormi passi compiuti nel corso di pochi decenni. In eff etti quelle scelte sono state premiate da una progressiva incentivazione del turismo, in gran parte fatto anche dai proprietari delle “seconde case” cioè da coloro che un posto lo amano e l’hanno scelto con l’evidente intenzione di non mollarlo più. Da queste parti modesti pascoli estemporanei lambiscono ancora le abitazioni e piccoli corsi d’acqua si intersecano con strade minori: l’insieme mostra una declinazione dell’esistenza anomala rispetto ai ritmi ai quali ci hanno abituato le città. E’ bello sdraiarsi su quest’erba, sentire l’odore sconosciuto dell’aria pura. E pensare al debito che abbiamo acceso, decenni fa, con uomini sconosciuti e coraggiosi.

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Il racconto dell’isola in mezzo al lago
22 Settembre 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

23 luglio  2017

Montisola

 

 

 

Quand’ero un ragazzo ancora non c’erano superstrade e tangenziali dirette in Valle Camonica, ma un’unica, interminabile, trafficatissima strada provinciale insufficiente, sconnessa e tortuosa e che passava per ciascun paese dal tragitto che, per questa ragione, con qualsiasi condizione climatica o di traffico non durava mai meno di tre ore e mezza. Il percorso così si divideva in due parti: una noiosa ed una affascinante. Peccato che la porzione più gradevole fosse solo quella che costeggiava il   lago di Iseo – ed era fin troppo rapida- mentre l’altra, nonostante spesso potesse essere meno trafficata, esente dalle code dei turisti domenicali, per esempio, si rivelava noiosa e interminabile, La cosa più bella del pezzo di strada “bello” era la vista dell’isola piantata nel bel mezzo del lago: Montisola.

Ovviamente imparai subito che è l’isola lacustre più grande d’Europa: era una delle informazioni che i nostri genitori erano ansiosi  di trasmettere nel tentativo di farsi reputare colti, ma in realtà la cosa che mi catturò con immediatezza fu la misteriosa magia – la stessa che poi avrei ritrovato nel resoconto proustiano sui campanili di Martinville – per la quale quella montagna sembrava dotata della capacità di ” spostarsi” allo stesso modo degli occhi nei ritratti  di certa pittura che sembra ti osservino, seguendoti mentre tu li guardi ammirato. Percorrendo il serpente d’asfalto l’isola te la ritrovavi sempre a portata di sguardo; fuori dalle gallerie buie come l’Inferno ti attendeva stagliandosi contro il cielo alla tua sinistra, in mezzo al lago. Autoritaria, perché sembrava persino consapevole d’essere la curiosa ed imponente “autorità” del lago, il suo monumento, il suo totem.

Ed era come se ti avesse tenuto d’occhio per impressionarti meglio. Perché in quanto a impressionante, era ed è impressionante da guardare, Montisola! Una moltitudine di centinaia di migliaia di persone, proprio l’estate scorsa, ha potuto verificare quella peculiare caratteristica percorrendo le floating piers che Christo ha installato nel lago costituendosi la ormai famosa a livello mondiale passerella arancione. Non penso di sbagliare nel sostenere che la suggestione iniziale all’artista bulgaro in parte sarà stata fornita anche da quella verde massa emergente dalle verdi acque del lago d’Iseo.

Montisola è a portata di mano, eppure così lontana, proprio come dev’essere per un’isola, che è  sempre un po’ un mondo a parte. Per questo è lecito chiedersi cosa ci vai a fare su un’isola di lago. Per esempio, come avrei scoperto in occasione di un matrimonio ( perchè farci il pranzo di matrimonio era un vero e proprio must, una volta ) ci puoi andare a mangiare dell’incredibile pesce di lago, cucinato come solo lì sanno fare, magari accompagnato dallo splendido vino bianco ghiacciato che solo lì acquista fragranze sconosciute in mezzo a quell’aria, a quel sole. Una fetta di salame di Montisola ( che viene prodotto ancora secondo criteri arcaici ben custoditi e protetti) poi, può essere di grande aiuto per riflettere sulla natura della tua quotidianità, dei tuoi impegni e di tutte le eventuali preoccupazioni che almeno per il momento hai lasciato sulla terra ferma che ora puoi guardare con un certo distacco.

Anche in questo caso, mangiare e bere bene costituiscono un’accoppiata che fornisce la più precisa rappresentazione del concetto di “stare da Dio”. Ma non c’è solo il cibo. Nel tempo, quasi a confermare la mia soggettiva ed arbitraria intuizione iniziale, ho scoperto le attività sopravvissute che confermano la particolarità del luogo nel quale vale davvero la pena di andare a farci un giro. Si prende il battello a Sulzano e anche se la traversata non è lunghissima, riesce a fornire la sensazione si stia compiendo un passaggio verso una parte sconosciuta e misteriosa del Mondo. Scrutando l’orizzonte mentre ci si lascia alle spalle la costa si ha davvero la sensazione di abbandonare estemporanee certezze per andare ad incontrare vecchie sorprese.

E in parte è davvero ciò che poi ci ritrovi: ci sono vicoli e maggior silenzio di là, che sanno proiettarti in uno scenario molto simile a quei villaggi di mare lontani dal baccano e dalla confusione che sembra vogliano respingere i turisti che, con la loro devastante voglia di divertimento irrispettoso,  a volte possono compromettere i pur consolidati equilibri esistenziali. A Montisola già il tempo si trasforma e si fa più rarefatto, anche perché la si può girare solo a piedi, in bicicletta e in motorino. Niente automobili là, dove l’acqua dondola più lentamente, sembra più disponibile, affabile come un’amica sincera: sembra famigliare e per niente pericolosa (e invece come vedremo nasconde anche insidie), solcata dai “naet”, le antiche barche dei pescatori, che ancora c’è qualche artigiano capace di costruirle secondo i vecchi dettami. E ancora, come un tempo, ci lavorano le sardine di lago che dopo essere state lavate e pulite vengono tenute sotto sale per ventiquattr’ore e  successivamente vengono appese sulle tradizionali intelaiature in legno, messe ad essicare per poi infine, passati alcuni giorni, essere nuovamente lavate e conservate sott’olio.

Ci fanno anche reti da pesca famose in Italia e nel mondo, a Montisola.

Com’è naturale ci sono anche alcune leggende che caratterizzano questo posto. La più famosa racconta di una strega, la Matta, che per somma e gratuita cattiveria si sarebbe divertita, un tempo, a trascinare sfortunati bambini nel profondo delle acque. Secondo la tradizione continuerebbe a farlo ed il 14 luglio è segnato sul calendario come il “giorno della Matta”, in cui la strega, appunto, sarebbe più propensa a rinnovare quei sacrifici, risorgendo dai fondali per trascinarvi i bagnanti più incauti. Nel tempo da cui provengo io queste leggende erano ancora in grado di impressionare i bambini ai quali, come prova definitiva della fondatezza del racconto, si faceva notare come anche l’acqua del lago assumesse per l’occasione una colorazione più cupa trasformandosi in un avvertimento che ricordava di evitare di prendere il bagno proprio in quel giorno.

In verità, curiosamente quanto inspiegabilmente. bisogna aggiungere che negli anni, proprio in quel giorno si sono verificate con una regolarità sospetta molte tragedie e annegamenti. Coincidenze, che restano comunque affascinanti. Bisogna invece fare attenzione ad un vento, certamente più pericoloso di una strega che proviene dalle tradizioni popolari, che si chiama “sarneghera”, così chiamato perché imbocca il lago provenendo da Sarnico ed ha la caratteristica di essere improvviso e violentissimo e la cui turbolenza è all’origine di numerosi incidenti anche con esiti tragici oltre che di grandi spaventi per coloro che pure ne sono passati indenni.

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Il racconto del fuoco, del ferro e dei pascoli
21 Settembre 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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17 settembre  2017

Bienno, Esine Prestine

 

 

 

Fino a metà degli anni Settanta per me Bienno era semplicemente un paese – abbastanza fuori mano – lungo il percorso che portava a Edolo quando ci andavo a trovare i nonni e gli zii di parte materna. Sapevo che in quel paesino ci abitavano altri parenti dello stesso ceppo, perché non avevano approfittato delle opportunità che la società, allora, ancora offriva e invece di cambiare vita, lavoro, reddito, abitudini – e forse anche casa e paese – erano rimasti lì, appartati, a svolgere quel lavoro che prima di loro era stato dei padri, e prima dei nonni. Non era tanto il fatto che conducessero una vita modesta a penalizzarli. La cosa imperdonabile, ai nostri occhi, era che l’avessero scelto, di condurre una vita modesta, nel segno di cinquant’anni prima. Ricordo, tuttavia,  che in una occasione eravamo pure andati a trovarli e, mentre percorrere i viottoli in salita, oltre alla fatica suggeriva una certa tristezza crepuscolare fatta di un intimo quanto inspiegabile disagio che forse era più determinato dal confronto con le luci della “città” che da altro ( là sopra pure i paesotti dell’hinterland di Brescia erano “città”), una volta entrati nella loro cucina raccolta e calda di luce, semplicità e umanità, il panorama interiore cambiava di colpo, modificava lo stato d’animo e predisponeva alla festa e all’allegria, senza conoscerne il motivo, inconsapevoli che forse, la ragione era semplicemente la voglia di gioire per quell’enorme regalo che, per dura e faticosa possa essere, è la vita.

Quei miei parenti erano contadini e pastori e me lo ricordo ancora il sapore dei loro formaggi e dei loro salumi, e lìodore che indossavano insieme ai vestiti. Mi ricordo casupole di pietra buie che si addossavano su stretti vicoli lungo i quali si arrampicavano con difficoltà pure le mucche quando a sera tornavano a casa. Sotto quelle case, al posto di quello che nelle nostre era il garage, c’era la stella non molto grande che le accoglieva per la notte. I miei parenti salivano le scale pesantemente: in nostro onore stappavano una bottiglia di vino, mentre aspettavano la cena, ma subito dopo averla terminata si accomiatavano per andare a dormire e non farsi trovare impreparati dal nuovo giorno che sarebbe stato uguale tanto al precedente quanto al successivo.

La zona cominciò a cambiare verso la metà degli anni Settanta, quando la storia secolare di Bienno attaccò a uscire dal perimetro della Valle Camonica e interessò sempre più persone. Sono convinto, e mi piaceva pensarlo, anche grazie al contributo di un’artista che da quelle parti c’era nata, che ho avuto la fortuna di conoscere e che ricordo  con affetto. Si chiamava Franca Ghitti e di strada ne aveva fatta parecchia  in giro per il mondo prima di ritornare nel bresciano.

Dopo essersi diplomata all’Accademia di Brera a Milano aveva frequentato l’Académie de la Grande Chaumière a Parigi e il corso di incisione diretto da Oskar Kokoschka, a Salisburgo. Ma non aveva mai dimenticato la sua terra se già nei primi anni sessanta era stata fra i fondatori del Centro Camuno di Studi Preistorici. A quegli anni risalgono le sue prime “Mappe” nelle quali reinventava geografie immaginarie su tavolette di legno usurato su cui impiantava reti metalliche, chiodo. I suoi lavori, vincolati anche alla dimensione storica e antropologica, oltre al recupero di vecchi utensili e dei materiali, riproponevano un modo ed una cultura legate da secoli alla lavorazione del ferro mediante magli alimentati dalla forza motrice del mulino ad acqua proveniente dal torrente Grigna. Addirittura realizzò una pubblicazione per l’editore d’arte Scheiwiller di Milano dal titolo “La valle dei Magli”. Sempre in quel periodo, Franca Ghitti, sviluppò una ricerca visiva sul tema delle vicinìe. che erano state, fin dall’anno Mille, una istituzione socio-politica-amministrativa, e che perdurarono fino al 25 novembre 1806 quando Napoleone le sciolse e le sostituì con le amministrazioni comunali. A definirla con gli occhi di oggi l’assemblea della vicinìa era l’organo di autogoverno e si riuniva dalle cinque alle sei volte all’anno. Era solitamente convocata tramite il suono delle campane oppure quello della tabula pulsata ( una specie di tamburo) . Era valida se vi era la partecipazione dei due terzi (o della maggioranza) dei vicini. Il luogo dell’incontro era solitamente un portico oppure un edificio comunale; nella bella stagione anche una spianata od un quadrivio in aperta campagna. Vi si discuteva di diversi argomenti: dall’uso civico dei pascoli e degli alpeggi, allo sfruttamento delle miniere; dalle prestazioni gratuite per la manutenzione di strade, rifacimento di argini, di ponti, a questioni relative al taglio dei boschi per la legna da ardere o del legname per uso domestico onde ricavarne prati o pascoli; dall’usufrutto di beni indivisi per tradizione o accordi, alle multe per danni arrecati dal bestiame incustodito, alle tasse da corrspondere a tutti per il bene comune fino all’elezione di personale addetto ai servizi pubblici. Le votazioni avvenivano con delle balòte, palline, bianche per il voto positivo, nere per quello negativo. La partecipazione era inizialmente obbligatoria, tanto che chi non era presente veniva multato; erano però giustificati gli anziani e gli infermi. Allo stesso modo erano multati pesantemente coloro che, scelti dalla votazione, so rifiutavano di assumere la carica. Era fatto divieto di portare alla vicinìa armi, bastoni e qualsivoglia oggetto atto ad offendere. Facevano parte della vicinia i capifamiglia (capifuoco) delle famiglie originarie del paese con più di 25 anni. Ne erano esclusi i nobili, gli ecclesiastici, gli stranieri e perfino le famiglie “immigrate” dai paesi vicini. Soltanto nel 1764 con deliberazione del governo veneto il foresto sarà ammesso tra gli originari, se aveva almeno 50 anni di residenza in loco (poi ridotti a 20).  Ci sono tornato in tempi più recenti, a Bienno, e la mutazione è evidente e per certi versi, ai miei occhi , dolorosa.  Questa terra e la sua acqua danno ancora da mangiare alla sua gente, ma mediante bed and breakfast, locali davvero accurati, ristorantini e trattorie, negozi. Il paese s’è fatto bellissimo e vi è un flusso turistico di tutto rispetto in quello che ormai è definito uno dei borghi più belli d’Italia e nel quale si svolgono iniziative e manifestazioni artistiche che richiamano gente da tutt’Italia. Eppure_ Eppure_

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Il racconto del prete manager e operaio
18 Settembre 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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10 settembre  2017

Verolanuova, Verolavecchia, Botticino

 

Non è che sia particolarmente ferrato su questioni di religione, di vangelo e più in generale, di chiesa e sagrestie, di dio e santi vari. Chi mi conosce e sa del mio ateismo, che talvolta si declina in un anticlericalismo con pennellate rabbiose e quasi ottocentesche, potrebbe perciò rimproverarmi per aver scelto, con l’odierno racconto su Verolanuova, di invadere campi che non mi appartengono. Correrò il rischio, perché la vita di uno dei nativi di quella zona della Bassa, un uomo dell’Ottocento che sarebbe diventato uno di quei sacerdoti così radicali da suscitare in molti almeno interesse, se non proprio simpatia, vale la pena di essere raccontata per la singolarità dei molteplici aspetti di un’esistenza pendolante fra il conservatorismo più chiuso nella difesa della Chiesa e della dottrina e una sensibilità speciale e, almeno dal punto di vista dell’organizzazione, innovativa per tutto ciò che riguardava, invece, le tematiche sociali e i problemi del mondo del lavoro di allora. Un’esistenza  che venne poi spesa proprio per intervenire in quella serie di questioni.

Arcangelo Tadini nacque a Verolanuova nel 1846 da famiglia benestante e numerosa ed entrò in seminario in giovane età seguendo le orme di due suoi fratelli, uno dei quali, peraltro, ne era già stato espulso insieme a Tito Speri, sembra per le stesse motivazioni politiche. Venne ordinato sacerdote nel 1870, l’anno di Porta Pia e della fine del dominio temporale della Chiesa, un’esperienza che lo segnò in maniera indelebile e consegnò il clero alle posizioni più intransigenti costituendo però, allo stesso tempo, motivo di una formidabile sfida: per non perdere terreno e resistere nella nuova condizione, infatti, la Chiesa avrebbe dovuto saper affrontare la realtà, quindi, che spiega con immediatezza da quali paraggi sarebbe poi provenuto il titolo dell’enciclica che Papa Leone XIII avrebbe promulgato nel 1891: ” delle cose NUOVE”, la “Rerum Novarum”, appunto. L’elaborazione papale affrontò per la prima volta le questioni sociali prodotte dall’affermarsi del capitalismo e lo fece in modo sufficiente per poter diventare uno delle tre opere che contraddistinguono il secolo della rivoluzione industriale, insieme al “Manifesto del Partito Comunista” di Marx ed Engels e al “Saggio sulla libertà”, manifesto del pensiero liberale, di Stuart Mill.

 

L’originalità dell’enciclica consiste nella sua scelta di mediazione fra le parti sociali, che se a noi oggi sembra cosa da poco, basta venga ricollocata in quei tempi per assumere un valore che può apparire persino eversivo: nella “collaborazione” fra le parti – con il rifiuto della lotta di classe – emerge il ruolo di mediatore, un ruolo protagonista, che la chiesa rivendica per sé. Questo il contesto in cui Arcangelo Tadini si trovò ad operare dapprima a Lodrino, poi alla Noce di Brescia e infine a Botticino dove dispiegò tutta la sua capacità organizzativa, oggi diremo “manageriale”, per sostituire la versione del sacerdote come “pastore di anime” con quella di instancabile progettista di iniziative riguardanti i molteplici segmenti anagrafici costituenti il “gregge” della Chiesa. Dopo aver tentato di realizzare una linea tramviaria (a cavalli, naturalmente) che unisse Botticino a Sant’Eufemia, fondò una Società di Mutuo Soccorso con il compito di fornire assistenza ai lavoratori in caso di malattia e infortunio. Un’altra importante intuizione l’ebbe per contenere l’allontanamento dalla comunità locale da parte di persone, soprattutto giovani e femmine, che dovevano spostarsi per trovare occupazione: in particolare, appunto, le ragazze che dovevano recarsi a Lonato per lavorare in filanda. Per contenere i disagi partorì l’idea di costruirla a Botticino una filanda nuova, cosa che fece improvvisandosi ingegnere, direttore dei lavori, amministratore, ma, soprattutto, impiegando non solo tutto il proprio patrimonio personale ( che non bastò ), ma addirittura contraendo un debito che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita.

 

Sul finire dell’Ottocento la nuova filanda, tuttavia, decollò e non solo fornì il lavoro a tutte le giovani del paese, ma ne richiamò anche da quelli vicini che, perciò, necessitavano di una sistemazione abitativa. L’intrepido sacerdote acquistò, per questa funzione, la villa estiva dei nobili Mazzola con tutti i terreni annessi e fondò un convitto operaio diretto da laiche. Sia la Filanda che il nuovo convitto potevano in qualche modo richiedere la presenza di suore ed ecco allora che propose a varie congregazioni religiose di assumerne l’assistenza ricevendone solo rifiuti. Decise quindi di fondare una nuova congregazione di suore operaie, su proposta del gesuita bresciano Matteo Franzini.

Nel 1900 si riunivano così presso il convitto le prime dieci suore, nonostante le numerose critiche di tutti coloro che ritenevano non confacente allo status di religiose la dichiarata condizione di “operaie”. venne diffusa persino la voce che nell’istituzione le religiose quasi morissero di fame e si ammalassero regolarmente per gli stenti, ma questo no spaventò né compromise le nuove vocazioni.Venne così formandosi, proprio in Botticino, una nuova congregazione, dinamica e tutt’oggi operante nel mondo, all’insegna della prossimità con i più deboli e della condivisione della fatica di chi lavora manualmente.

E’ affascinante la figura di Arcangelo Tadini, singolare uomo di chiesa e precursore, ed è di una modernità che sorprende e non può non far sorgere interrogativi sempre validi, ma che sono resi estremamente attuali dalla drammatica contingenza fatta di nuovi poveri – ma forse sarebbe più appropriato definirli “impoveriti” dalla ferocia di un capitalismo planetario che ha pervicacemente spogliato, nei secoli, le loro terre altrimenti autosufficienti – impegnati in un esodo di dimensioni bibliche alla ricerca di opportunità, di cibo, di sopravvivenza.

Fa riflettere la capacità operativa di un uomo, religioso al punto di diventare prete, che ha tentato di dare anche cocretezza e sbocchi pratici al messaggio evangelico che aveva deciso orientasse la sua vita. Fa riflettere e potrebbe essere di forte stimolo soprattutto in un tempo in cui di fronte alle nuove emergenze create da povertà di varia natura che non affliggono, in fondo, soltanto uomini e donne provenienti da terre più o meno lontane, riaffiorano numerosi e stratificati egoismi. In un tempo in cui la principale preoccupazione di molte persone che stanno bene solo in virtù della fortuna di essere nati nel “mondo evolutivo” invece che da altre parti, è quella di chiudersi a difesa della propria agiatezza.

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IL racconto del quartiere operaio
5 Settembre 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

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3 settembre  2017

via Milano e zone limitrofe

 

 

Non voglio apparire schematico, né appigliarmi a quelle che magari sono  coincidenze, ma è innegabile che ai tempi in cui di telefoni ce n’era solo uno per famiglia, immobilizzato su un mobile ad hoc nel corridoio della cucina, di operai in giro ce n’erano di più. A quei tempi, nei quali il massimo dell’innovazione tecnologica delle aziende era costituito dalla calcolatrice a dodici cifre invece che a dieci , dalla macchina da scrivere elettrica e dalla fotocopiatrice su carta chimica che vomitava  fogli illeggibili per via del grigio che li impestava, di operai a spasso ce n’erano di meno. La loro presenza ravvivava la vita anche fuori dalla fabbrica ed era positiva in molteplici ambiti ; era gente abituata dalla fabbrica a quella socialità che poi emergeva anche  nella vita civile. E’ così che i quartieri dove vivevano avevano tratti unici e distintivi che li rendevano delle vere e proprie comunità dagli aspetti peculiari. A quei tempi la “produzione” costituiva l’orgoglio sia del Capitalista che della “tuta blu” : entrambi erano consapevoli dei propri  rispettivi ruoli che armavano entrambi, ma forse più i secondi, di una corazza inscalfibile: la dignità.

Del resto era il “prodotto”che  provocava  il  profitto anche in Borsa, forse perché – coincidenza fra le coincidenze? – non si era ancora verificata la calata dei telefonini, dei computer, dei titoli tecnologici, non era ancora stato scoperto il web  e le speculazioni finanziarie contenevano, anche se profittevoli, una nuance di  “irregolarità” per cui  le ricchezze che ne derivavano avevano un qualcosa di illegittimo, di immeritato e fortuito che le marchiava in maniera indelebile . Lo “speculatore” era figura vagamente borderline ed equivoca, mai apprezzabile fino in fondo. Gli operai, invece,  del loro duro lavoro  ne facevano ancora punto d’orgoglio riuscendo a trarne  un’etica che ne orientava i comportamenti.

Se c’era una zona di Brescia che potesse essere definita il “quartiere operaio”, questa era collocata a ovest della città, nella lunga, e popolata di fabbriche,  Via Milano e nel reticolo di strade che su di essa insistono  sia da destra che da sinistra in un insieme costituente la periferia e che sfociava, infine,  sulla statale per Milano :  il quartiere Primo Maggio (appunto!), Fiumicello, Urago, la zona di Via Volturno e tutto l’insieme denominato l’Oltremella (Via Chiusure e Sant’Anna,  ed adiacenze fino al Villaggio Badia), il Villaggio Violino…  Del resto le fabbriche cittadine erano per lo più in questa zona: per esempio in quello che oggi si chiama Comparto Milano e che, desolatamente abbandonato è costituito da aree dismesse  che attendono da anni investimenti milionari per avveniristici  piani urbanistici residenziali e misti. Ma anche proprio lungo Via Milano e le sue strade ortogonali : la Caffaro e l’Ideal Standard, la Breda, l’Innse, per non parlare di Om e Iveco, o di Sant’Eustachio, l’ATB. Aggirandosi in quelle zone negli orari di entrata e uscita vedevi folle di lavoratori che andavano e venivano: l’immagine ti forniva anche fisicamente l’idea di una classe con la quale si dovevano pur fare i conti.

 

Gente in tuta blu, dimessa e orgogliosa, consapevole, non sempre di poche parole, ma, molto spesso, sensate. Sullo stesso territorio di quelle  fabbriche che trainavano  l’economia non solo  locale ( e che solo localmente, però,  avrebbero lasciato in carico  pesantissime e drammaticamente ingestibili eredità , vedi, anche se non solo, la Caffaro)  insistevano anche  gli arditi esperimenti di edilizia popolare  che in quegli anni si sviluppavano  mediante  i Villaggi di Padre Marcolini che convivevano con i vecchi agglomerati di case popolari. Negli anni Sessanta, nella zona di Campo Fiera,  più o meno dalle parti del Vantiniano, dove c’era la vecchia caserma dei vigili del fuoco, si costituì addirittura un’associazione dei ragazzi (di una volta) che in quelle vie c’erano nati, cresciuti e vi avevano giocato per strada. Alcuni di loro, poi, avevano trovato onori e prestigio nel corso della loro vita: da Luigi Micheletti,  per me che lo ricordo con affetto, “il partigiano Gino”, ideatore  e tenace costruttore della omonima Fondazione Biblioteca e Archivio che tanti intellettuali, non solo bresciani, seppe far convergere intorno a sé,  a Gianni Boninsegna che con la sua ANFAS si distinse nell’ambito del volontariato prima di diventare sindaco della Città nella Brescia di inizio anni Novanta.

Indimenticati rimangono, fra altri,  anche  il dottor  Tonini, il “medico dei poveri” e il farmacista Briosi. E confermavano, queste figure,  il dna sociale promanato dal quartiere. Sarà un’altra coincidenza, immagino,  che da quelle zone siano arrivati altri che sarebbero  diventati attori sul palcoscenico della vita pubblica :il  sindaco  Del bono, per dire, è dalla Badia che proviene. Insieme ad altri che per brevità qui non cito. In quelle vie, com’è facile immaginare, c’erano numerosi ritrovi, osterie e trattorie da poco dove la gente poteva allegramente e in compagnia passare il tempo libero e i momenti di svago. E ci si facevano particolari feste di strada e di partito: nella memoria dei miei coetanei permangono le feste dell’Unità e dell’Avanti, quotidiani dei socialisti e dei comunisti,  che si svolgevano nei giardini di via dei Mille, e si chiamavano “delle fabbriche”.

Non era l’unica zona “popolare” della Città: c’era il Carmine per esempio. Ma mentre qui il rifiuto dello status quo si manifestava  mediante una repulsione deviante che provocava il rifiuto di convenzioni e regole transumando spesso nella piccola criminalità, nella zona operaia di Via Milano, fra parrocchie e sezioni di partito, consigli sindacali e osterie, il rifiuto dello status quo produceva la spinta a modificarlo osservandone, pur tuttavia, le regole e le liturgie. In quelle vie operaie e popolari, proprio dove ora c’è l’Esselunga, sorgeva un fabbricato industriale abbandonato. Una ex fabbrica che nell’immaginario dei giovani del Movimento (per lo più studenti) diventò subito un obbiettivo da occupare: non era l’unico stabile libero in città, ma era proprio lì che andammo, al Fabbricone come lo chiamavamo, perché i giovani “sentono” anche se poi a volte non “capiscono” e quindi  sbagliano. Lo occupammo. Ma non era facile perché la tenacia e il sacrificio avevano attaccato a tramontare e un po’ alla volta morì d’inedia e così svanì il sogno. Ma questa, è altra storia. Così come quella di quando arrivarono i telefonini e i pc, il web, la finanza a sostituire l’economia. E a dissolvere e fabbriche.

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E invece siamo isole
17 Agosto 2017 In Eventi No Comment

Racconto di Ferragosto

Dal Bresciaoggi
di Roberto Bianchi
Fotografia: Poli Ilaria

 

“E allora ti torna la voglia di fare un’azione
ma ti sfugge di mano e si invischia ogni gesto che fai
la sola certezza che resta è la tua confusione,
il vantaggio di avere coscienza di quello che sei

ma il fatto di avere la coscienza
che sei nella merda più totale
è l’unica sostanziale differenza
da un borghese normale.” (Giorgio Gaber – Reduci )

 

Quando salgo sulla nostra Metropolitana  (  e ci salgo ogni volta mi sia possibile, perché la considero addirittura un’emanazione divina, così piccola e comoda, umana ed efficiente, efficace contro il traffico ed a favore della serenità di chi si fa trasportare –  ché così non avrà nemmeno problemi di parcheggio – e volendo ci si può salire pure con la bicicletta, e dopo integrare a forza di gambe il “sopra”antico di Brescia con il suo “sotto” più moderno, ed è tutto molto bello davvero ) mi sembra di accedere ad una realtà  rassicurante e gentile.  Io salgo al capolinea del Prealpino e così posso anche scegliermi il posto che voglio, perché  il treno è ancora vuoto. Generalmente vado ad occupare una delle quattro sedute laterali rispetto alle porte automatiche. E’ il mio posto preferito perché è “aperto” – al contrario dei “salottini” vicini ai finestrini che mi danno un vago senso di costrizione – e mi regala un senso di provvisorietà, e, soprattutto mi consente di sfogliare l’intero catalogo di persone che vanno e vengono. E sfilano, come su di una passerella. Mi piace  osservare i loro  comportamenti. Una buona   attenzione la riservo anche  agli abbigliamenti che ( lo  so che non è una grandissima scoperta)  anche se secondo chi li indossa vorrebbero, talvolta, essere frutto del caso o dettati dall’economicità, rivelano sempre molto. E suggeriscono ancora di più … Mi piace immaginare scenari in  cui disporre quelle vite in movimento e sconosciute, e costruirci storie, arbitrariamente come un dio. Il libro che solitamente mi accompagna ovunque, perciò, sul metrò rimane sempre chiuso, mentre sono gli aspetti esteriori delle vite altrui ciò che mi accanisco a leggere con occhi interessati e curiosi.

 

***

 

Mi sono seduto al solito posto, mentre in uno dei due liberi davanti a me, si è seduta una signora anziana, munita di borse, borsine, borsetta, che così  poteva studiarmi,  insospettita dal mio abbigliamento trasandato,dai capelli lunghi soprattutto per uno della mia età, mossa da curiosità o, forse, semplicemente condizionata dal sentimento di inquietudine sempre più diffuso e che spinge a vedere in ogni ipotesi di eccentricità altrui i germi di una devianza pericolosa ed inaccettabile.  Il posto vicino al mio, libero. Il posto vicino al suo, libero . Mantenevamo le distanze, che coprivamo osservandoci a vicenda. La donna aveva i capelli bianchi, intrisi di quelle impossibili sfumature talvolta rosa, altre  azzurre tipiche negli anziani, nuance speciali prodotto delle messe in piega da poco, da parrucchiera di quartiere se non proprio  da vicina di casa che eserciti abusivamente per arrotondare.

Con gli occhi ben aperti dietro le lenti spesse, teneva le sue borse strette al corpo e la situazione sotto controllo.  Alla fermata di Casazza è salita una coppia con un bimbo di tre  anni circa dentro ad un passeggino.  Non giovani. Non magri. Non stranieri. La donna si è seduta vicino a me, mentre il marito stava in piedi  davanti a lei, attaccato ai sostegni, come a farle compagnia. Come a chiuderla nell’angolo. Come a proteggerla. Il bambino era parcheggiato di fianco. Mi sono alzato ed ho ceduto il mio posto all’uomo che, così,  avrebbe potuto mettersi vicino alla moglie . Con un’occhiata mi ha ringraziato senza sorridere e si è seduto mentre  io mi sono spostato nel sedile libero  accanto alla donna anziana, che rapidamente si è stretta ancora di più le sue borsine al corpo, come se avesse percepito una possibile e ulteriore  minaccia dai miei incongrui spostamenti. Deve aver pensato alle oscure ragioni per le quali, con molti altri posti liberi, avessi scelto proprio il sedile affiancato  al suo. Francamente, non lo so nemmeno io anche se non credo sarebbe eccessivo parlare di una sorta di affezione  per quello spazio che provvisoriamente era  diventato “mio” anche se per la manciata di minuti di una corsa in  città.  Dopo pochi istanti i due dirimpettai  hanno estratto ciascuno il proprio smartphone e senza degnarsi, né degnarci,  di uno sguardo o di una parola hanno cominciato a trafficarci, ciascuno perso nel proprio social. La donna, per sovrappiù, si era pure inserita le cuffiette nelle orecchie.  Il bambino, sufficientemente cresciuto per pretendere un palliativo alla noia di un viaggio  anche breve,   in silenzio si guardava attorno. Quando ha incrociato il mio sguardo gli ho sorriso, nel tentativo di offrirgli la stessa solidarietà che si potrebbe incontrare fra i polli stipati sui camion se solo fossero consapevoli di essere in viaggio verso il macello, ma non ha capito, o forse non ha gradito ed ha cominciato ad agitarsi. O forse un pulcino non lo sa ancora che la strada dei polli si conclude sempre in prossimità di un macello. Il padre, senza alzare gli occhi dallo schermo,  ha leggermente dato di gomito alla donna che allora, con un sospiro vagamente esasperato, ha estratto dalla capiente  borsa, tipica delle mamme organizzate, un aggeggio elettronico piccolo , quadrato e colorato e, dopo averlo acceso, l’ha passato al bimbo che così si è distratto perdendosi nei colori che affollavano il video dal quale provenivano anche  i suoni che, debolmente, raggiungevano pure me . Per respirare un po’ mi sono ritrovato a compiere l’operazione inversa a quella che facevo da ragazzo quando  leggevo i fumetti. Là si cercava di attribuire una sonorità a delle parole stampate: gulp. Spaff, tronk, cioff . Qui, invece, ho tentato di rappresentarmi,  tradotti graficamente nei bei caratteri tipici del cartoon,  quei suoni così realistici. Mentre la vecchia accanto a me mi ha tenuto d’occhio fino  a quando è scesa alla  fermata di San Faustino, io ho osservato i tizi che mi stavano seduti davanti fino a quella di Stazione dove, poi, sono sceso io. Fra loro non si sono mai scambiati una parola o un sorriso e nemmeno ne hanno rivolto al bambino al quale, nel frattempo, avevano ficcato in bocca un ciuccio e che ora, cullato dal movimento della carrozza,  si stava rapidamente appisolando. Prima di scendere li ho guardati e ho immaginato un saluto, la prova della consapevolezza di aver intersecato sia pure casualmente, sia pure brevemente, le nostre esistenze di sconosciuti. Ma quelli non hanno nemmeno alzato gli occhi e così ci siamo persi per sempre  nei flutti dell’indifferenza. Ho pensato che mi piacerebbe un mondo assurdo e anacronistico in cui poter riconoscere ciascuno degli “altri”, ed esserne riconosciuto. Un  mondo nel quale anche l’evento più banale, allo stesso modo in cui si fa con  la piccola vena aurifera nascosta e sepolta dentro montagne di pietra inutile, venisse messo alla luce per ciò che è: un momento prezioso e irripetibile. Mi piacerebbe avessimo la capacità di cercarlo e coglierlo per attribuirgli il valore dovuto ad una “esperienza”, e proprio “l’altro da noi” ne costituisse l’elemento indispensabile . Mi piacerebbe, ma so che non potrà mai più essere così perché siamo andati troppo avanti nella costruzione di un Mondo in cui ciascuno di noi è, semplicemente quanto disperatamente, un’ isola separata da quella più prossima, e galleggia tutto solo in un brodo in cui, in fondo, gli piace stare circondato da oggetti inanimati che gli fanno compagnia. Se anche ce ne fosse ancora la voglia, non ci sarebbe più il tempo per smancerie fra sconosciuti.

 

***

 

Camminando ho raggiunto il piazzale davanti alla stazione ferroviaria. Al riparo  degli alberi, alcuni in piedi ed altri  accampati dentro alle aiuole, sotto gli occhi armati di soldati annoiati, piccoli gruppi di immigrati passavano il tempo chiacchierando fra di loro con linguaggi sconosciuti.

Mi ha causato tristezza ripensare all’incontro sulla metro e dedurne uno fra i  paradossi che governano le nostre vite  e per il quale è semplicissimo entrare in relazione con sconosciuti lontani migliaia di chilometri, mentre appare sempre più complicato farlo con quelli che ci stanno più vicini. Forse ciò è dovuto al fatto che mentre le parole, specie quelle scritte,  possono imbrogliare e raccontare false verità che si possono adattare anche agli scopi meno confessabili, gli occhi e gli sguardi, le mani e i gesti, la voce , i toni, i sorrisi e le lacrime non possono tradire a lungo, e costituiscono una dotazione che ci rende nudi di fronte agli altri. E il nostro tempo attuale prevede solo la nudità corporea, escludendo tutte le altre ed anzi, prevedendo opache protezioni di lattice per l’anima . Non che voglia raccontare di quanto fosse meglio una volta, ma non voglio nemmeno celare che non sempre è stato così e che c’è stato un tempo non lontano in cui conoscere  e comunicare prevedeva anche una sorta di “sporcarsi” , di coinvolgimento, quasi un’assunzione di responsabilità: sembrava ci si passasse l’un l’altro delle particelle, nell’entrare in contatto, e si trasferissero delle molecole di esistenza, dei batteri che poi a loro volta avrebbero interferito nei piani di ciascuno. Nessun posto era asettico come oggi paiono esserlo diventati quasi  tutti e spesso era la personalità a definire una persona. La sostanza scalzava rapidamente l’apparenza e tutto sembrava più genuino e autentico. Da un certo punto di vista ci si spogliava di più in quell’epoca in cui il decoro imponeva abbigliamenti più casti di quelli che comunemente si vedono per le strade delle nostre città, e che anche oggi, come faccio ogni volta che vengo in Centro,osservo compiaciuto mentre transito per piazzale della Repubblica in direzione della Freccia Rossa. Ma quel tempo, se davvero c’è stato, è stato molto tempo fa, e anch’io ho fatto a tempo a viverne solo una parte, prima di trovarmi immerso in un tempo nuovo che poi, come fa una slavina che aumenta di volume lungo una corsa sempre più accelerata, è diventato l’attuale. E insostenibile, almeno per me. Mi affretto perché ho un appuntamento  con i miei figli ai quali, dopo aver offerto un qualcosa al Mc Donald’s, comprerò qualcosa per i bei voti a scuola.  So già che la loro scelta cadrà su quelle che quando ero giovane  si chiamavano scarpe da ginnastica e che ora si chiamano  Reebock, Nike, Vans, Adidas … Guardo le vetrine, mentre li aspetto, mentre un senso di fastidio e inadeguatezza mi pervade. Mentre penso che non starò mai più bene da nessuna parte. E penso anche che questi posti non mi piacciono.

 

***

 

E poi lo sento, dietro di me, giulivo come se fosse solo ieri che ci siamo lasciati : “Ardel chè, el Robi” . Lo guardo e dapprima non lo riconosco: lui sembra sorpreso dalla mia indecisione. Del resto è sempre stato un compagnone fin dalle medie. Uomo dall’ottima memoria,Fabio. Che non gli scappava niente, al Fabio.  Alle superiori, il mio migliore amico, forse. Il mio peggior investimento, di sicuro. A quell’epoca avremmo dovuto fare la rivoluzione insieme: si trattava solo di aspettare il momento giusto. Alla fine del Liceo avevamo capito che non era più il tempo delle armi in strada, ammesso lo fosse stato mai, ed allora, sempre insieme, avevamo scelto di prodigarci in una scelta responsabile  e matura, all’insegna di passi forse piccoli, ma quotidiani. Erano anni così, che ti sembrava inconcepibile stare semplicemente a guardare. In silenzio, poi, ciascuno per proprio conto, ciascuno a modo suo, li abbiamo sepolti come si fa con una vittima, cercando di dimenticarli e tirare avanti senza rimorsi. Oggi io ho “solo” due figli ormai adulti, mentre lui, che “ha messo la testa a posto” prima di me, è in giro addirittura con un nipotino che già gli scorrazza intorno. Comincia a parlare inondandomi di parole, ma io sono sott’acqua, annegato da tutte le mie che  da tempo sono incapace di esprimere, e non lo sento più. E guardo ad una stagione verde come una prateria lungo la quale noi sfrecciavamo come treni a vapore incuranti dei pennacchi di fumo che ci lasciavamo alle spalle e che macchiava l’aria. Il fumo che ci ritroviamo addosso adesso, un fumo che ci rende ciechi e ottusi, che confonde il nostro presente e che finalmente ci asfissierà, quel fumo,fra non molto. E’ stata una stagione verde come una prateria, sì. Oppure come i campi che attraversammo quella sera di tanti anni fa.

 

***

 

Le elezioni comunali avevano finalmente premiato il nostro modesto partito che al paese non aveva mai contato un granché, ma che a Roma, e  con una  minore percentuale di consensi, si era da tempo ritagliato un ruolo indispensabile nel  Governo.

Il Segretario della nostra Sezione, piccolo imprenditore ramo plastica, si sentiva molto simile al Segretario Nazionale  che di lì a breve – era solo questione di tempo, si sapeva – e una volta messo in crisi quello in carica, avrebbe fatto il Presidente del Consiglio. Sentendosi già Vicesindaco il nostro Giuliano propose, ma sarebbe meglio dire asserì – del resto il decisionismo del Capo era dilagato  anche in periferia  dove veniva sfoggiato come segno di autorevolezza, soprattutto dai soggetti più privi di competenze e capacità – che il venerdì successivo si sarebbe andati  a festeggiare il risultato. “Un po’ di ottimismo, per Giove!” (andava molto l’ottimismo, insieme al pragmatismo,all’epoca). Poi, compiaciuto, aveva aggiunto : “Conosco io un posto. Vi divertirete. E a fine cena ci sarà una sorpresa …”  Infine, sornione, aveva assicurato  che “ci avrebbe pensato lui”, non aggiungendo altro.

Tolti me e Fabio, gli unici due che “avevano studiato”, il Direttivo della Sezione era composto da persone semplici, operai che cercavano di impegnarsi come potevano nella disperata impresa di cambiare il proprio Mondo o, in subordine, di riuscire almeno a sfiorarne le leve di comando. A me sembrava un’aspirazione ingiustificata, soprattutto perché in evidente contrasto con la loro passiva accettazione  della “cultura”,  ereditata da padri e nonni, che fin lì aveva contraddistinto le loro vite prive di impennate. Tuttavia  l’idea di una cena in cui tirar tardi, mangiare e bere troppo e sentirsi vincenti, mi allettava  e   fu così che, disposti su due auto e ben disposti verso qualsiasi ignoto, il venerdì successivo partimmo per il divertimento. Le strade che scendevano a sud tagliavano la campagna appena irrigata che diffondeva il famigliare profumo di serenità. Alte piante di granoturco scorrevano ai lati e costituivano le pareti apparentemente inviolabili di un corridoio cieco, sovrastato dal  cielo che imbruniva. So che passammo Travagliato, poi, non mi si chieda dove finimmo perché le mie competenze geografiche non mi permettono una grande precisione: forse dalle parti di Castrezzato. O forse, Corzano, Bargnano. Non lo so.

 

 

Il ristorante era un parallelepipedo sgraziato, conficcato in mezzo ad un ampio parcheggio  ghiaioso. Dopo aver superato il bar accedemmo ad una sala da pranzo fin troppo ampia. Del numero esagerato di tavoli, che la rendeva ancora più desolata, solo un altro era occupato da quattro signori di mezza età . La certezza che  usualmente fosse un posto per matrimoni ipotecava le residue speranze di mangiare in maniera quanto meno decente. Lo squallore sembrava ricercato. A valutare dalle numerose croste che qua e là affioravano dalle pareti non proprio linde, si era indotti a pensare che il compito di non abbattere il morale dei convenuti fosse affidato più che alle risorse offerte dalla casa, alle proprie capacità individuali, o, più probabilmente, al tasso alcolico che ciascuno sarebbe stato in grado di reggere.

Nessuna delle cinque o sei cameriere che svogliatamente  sciabattavano  per  la sala era italiana. Il loro trucco appariscente mi insospettiva, mentre  pensavo che l’avvenenza del personale di sala – che mentre il buon Dio la distribuiva loro chissà dove si erano nascoste – non era certo fra i requisiti fondamentali che le avevano portate lì. Una era particolarmente massiccia, un’altra decisamente emaciata e tutte erano schiacciate dal peso di un’ ordinarietà che le rendeva del tutto simili, in quanto a fascino e mistero, alle femmine di campagna alle quali eravamo abituati.  Le barriere linguistiche, quando ordinammo, ci resero malleabili e disposti a consumare qualsiasi cosa  atterrasse sulla tovaglia, mentre Giuliano chiariva, rendendoci tutto ancora più oscuro, che “tanto non siamo venuti solo per mangiare”. La cena fu piuttosto noiosa  e scivolò  senza che le  pur abbondanti bevute riuscissero a lubrificarne la conversazione. Dopo caffè, ammazza caffè  e “richiamino”, il nostro Segretario sbrigativamente ci invitò a seguirlo: “Andiamo”. Fu allora che in un angolo in fondo al salone notai una scala che ci portò in un interrato semi buio: nelle intenzioni spropositate del gestore avrebbe dovuto essere “il night”. Su due divani sfondati giacevano appollaiati in disperata solitudine anche gli sconosciuti incontrati al piano superiore. Ci sedemmo su delle poltroncine che in origine con ogni probabilità saranno state pure pulite e, subito dopo, le cinque o sei cameriere, stavolta  in versione entreneuse, sbucarono da dietro una tenda e dilagarono in sala al ritmo di una musica vagamente militare.  L’abbigliamento, ora ridotto al minimo, non ne aumentava l’allure anche se bisogna riconoscere che sembravano più a proprio agio in mutandine e reggiseno che nelle  divise sfoggiate al piano superiore. A guardarle in quelle mise, le “cameriere”,ci sentivamo dei voyeur come Renzo Montagnani che nei film scollacciati che giravano allora spiava la Fenech sotto la doccia, e colpevoli di aver oltrepassato un limite.  Due delle ragazze raggiunsero i quattro sconosciuti, mentre le altre svoltarono verso di noi. Il Segretario dimostrò una consolidata competenza nell’accoglierle e “presentarcele”; io, incuriosito, guardavo i miei compagni storditi dall’inedita eventualità  di peccare allo stesso modo in cui, secondo loro, l’avrebbero fatto ricchi debosciati. Sbalordito ascoltai conversazioni dadaiste che, però, si incagliavano a causa di una condivisa incompetenza linguistica che, sia pure per ragioni diverse,  unificava mondi agli antipodi. I miei compagni  avevano la terza media ed un vocabolario limitato al necessario, mentre  le silfidi sudamericane e filippine (in quegli anni c’era ancora il Muro di Berlino a proteggere le ragazze dell’Est, che, se proprio si voleva accedervi, si diceva si dovesse andare sul posto, meglio se dotati di chewingum, calze di nylon, blue jeans, penne a sfera e dollari, anche se nemmeno tanti) scontavano la difficoltà di una lingua sconosciuta. Forse fu a causa dell’alcol, oppure per l’esigenza di sfuggire ad una solitudine insopportabile, che ebbero inizio dei corteggiamenti surreali: pur avendo compreso la grammatica di quella inedita comunicazione i miei sodàli non riuscivano ad abbandonare il lessico consolidato  in anni e anni di consuetudini matrimoniali. Sentii il Mario sussurrare:”Dammi un bacio” e dopo che la ragazza oversize di nome Heidi lo ebbe rapidamente baciato sulla guancia, protestare:”No così! Dai, dammi un bacio “bel”. E lei: “Se tu vuole uscire in auto a fumare sigaretta … era centomila lire”. Nessuno approfittò della generosità delle signorine: uno ballò con una, io svogliatamente toccai un po’ le tette ad un’altra, ma subito dopo lo show in cui si  sfilarono  affrettatamente i pochi indumenti residui, secondo me  nel tentativo disperato di indurci a quagliare, decidemmo di tornare a casa. Mentre pagavamo il conto  che il gestore ci presentò senza nemmeno calarsi il passamontagna, con la coda dell’occhio intercettai i quattro sconosciuti che si avviavano alle auto con la più spaurita delle ragazze.

 

Quando due settimane dopo si diffuse la voce che Giuliano abitualmente andava in night migliori di quello  dove ci aveva portato, per ragioni politiche fu presentata una richiesta di dimissioni che venne approvata  all’unanimità.  Successivamente  venne eletto un nuovo Segretario Politico nella persona di Mario, fresatore alla “Gnutti”, quello del bacio “bel”. Uno degli inquisitori più determinati nell’indicare le manchevolezze del Segretario di cui ora si chiedeva la testa fu proprio Fabio che ne sottolineava la doppiezza morale: noi che volevamo restituire un Paese nuovo, e liberato dalle ingiustizie, agli sfruttati ed alla povera gente eravamo andati a fare i colonialisti con ragazze povere e deboli  e sperdute. Davvero un Torquemada, il Fabio, e come dargli torto, in fondo, anche se, insomma, non  mi sembrava il caso di metterla giù tanto dura; agli altri componenti del Comitato Direttivo, anche se non era fra le tesi più confessabili, ciò che maggiormente non era andata giù era la scarsa qualità del posto, e delle ragazze,  che Giuliano aveva riservato a noi, quasi che non fossimo all’altezza. Il Fabio avrebbe potuto diventarlo lui il nuovo Segretario, se solo avesse voluto, ma declinò l’offerta. Anche se noi rimanemmo all’oscuro ancora qualche settimana, il motivo fu che gli era già rimasta incinta la ragazza che poi dovette sposare alla svelta e quindi, il tempo, i soldi, la casa, le responsabilità ….

 

***

 

E’ gongolante, Fabio, perché l’officina va bene, ha aumentato il numero dei dipendenti “ … che insomma, mentre gli altri sono tutti in crisi, l’è mia roba de nient … “ e inserito nella gestione anche i figli che, sotto il suo stretto controllo, provano a sgomitare. A lui va bene così : “Resterà tutto a loro, tanto. E i ‘ndarà aanti lur, en bel dè.  ‘Nsoma: bel … Mia tant, bel … “ . E ride, mentre riacchiappa il nipotino e mi saluta senza chiedermi nulla di me.

 

***

 

Forse abbiamo fatto l’errore di credere troppo ai nostri fratelli maggiori che negli anni Sessanta individuarono “l’irraggiungibile” e tracciarono la mappa  per arrivarci. O forse, il nostro sbaglio l’abbiamo compiuto negli anni Settanta quando ci siamo incaponiti per percorrerla davvero quella strada, per mostrare agli altri che ci avevano preceduto quanto fossimo migliori di loro, e siamo andati avanti fino a farci male: per molti una strada senza ritorno, né sbocchi, mentre tutti gli altri si accorgevano che “l’irraggiungibile” non era una stella fissa, ma, al contrario, si allontanava sempre di più, e sempre più velocemente proprio quando sembrava essere più a portata di mano. O forse il nostro destino si è compiuto negli anni Ottanta, quando abbiamo accettato il piatto di lenticchie della gratificante affermazione di sé r di  una supposta comodità in cambio della primogenitura che era fatta dalle nostre speranze, dalle nostre ingenuità e dalle ragioni del cuore che, così, furono ignominiosamente battute dalle ragioni della realtà. Forse fu quando, allo stesso modo dei troppi di noi che poi ci lasciarono la pelle in un cesso sporco con una siringa piantata nel braccio, provammo l’ebbrezza di un benessere esteriore, l’adrenalina del farcela ad ogni costo, dell’ “arrivare”. Ci attaccammo voluttuosamente alla bottiglietta  di quel laudano terribile, feroce ed inesorabile del quale non avevamo mai sentito il bisogno prima di provarlo, ma del quale, poi, una volta messo in circolo nel nostro sangue ancora incontaminato, non avremmo più potuto fare a meno, spasmodicamente determinati a diventare padroni di tutto, liberandoci dal peso di esserlo di noi stessi.

 

***

 

Ormai tutta questa è roba di ieri, e ai miei ragazzi le scarpe da ginnastica, un paio di Adidas e uno di Nike per la precisione, sono piaciute assai. Sono bravi perché riescono a capire che non è solo lo sforzo economico che mi pesa, anzi, il più e il dover scendere a patti con un demonio multiforme e seducente, un demonio 3.0.  Non ho dormito bene e mi sono alzato ch’era ancora buio. La pipì, forse, cioè la prostata degli ultracinquantenni. Oppure, può darsi sia  andato a letto troppo presto, e non avessi più nulla da dormire.  O, invece  , solo l’agitazione determinata da tutto ciò che l’incontro di ieri con Fabio mi ha evocato. Forse, in quella chiave,  è del tutto comprensibile la mia agitazione che è simile a quella di ogni contabile incapace in tempo di presentazione dei bilanci. Mi sono seduto sul pavimento del piccolo terrazzo della cucina e da lì, mentre fumo la prima sigaretta della giornata, mi sono messo ad osservare l’ accenno di luce  che in breve scaccerà   definitivamente  la notte. Mi è sempre piaciuto pensare che all’alba sia la luce a scacciare il buio,  mentre al tramonto è la luce che evapora dentro alla sera: che in ogni caso la luce sia protagonista.

Con tutto quel buio, che mi sembra così anacronistico e immenso, mentre sorseggio il mio caffè aspettando la comparsa dei ragazzi che fra poco partiranno per le vacanze all’estero, in un camping, con gli amici, l’avvento della luce sembra essere un’impresa destinata a fallire. Impossibile che quel lontano ed esile chiarore dietro alla collina, nel giro di una manciata di minuti,  diluisca un  buio così solido da sembrare una cosa.  Nel cielo c’è ancora qualche stella residua. Proprio davanti a me posso contarne tre più luminose delle altre e disposte come fossero vertici di un triangolo equilatero: una geometria che non riesco a  convincermi  sia del tutto casuale. Probabilmente sono i ricordi, ma mentre guardo in alto nel cielo immagino che dal punto centrale del triangolo partano tre segmenti,  ciascuno dei quali va a terminare in una delle stelle. Così lo vedo ancora una volta  in mezzo al cielo il simbolo dei pacifisti. Dell’impegno per un mondo migliore. Della consapevolezza confusa che aveva animato la mia vita di tanti anni prima. E che forse ne aveva almeno in parte orientato brandelli dello sviluppo successivo.

Mentre mi perdo nuovamente nella ragnatela della memoria sopraggiunge alle mie spalle il ragazzo, sempre in anticipo, sempre svelto a prepararsi . Allora gli indico il cielo: “ Guarda là, quelle stelle “. Il suo sguardo ancora assonnato si fa strada in mezzo al fumo della mia sigaretta,  ma l’occhiata è rapida, come la reazione e le sue parole: “Cazzo! Il marchio Mercedes in mezzo allo sky. L’ho sempre detto che  è una macchina da dio”. Si volta e   se ne va a prepararsi il latte con i cereali.

Penso ai molti desideri che oggi uniformano e dividono le persone. Ciascuno di noi è stato caricato dei propri – che crede  distinti ed esclusivi – come un asino da soma. Arranchiamo per il peso,  ma ci teniamo d’occhio pieni di sospetti e di rancori. Pensiamo di percorrere viottoli che portano a mete segrete e personali, mentre in realtà tutti stiamo andando incontro al nulla. Solo, lo facciamo per strade diverse. E in solitudine. Spengo la cicca nel portacenere. Un’altra giornata ha avuto inizio.

 

 

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Il racconto delle indemoniate del paese
18 Luglio 2017 In Geografie della memoria No Comment

Dal Bresciaoggi


Di Roberto Bianchi

fotografia di www.ilariapoli.com

16 luglio 2017

Varie zone di Brescia

 

 

Se per chi è sopraggiunto dopo quegli anni appare piuttosto difficile immaginarsi quelle più vistose, fra le coordinate che regolavano la quotidianità della società bresciana che, soprattutto in provincia, era spesso preindustriale ( almeno sotto alcuni aspetti) e pre-televisiva (sotto quasi tutti, con il resto del Paese) sembrerà quasi impossibile o almeno poco attendibile la rappresentazione di una società ingenua, credulona, aperta alle incursioni di e in misteri a portata di mano, sensibile ad una religiosità popolana più che popolare, in cui sacro e profano talvolta si mescolano. Eppure era così e la  causa stava proprio in quella Cultura ancora prevalentemente agricola che contraddistingueva molta parte della nostra Provincia. Non potrò essere dettagliato, perché non è escluso che qualcuno dei protagonisti di questa storia sia ancora in vita così com’è del tutto certo ci siano congiunti sopravvissuti che non gradirebbero una “pubblicità” che risvegliasse le antiche dicerie, ma un ricordo di quegli anni mi piace condividerlo.

Erano molti i paesi della provincia che potevano vantare fra i residenti persone “possedute” dal demonio. Quasi sempre erano femmne, spesso ben oltre la mezza età e quelle donne che “avevano addosso il diavolo” godevano di una qual certa sospettosa e malcelata attenzione. Non che venissero escluse, anzi, talvolta poteva capitare che qualcuno si rivolgesse a loro, in virtù della speciale fama – e dei supposti “poteri” che in verità condividevano anche con i nati prematuri e “settimini” -alla ricerca di lenimento da un male fisico o d’amore. Diciamo che spesso erano isolate come dei virus potenzialmente malefici, tenuto sotto un discreto controllo sociale. I sacerdoti non si pronunciavano mai, ufficlamente, su quelle questioni anche se una certa prudenza nelle frequentazioni, protetti dal confessionale molto spesso si sentivano di suggerirla.

Generalmente le indemoniate non avevano un marito e non esistendo ancora una legge che, per evitare fastidiose discriminazioni, imponesse di definire come signore tutte le femmine che avessero raggiunto la maggiore età, quelle zitelle erano, per tutti in paese, “signorine”. Il termine, non privo di una certa leziosità avrebbe potuto suggerire dolcezza e garbo speciali, ma al contempo denunciava una condizione di eccentricità piuttosto inspiegabile: donne senza marito sottrattesi al proprio destino “naturale”! A ben guardare, non mancavano donne “felicemente” sposate che probabilmente ci avrebbero guadagnato ad essere possedute dal diavolo piuttosto che da mariti rozzi, ubriaconi e maneschi, ma questa è un’altra storia. Anch’io conobbi un’indemoniata, da cui mi porto mia madre in seguito ad una “storta” nella caviglia ottenuta giocando a calcio. La signorina x era specializzata nella cura di slogature, distorsioni e acciacchi simili: generalmente operava manualmente con sorprendente sapienza, acquisita chissà come e dove, mentre a volte si aiutava con intrugli, per esempio, costituiti dalla stoppa usata dagli idraulici imbevuta di albume d’uovo che, una volta depositata sulla parte colpita, seccando diventava una specie di “gesso leggere”, una blanda steccatura. però funzionava. O forse funzionava la suggestione distribuita a piene mani dai pochi eletti, singolari quanto improbabile “testimoni oculari” che, credendoci loro per primi, sussurravano con occhiate di complicità di aver assistito personalmente a fenomeni di ben altra natura, paranormali, determinati da ingerenze demoniache.

Forse fu per questo che quando tempo dopo averne ricevuto le cure per strada incontrai la signora x, riuscii a scorgere distintamente, nella sua ombra proiettata sul muro, un bel paio di cornetti emergenti dai capelli, secondo la miglior tradizione iconografica per ragazzi del tempo. Ho già raccontato in altra storia che la sera in cui la signorina x se ne andò da questo mondo, persino il medico che le prestò le ultime cure  dovette piegarsi alla richiesta dei parenti che pretesero si facesse il segno della croce per riuscire a praticarle quell’endovenosa che, inutilmente, aveva già tentato di iniettare più volte. Aggiungerò che nel cortile dove abitava la signorina x, risiedeva un’altra signora anziana come lei, ma vedova. Poco distante abitava la figlia di quest’ultima che d’improvviso cessò di andare a visitare ed accudire l’anziana madre – autosufficiente, sì, ma pur sempre malandata – preferendo dirottarsi verso la cugina della posseduta. Suscitò interrogativi e maldicenze in tutto il circondario la nuova abitudine della figlia ingrata, e provocò gelosie e dolore nella madre che, tuttavia, ben si guardò, per paura del malocchio, dall’affrontare la  questione esplicitamente.

Certo è che visse male la situazione:  gratificante vendetta la ottenne soltanto dopo la morte della sua antagonista, quando la figlia, finalmente tornata all’ovile, le confessò d’essere stata a lungo preda di incubi in cui la diabolica defunta, evidentemente insoddisfatta degli incontri diurni, le gironzolava intorno al letto pure la notte, avviluppandola sempre più nella propria inquietante trama: il malocchio, quindi, spiegava tutto. Il malocchio spiegava anche molte altre cose, ed in effetti non era insolito che dopo aver rovistato nell’interno dei materassi di sventurate persone che, genericamente, “non stavano bene”, vi si trovassero crocifissi di lana o crine raggrumate e, nei casi più eclatanti, figurine stilizzate in fil di ferro, su modello delle bamboline vodoo, ma tutte magicamente autoprodottesi.

Inutile dire che i ritrovamenti venivano confermati dai materassi che, all’epoca, giravano per i cortili a “rinnovare” i talami usurati. Nei casi in cui una malattia diagnosticata tardivamente spedisse al creatore alcune fra le vittime del malocchio, la fantasia popolare non si arrendeva e unanimemente imputava alla maledizione pure l’insorgere della malattia. Ho nostalgia di quel tempo, in cui non c’erano psichiatri televisivi ad informare il popolino sulle capacità della mente e delle sue patologie di condizionare le esistenze: rassicurante poter pensare che la “malvagità” fosse un elemento “esterno”, inserito da un demone “estraneo” alla comunità e che perciò si poteva estirpare, e non invece uno dei suoi tanti ed eterogenei elementi costitutivi.

Rassicurava poter pensare che con una bella benedizione la cattiveria potesse essere allontanata, se non proprio debellata. Era divertente, anche se decisamente poco scientifico, che il mistero e la magia fossero consueti, parte del panorama intimo delle nostre esistenze ingenue alimentate anche da suggestioni che, come le fiabe classiche, ci impaurivano e ci divertivano al contempo.

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